RESTITUIRE TRIESTE AL FUTURO -

AUTONOMI DALL' ITALIA MA CONNESSI CON IL MONDO - RESTITUIRE TRIESTE ALLA MITTELEUROPA - RESTITUIRE TRIESTE AL SUO FUTURO: CENTRALE IN EUROPA INVECE CHE PERIFERICA IN ITALIA -

giovedì 20 ottobre 2016

BLUFF PORTOVECCHIO: PARALISI E IMMOBILISMO DELLA "SDEMANIALIZZAZIONE" - INFRASTRUTTURE: NON CI SONO I SOLDI NE' PUBBLICI, NE' PRIVATI - NIENTE LICENZE EDILIZIE SENZA PRIMA LE INFRASTRUTTURE CHE LA LEGGE PRESCRIVE A CARICO DEL COMUNE CHE NON HA MEZZI- COSTI PAZZESCHI CHE SI AGGIUNGONO A QUELLI DEL VINCOLO ARCHITETTONICO E CHE NESSUNO VUOLE/PUO' AFFRONTARE - LA "SDEMANIALIZZAZIONE" HA BLOCCATO L' UTILIZZO PRODUTTIVO E ADESSO CI SARA' UNA PARALISI ETERNA - COMPLIMENTI VIVISSIMI

A due anni dall' emendamento Russo sulla "sdemanializzazione" che secondo i politicanti doveva risolvere i problemi di sviluppo economico di Trieste oltre al niente di fatto riscontriamo che è esploso il bubbone.
E proprio sulla parte più pregiata e vicina al centro città: quella di Greensisam.

La questione in apparenza complessa è in realtà semplice e verte sull' ovvio problema, che denunciamo da sempre: quello dei costi dell' "Urbanizzazione Primaria" (allacciamenti idrici, fognari, elettrici, telematici, collegamenti viari, ecc.) che diversi tecnici indicano in almeno 300 milioni.

Infatti quest' area, di cui dei demagoghi annunciavano la "restituzione alla città", della città non aveva MAI fatto parte ed è priva di tutta l' "urbanizzazione primaria" che la legge prescrive come obbligatoria, ed a carico del Comune, per il rilascio di qualsiasi permesso di costruire.
A meno che contestualmente il costruttore non accetti di accollarsi totalmente l' onere della medesima, da realizzare a sue spese secondo le prescrizioni del Comune.

Ma questo costo, enorme, si aggiunge a quello derivante dal Vincolo Idiota della Sovrintentenza, vincolo esterno e interno, che aumenta a dismisura i costi di restauro e limita drasticamente le possibilità di utilizzo dei vecchi magazzini rendendo qualsiasi operazione di urbanizzazione antieconomica.

Infatti il socio svizzero di Greensisam è fuggito lasciando Maneschi da solo e non vi è alcun investitore privato all' orrizzonte, malgrado le fantasie del sen. Russo su inesistenti Fondi Sauditi che, in ogni caso, sarebbe meglio stessero lontani se non vogliamo essere riempiti di "madrasse" salafite infiltrate come è successo a Bruxelles grazie agli investimenti dell' Arabia Saudita in città.

Adesso è battaglia legale per attribuire la responsabilità dei danni.
Così dichiara Greensisam presentando il ricorso al TAR:«In base alla legge urbanistica le opere di urbanizzazione primaria o già esistono oppure le deve fare il Comune o comunque esso deve pretendere l’impegno degli interessati ad eseguirle. È evidente che la nuova situazione che si è venuta a creare per effetto della sopravvenuta legge (l’emendamento Russo, ndr) comporta che, visto il disimpegno dell’Autorità portuale e vista l’esistenza di un Permesso di costruire senza prescrizione di opere di urbanizzazione, poteva solo significare che le stesse sarebbero rimaste a carico del Comune e che questo avrebbe semmai dovuto sospendere l’efficacia del permesso ed andare ad approvare il progetto delle opere da eseguire. Sicuramente non avrebbe dovuto revocarlo “sic et sempliciter”. Appare evidente - conclude Greensisam - che il Comune da un lato ha voluto difendere l’operato difettoso del precedente amministratore e dall’altro ha inteso sottrarsi a un obbligo che per legge è, senza ombra di dubbio, a suo carico».

Insomma il famoso Blitz di Russo ha posto a carico del Comune, cioè dei Triestini, i costi sia di manutenzione e gestione dell' enorme area, sia di infrastrutturazione primaria della medesima.
Lo stesso stanziamento dei famosi 50 milioni è, oltrechè minimo, vincolato a usi culturali e, come dice il Piccolo: "altri dubbi sui 50 milioni Il ministero non ha specificato come devono essere impiegati" .

Chi scrive ha segnalato la questione dell' infrastrutturazione primaria  e dei suoi costi nel corso di un intervento in Consiglio Comunale, una specie di audizione informale, già nella primavera del 2014.

Bene: adesso il bubbone è scoppiato e si è trasferito nelle aule di Tribunale rivelando l' inconsistenza economica di tutta l' operazione "sdemanializzazione", privatizzazione, urbanizzazione di Porto Vecchio che è diventata un fattore non di immobilismo ma addirittura di PARALISI dell' area visto che ne impedisce un riutilizzo produttivo.

Scemenze propagandistiche e operazioni fuori mercato di politici incompetenti: come il Trenino che ha avuto 20 persone a viaggio in piena Barcolana ed il naufragio economico e di visitatori della Mostra sulle Navi del LLoyd che dovrebbe essere il cuore del Museo del Mare (grande Attrattore Culturale Transnazionale).

Non ci saranno mai privati disposti ad investire in questa operazione che è economicamente perdente oltre che di tempi lunghissimi: lo stesso "advisor" parla ottimisticamente di 25 anni SE ( sottolineiamo SE) si trova qualche investitore.

Ed è un bene che sia così perchè costruire un "Nuovo Centro" con negozi e abitazioni e spostando il baricentro della città, farebbe crollare il centro attuale ed il valore di immobili e negozi esistenti.

Veramente l' unico modo per rilanciare l' area e l' economia triestina è l' istituzione della No Tax Area che si sovrapponga ai Punti Franchi doganali e un riutilizzo produttivo e non una urbanizzazione.

pd

Sotto le immagini riportiamo l' intero articolo del Piccolo di oggi.


Il Piccolo 20/10/16
Greensisam-Comune Guerra davanti al Tar
La società contesta la revoca del permesso a costruire firmata dalla giunta e chiede che il Municipio si faccia carico di tutte le spese per le infrastrutture

Resta nel congelatore della storia la parte più pregiata del Porto vecchio. Nei cinque magazzini storici più vicini a piazza Libertà negli ultimi cinquant’anni non è stato battuto un chiodo, ma in compenso i faldoni dei progetti mai realizzati e soprattutto della cause giudiziario amministrative celebrate o intentate potrebbero riempirli quasi per intero. Greensisam, la società di cui è unico socio Pierluigi Maneschi e che li ha in concessione per novant’anni, non intende e forse non ha nemmeno la liquidità per infrastrutturare l’area. A propria volta il Comune, come si legge a fianco, non ha i soldi e comunque sia non pensa di doverlo fare. La situazione, dopo la “fuga” dei soci svizzeri di Maneschi che però non si sono mai palesati pubblicamente, è di stallo totale. In compenso continua la battaglia giudiziaria. Greensisam annuncia ora di aver intentato una nuova causa amministrativa dinanzi al Tar nei confronti del Comune di Trieste. Obiettivo: invalidare la revoca, emessa il 21 luglio 2016, del permesso a costruire che era stato invece rilasciato dalla precedente amministrazione. Qualorail Tar desse ragione a Greensisam i lavori però non partirebbero comunque, ma secondo il ragionamento della società si renderebbe evidente che il Comune è obbligato a dar corso alle opere di infrastrutturazione (allacciamenti idrici, fognari, elettrici, telematici, collegamenti viari, ecc.) «In base allalegge urbanistica - sostengono testualmente fonti Greensisam - le opere di urbanizzazione primaria o già esistono oppure le deve fare il Comune o comunque esso deve pretendere l’impegno degli interessati ad eseguirle. È evidente che la nuova situazione che si è venuta a creare per effetto della sopravvenuta legge (l’emendamento Russo, ndr) comporta che, visto il disimpegno dell’Autorità portuale e vista l’esistenza di un Permesso di costruire senza prescrizione di opere di urbanizzazione, poteva solo significare che le stesse sarebbero rimaste a carico del Comune e che questo avrebbe semmai dovuto sospendere l’efficacia del permesso ed andare ad approvare il progetto delle opere da eseguire. Sicuramente non avrebbe dovuto revocarlo “sic et sempliciter”. Appare evidente - conclude Greensisam - che il Comune da un lato ha voluto difendere l’operato difettoso del precedente amministratore e dall’altro ha inteso sottrarsi a un obbligo che per legge è, senza ombra di dubbio, a suo carico». Il Comune, come si vedrà, racconta però un’altra storia e chi ci capisce qualcosa è bravo. Greensisam aveva già fatto causa sia al Comune che all’Autorità portuale per il mancato rilascio del permesso a costruire e aveva vinto in primo grado, ma perso in appello. Aveva chiesto anche un maxirisarcimento danni all’Autorità portuale: 11 milioni di euro. Il Tar il 21 novembre 2014 aveva stabilito che il danno c’era stato, ma la cifra doveva fermarsi a un milione e 700mila euro. Neanche un euro è dovuto aveva invece sentenziato il Consiglio di Stato il 20 gennaio 2016 el’Authority al cui vertice nel frattempo Zeno D’Agostino era subentrato a Marina Monassi aveva tirato un sospiro di sollievo. Il Comune era invece già stato scagionato in primo grado. «Va ascritto a scelta della società odierna appellata (Greensisam, ndr) - avevano scritto i giudici di secondo grado nella sentenza - l’aver seguitato a insistere con l’Autorità portuale affinché ponesse in essere attività ulteriori non previste dalla convenzione, intese all’acquisizione del titolo ad aedificandum e dei connessi pareri di compatibilità, piuttosto che attivarsi presso le autorità all’uopo preposte (Comune di Trieste, Regione Friuli Venezia Giulia e Soprintendenza per i Beni culturali e paesaggistici) perché esercitassero le rispettive competenze». Non bastasse tutto questo compreso il ricorso appena presentato, Greensisam rivela ora che ne è pendente un altro ancora avanzato il 15 aprile 2015 sul quale i giudici non si sono ancora pronunciati e che intende far accertare che il Permesso di Costruire del 31 luglio 2014 era «inefficace e non eseguibile perché rilasciato in difetto delle opere di urbanizzazione ed in violazione di quanto previsto dall’Art. 22 della L.R. 19/2009 e perle quali non risultava esserci ancora alcun progetto esecutivo approvato». «Aveva anch’esso lo scopo - precisa Greensisam - di sollecitare chi di dovere a fare quanto necessario per rendere efficace ed eseguibile il progetto, ma nessuno si è fatto carico del problema».

martedì 18 ottobre 2016

TOGLIERE TASSE E COSTI CHE LIMITANO LA COMPETITIVITA' DEL PORTO FRANCO INTERNAZIONALE DI TRIESTE, COMPRESO QUELLE SUL LAVORO - APPLICANDO L' ALLEGATO OTTAVO SI PUO', COME DA AUTOREVOLE DICHIARAZIONE DI D'AGOSTINO, presidente APT - REALIZZARE LA NO TAX AREA PER BATTERE CRISI E DECLINO -


Leggiamo oggi riguardo EVERGREEN (Molo VII) che  «È stato riferito ai dipendenti che il costo del lavoro nella sede di Trieste sfora il budget riprogrammato dai figli del fondatore - spiega Michele Cipriani, segretario Uiltrasporti - e di conseguenza potrebbe anche venir proposto un rimpasto tra gli organici nelle tre sedi europee del Gruppo: Londra, Amburgo e Trieste".

Abbiamo letto l' altro ieri le dichiarazioni del Presidente dell' APT D'Agostino al MIB : "esiste un passaggio dell'Allegato VIII, che secondo me ha senso, per cui non si possono imporre tasse all' interno del Porto franco se non sono collegate a un effettivo servizio che il soggetto che percepisce la tassa eroga nei confronti del soggetto che la paga». Un punto a favore dunque già in tasca per i terminalisti del porto triestino. «Infatti loro non pagano né Imu né Ici», conferma D'Agostino. Il gioco dunque sembra essere più facile per ottenere questo ulteriore status. «Su alcuni elementi già oggi siamo “No tax area” rispetto ad altri porti. Si può seguire la stessa linea giurisprudenziale, per esempio, per la fiscalità del lavoro. Penso che qualche imprenditore voglia fare qualche iniziativa di questo tipo: se vince in questo campo, gli si apre un mondo (è un annuncio? ndr)» da noi ripreso QUI


E' arcinoto che in Italia una parte esagerata del costo del lavoro è dovuta a tasse e contributi sul medesimo: il cosiddetto "cuneo fiscale".

La cosa è tanto più importante per un porto che subisce la concorrenza di un porto limitrofo dove il costo del lavoro è significativamente più basso (vedi tabellina sotto).

E' anche noto che Gorizia e l' Isontino stanno richiedendo una Zona Franca (QUI) per pareggiare la concorrenza sia fiscale che di costo del lavoro della confinante Slovenia, che confina pure con Trieste ed il suo Porto.


L' Allegato VIII, che tutti riconoscono vigente, al suo articolo 5 comma 2 riporta il passo citato da D'Agostino:

"Con riferimento all’importazione o esportazione dal o in transito attraverso il Porto Libero, le autorità del Territorio Libero non possono imporre, su tali merci, dazi doganali o pagamenti diversi da quelli imposti per servizi resi. "

E' evidente che imporre tasse sui capannoni aumenta surretiziamente i costi relativi alle merci.
E' altrettanto evidente che imporre tasse gravose sul lavoro aumenta surretiziamente i costi.
E' in pratica un prelievo di denaro sull' attività del porto da parte dello Stato Italiano aggirando il divieto di agire direttamente sui "dazi doganali". 
E che pone in condizione di svantaggio il nostro porto rispetto a Capodistria.

Ma lo Stato Italiano ha anche violato apertamente tale divieto imponendo sia tasse portuali superiori ai costi dei servizi resi, sia applicando addirittura una sovratassa specifica a danno solo del nostro porto (art. 4 del DPR 107 del 28/5/2009 su cui pende giudizio).

Riteniamo che la dichiarazione del Presidente D'Agostino al MIB sia un' autorevole presa di posizione a favore della possibilità concreta di detassare i redditi dei lavoratori sulla base dell' applicazione dell' Allegato VIII interpretato in modo estensivo, e di costituire quella ZONA FRANCA che da sempre è nelle aspirazioni di Trieste.
Una dichiarazione da considerare, discutere e amplificare e non passare sotto silenzio come stanno facendo i politici triestini impegnati in baruffe da pollaio su striscioni e Islam.


Riguardo alle sue affermazioni su IMU e ICI dei fabbricati portuali ricordiamo che il Comune, titolare di ICI e IMU, invece le rivendica.

Noi riportiamo qui l' art. 2 del vigente Allegato VIII:
"Il Porto Libero è istituito ed amministrato come una corporazione di Stato del Territorio Libero, avente tutti gli attributi di persona giuridica e funzionando in accordo con le condizioni di questo Strumento.
2. Tutte le proprietà statali e parastatali italiane nei limiti del Porto Libero, in accordo con le condizioni del presente trattato, che passeranno al TLT saranno trasferite, senza pagamento, al Porto Libero. " . 

Mettiamo pure "Italia" al posto di TLT, senza sottilizzare: ne risulta comunque che il Porto Libero e lo Stato sono DUE COSE DIVERSE e che gli immobili portuali cosi come l' area NON SONO DEL DEMANIO ITALIANO, E NEMMENO DEL COMUNE, MA DEL PORTO FRANCO INTERNAZIONALE CHE E' EXTRATERRITORIALE DAL PUNTO DI VISTA DOGANALE... 


A parte le conseguenze sulle tasse sugli immobili portuali, come la mettiamo con la "sdemanializzazione" e "privatizzazione" di Porto Vecchio stabilite dall' emendamento Russo che dispone di beni non suoi, cioè non statali nè demaniali, ma del Porto Franco Internazionale che ha "tutti gli attributi di persona giuridica" come da art. 2 sopracitato, pienamente in vigore come dicono gli stessi tribunali italiani (clicca QUI)?


Con quale atto il Porto Franco Internazionale, persona giuridica a tutti gli effetti, è stato espropriato dei suoi beni a favore del Demanio Statale Italiano?


Già adesso la prospettiva di urbanizzazione e immissione sul mercato di un milione di metri cubi in una sorta di "Trieste 2" o strombazzato "Nuovo Centro" ha prodotto un' ulteriore depressione e staticità del mercato con calo del valore degli immobili e degli esercizi commerciali esistenti in centro creando danni alla maggioranza dei cittadini...e fare una "class action" presso gli organi individuati come competenti?



domenica 16 ottobre 2016

POLITICI TRIESTINI: "DI DIETRO LICEO, DAVANTI MUSEO" - MACCHE' MUSEI: UN GRANDE FESTIVAL INTERNAZIONALE "LA CULTURA MITTELEUROPEA INCONTRA IL MARE" - SILENZIO SULLA "NO TAX AREA" APPENA RIPROPOSTA DA D' AGOSTINO CHE CONSENTIREBBE UNA RIPRESA ECONOMICA MODERNA..." - MUSEI, MUSI, MUSEI: TUTTI PARLANO DI RINNOVAMENTO MA ALLA FINE PROPONGONO SOLO MUSEI -

La sedicente Classe Politica e Dirigente locale si sta arrovellando, sul bollettino rionale locale, su quali "Grandi Eventi" creare per dare un po' di vita a Trieste finiti i pochi giorni di Barcolana e Bavisela.

Le proposte di questi signori non si schiodano dai Musei, solo Musei, sempre Musei.

Eppure il tesoro di cultura e immagine internazionale è sotto gli occhi di tutti, basta non avere gli occhi accecati dal nazionalismo: è la Trieste Mitteleuropea, da sempre punto d' incontro fra cultura Centroeuropea e Mediterraneo, nota in tutti gli ambienti internazionali un minimo acculturati.

Questo permetterebbe la creazione di un grande festival multiculturale e multimediale rivolto anche alla modernità e all' attualità e non solo all' imbalsamazione del passato, senza escludere lo scambio scientifico, culturale e di ricerca.
Ed in quest' ambito sicuramente servirebbe anche un nuovo ed efficiente Centro Congressi, utile a rivitalizzare il ricco turismo congressuale, a cui, 
alla Stazione Marittima, si è preferito il poverissimo turismo croceristico 

Lo abbiamo proposto più volte da molti mesi: ad esempio QUI (clicca) illustrandone le potenzialità.


Ma questa combriccola di somari non vuol sentir ragione di modernizzare Trieste, possibile pur coltivandone le robuste radici storiche, e come ignora questa proposta di grande evento di sicuro successo (come dimostrano altre iniziative a Gorizia, Pordenone, Ragusa-Dubrovnik), ignora anche la proposta di NO TAX AREA ripresa l' altro ieri da D' Agostino che consentirebbe, tra l' altro, un uso produttivo e di rilancio economico di Porto Vecchio (clicca QUI)

Meglio Musei, Musei, Musei...più in là non ci arrivano...


Guardate Trieste: è tra i monti e il mare, tra la Mitteleuropa e il Mediterraneo, MA NON SE NE ACCORGONO...



sabato 15 ottobre 2016

IL PRESIDENTE DELL' APT D' AGOSTINO PER LA "NO TAX AREA" - IMPORTANTE INTERVENTO MENTRE I TRIESTINI DORMONO (POLITICI E NON) - LA NO TAX AREA E' UNA PROSPETTIVA CONCRETA, COME SOSTENIAMO DA SEMPRE - IL TITOLO DEL PICCOLO SVIA DAL CONTENUTO -

Oggi Il Piccolo a pag.13 fa un resoconto dell' intervento del neopresidente dell' Autorità Portuale di Trieste Zeno D'Agostino al MIB (clicca QUI).
Sotto un titolo che può far sorridere, fatto dal solito titolista in stato euforico, si cela invece una presa di posizione importante favorevole alla NO TAX AREA (ed all' applicazione estensiva dell' Allegato VIII) di cui noi parliamo da sempre, la Serracchiani da luglio e su cui la cosiddetta "politica" locale tace, impegnata in reciproci sgambetti e discussioni idiote.

Ecco il testo della parte finale dell' articolo:
"Il commissario (Presidente ndr.) intanto ha anche ribadito che è sempre aperto il tavolo sui vantaggi fiscali che derivano dalla condizione del porto franco internazionale. Quanto alla richiesta di una “No tax area” per Trieste - proposta al governo dalla governatrice Debora Serracchiani (e da noi da sempre ndr.)- «noi finora abbiamo fornito documentazioni - ha affermato D'Agostino -. Il discorso c'è già su Milano e Napoli e poi su Trieste, ma se noi puntiamo sul fatto che siamo già una zona franca dal punto di vista doganale, si possono aggiungere anche gli aspetti fiscali. C'è qualche linea di pensiero che ritiene che ci siano già questi vantaggi, perché esiste un passaggio dell'Allegato VIII, che secondo me ha senso, per cui non si possono imporre tasse all' interno del Porto franco se non sono collegate a un effettivo servizio che il soggetto che percepisce la tassa eroga nei confronti del soggetto che la paga». Un punto a favore dunque già in tasca per i terminalisti del porto triestino. «Infatti loro non pagano né Imu né Ici», conferma D'Agostino. Il gioco dunque sembra essere più facile per ottenere questo ulteriore status. «Su alcuni elementi già oggi siamo “No tax area” rispetto ad altri porti. Si può seguire la stessa linea giurisprudenziale, per esempio, per la fiscalità del lavoro. Penso che qualche imprenditore voglia fare qualche iniziativa di questo tipo: se vince in questo campo, gli si apre un mondo». 


Doveva essere un tecnico venuto da Verona a fare questi discorsi mentre i politicanti triestini, di TUTTI gli schieramenti, opposizioni e autonomisti-indipendentisti compresi, tacciono.


Sveglia signori!
Bisogna accogliere questo "assist" CHE DIMOSTRA CHE LA "NO TAX AREA" (O ZONA FRANCA) E' UNA PROSPETTIVA CONCRETA, come noi sosteniamo da sempre, e portare avanti gli interessi di Trieste !
Meno fesserie su striscioni e religioni e più concretezza !
Quando arriva una buona carta bisognerebbe giocarla al meglio, indipendentemente da chi la da, e non restare inerti o recriminare pretendendone una migliore.


Prendiamo atto che anche l' idea del Presidente dell' APT di un "Birrodotto" è molto triestina: noi ci aggiungeremmo anche un "Krautodotto" e un "Parsutodotto" da Praga.

Scherzi a parte, fa piacere che un funzionario nominato dal Governo, che poteva limitarsi a non far niente come tanti suoi predecessori, cerchi ogni possibilità di sviluppo per il nostro Porto e applichi la sua creatività.

Quello che fa invece pena è vedere i triestini che aspettano che il fico gli caschi in bocca pretendendo che sia un funzionario del governo a cavargli le castagne dal fuoco o, secondo alcuni, addirittura dargli l' indipendenza, che va conquistata.

Per non parlare dello sgomento generato da dei giornalisti che in tutta una complessa proposta, centrata sul Porto Franco Internazionale, individuano nella birra il punto qualificante.

Dare a Cesare quel che è di Cesare.

TRUMP O CLINTON ? EUROPA ATTENTA A CLINTON ! - Un articolo di LIMES in occasione dell' invio di truppe italiane ai confini russi - "In un’ottica europea, l’esecrato Donald Trump sarebbe il male minore: il suo isolazionismo promette poco, ma chiede ancor meno. Viceversa, Hillary imporrà al Vecchio Continente il suo interventismo. Precipitando una crisi transatlantica."

Visto che il Governo Amministratore Provvisorio di Trieste comincia a mandare truppe ai confini con la Russia in Lettonia, in spregio del' art. 11 della Costituzione che vuole stravolgere, e considerato che a Trieste abbiamo verificato con le Guerre Jugoslave degli anni '90 come queste cose evolvono e sfuggono di mano, pensiamo sia ora di mettere da parte il "politicamente corretto" e di occuparsi di cose più sostanziali delle abitudini sessuali dei due candidati americani: l' uno accusato di essere un maiale e l' altra di essere in realtà lesbica.

Malgrado la Clinton evochi "l' Apocalisse" e Obama la "fine della democrazia" in caso di vittoria dell' avversario, noi i
nvece di "parlare alla pancia" preferiamo parlare alla testa e pubblichiamo per i nostri lettori un articolo della rivista di geopolitica Limes, diretta da Lucio Caracciolo e parte del Gruppo Espresso:

EUROPA ATTENTA A CLINTON !di 

In un’ottica europea, l’esecrato Donald Trump sarebbe il male minore: il suo isolazionismo promette poco, ma chiede ancor meno. Viceversa, Hillary imporrà al Vecchio Continente il suo interventismo. Precipitando una crisi transatlantica.


1. IN QUESTI TEMPI DI POPULISMO, le affermazioni apparentemente incredibili vanno motivate rigorosamente. Dunque se dico che per gli europei Donald Trump sarebbe meglio di Hillary Clinton, devo fornire una spiegazione convincente.
Non voterei mai Trump. Come ogni demagogo americano che si rispetti – da Huey Long a Douglas MacArthur, da Joseph McCarthy a George Wallace – il candidato repubblicano spesso gioca con la realtà. Mente apertamente, come quando ha detto che al tempo dell’11 settembre grandi folle di musulmani in New Jersey festeggiarono gli attentati; oppure distorce i fatti, come quando lascia intendere di poter imporre al presidente del Messico la costruzione di un gigantesco muro per impedire ai suoi connazionali di attraversare il confine con gli Stati Uniti.
Non si tratta di errori compiuti in buona fede; del resto, il mondo abbonda di ridicole teorie della cospirazione che passano per vere (il sottoscritto si è sentito dire da tedeschi sani di mente che l’11 settembre fu opera di George W. Bush). Per quanto in voga nei caffè europei alla moda, il post-modernismo altro non è che una forma di nichilismo, perché in politica come nella vita ci sono delle verità (Cina e India stanno emergendo e l’Europa è in declino, per esempio) che devono essere riconosciute come tali da noi, discendenti di Pericle e Aristotele. Cercare la verità in politica per rendere il mondo migliore è il nostro lavoro, anzi è la nostra vocazione. I demagoghi che oscurano volutamente la verità sono i nemici dei liberi pensatori, a prescindere dalla loro affiliazione politica. Già questo mi basta per non votare Trump.
È comunque altamente improbabile che Trump vinca le elezioni. Gli uomini bianchi arrabbiati non sono più maggioranza nell’elettorato statunitense, se mai lo sono stati. Trump è riuscito ad alienarsi le donne (il maggior blocco elettorale negli Stati Uniti), i neri (il blocco più fedele ai democratici) e gli ispanici (il segmento elettorale a più rapida crescita). Etica a parte, è possibile alienare due di questi gruppi e vincere, ma con tutti e tre contro la sconfitta appare una questione matematica. Trump ha il tasso di approvazione più basso di chiunque abbia mai corso per la presidenza nella moderna storia politica americana. Un sondaggio Gallup di maggio 2016 ha rivelato che un astronomico 87% degli ispanici vede negativamente il candidato repubblicano, posizione condivisa dal 70% delle donne. Alla fine di giugno Hillary Clinton staccava di cinque punti il rivale nella media dei sondaggi nazionali ed era davanti a lui (anche se con un margine inferiore) negli Stati chiave, come Florida, Ohio e Pennsylvania. a fine agosto il distacco appariva ancora più netto.
Eppure, Trump ha una chance di vittoria, per quanto esigua. Se riesce a mobilitare in gran numero i bianchi diplomati, così scoraggiati dalla globalizzazione da non prendersi di solito la briga di votare, potrebbe ottenere un esiguo ma determinante vantaggio negli Stati della rust belt: Pennsylvania, Ohio, Michigan, Wisconsin e Iowa. Se Trump staccasse la Clinton di una manciata di punti in ognuno di questi Stati, l’impensabile potrebbe diventare possibile. Questo scenario è tuttavia alquanto improbabile; verosimilmente, la Clinton otterrà una vittoria ampia, se non schiacciante.
L’altra ragione per cui Donald Trump è nocivo all’America è che, come la maggior parte dei demagoghi, se ne infischia della costituzione degli Stati Uniti, che in ultima analisi è ciò che tiene insieme questo paese così eterogeneo. Come chiarisce il personaggio interpretato da Tom Hanks nel Ponte delle spie, la costituzione è il cemento che tiene insieme l’America. I francesi hanno avuto cinque repubbliche, gli Stati Uniti solo una. Questa eccezionale stabilità politica è una circostanza storica essenziale ed è resa possibile quasi esclusivamente dall’adesione di ogni generazione alla costituzione. Minacciarla, come Trump fa apertamente ogni qualvolta disprezza lo Stato di diritto, rende l’uomo un nemico pubblico.

2. Non c’è dubbio che Trump ignori realtà obiettive (o le mistifichi), abbia poche possibilità di essere eletto e sia un pericolo per la costituzione e per il paese. Ciò detto, se fossi un europeo e se avessi a cuore più di ogni altra cosa gli interessi di politica estera dell’Europa, riterrei Trump di gran lunga meglio dell’apparentemente filoeuropea Clinton.
Dirò di più. Dopo che l’Europa avrà tirato un sospiro di sollievo collettivo per la sconfitta di Trump, la neoeletta Hillary Clinton innescherà una storica crisi della relazione transatlantica, determinata dall’incolmabile ma trascurato divario tra l’andazzo del Vecchio Continente e i desiderata della nuova amministrazione.
Usciamo per un attimo dal polverone di questa campagna elettorale e facciamo un semplice esperimento teorico, ponendoci nell’ottica della politica estera europea. Il candidato presidente A ha criticato apertamente il movimento neoconservatore, additandolo come l’elemento più pernicioso nella storia recente della politica estera americana. Dopo due decenni di dominio neocon del Partito repubblicano, il candidato A ha emarginato il movimento ed è determinato a far sì che l’America non sia più il gendarme del mondo.
A è altresì contrario alla maggior parte dei trattati commerciali in fieri o in essere, avendo aspramente criticato sia l’accordo Usa-Asia (Tpp, Trans-Pacific Partnership), sia quello Usa-Europa (Ttip, Transatlantic Trade and Investment Partnership). A ha detto chiaramente che la guerra in Iraq è stata un disastro e che George W. Bush ha mentito sul pretesto di quell’intervento. A promette di essere duro con i sauditi e vuole giocare un ruolo assolutamente neutrale nella disputa israelo-palestinese. A crede di poter migliorare i rapporti con la Russia di Putin, facendone una priorità della sua politica estera. A considera la Nato obsoleta e crede che, specie in caso di riavvicinamento al Cremlino, l’alleanza dovrebbe concentrarsi sull’immigrazione e sulla lotta al terrorismo, rivolgendosi a sud invece che a est.
Durante il suo grande discorso sulla politica estera dell’aprile 2016, il candidato A ha affermato che l’America dovrebbe ricorrere alla guerra solo come opzione di ultima istanza e che appena eletto si consulterà con i leader di Russia e Cina, per stemperare le tensioni internazionali. Per dirla con le sue parole: «A differenza di altri candidati alla presidenza, non ho tra i miei istinti primari la guerra e l’aggressione. Una superpotenza comprende che la cautela e l’autocontrollo sono i veri attributi della forza». Affermazioni che, al pari delle altre posizioni di cui sopra, potrebbero essere sottoscritte da gran parte dell’élite europea.
Viceversa, il candidato B ha sostenuto la guerra in Iraq e il disastroso intervento in Libia. B è contro i grandi accordi commerciali solo a parole, e cinicamente si scaglia contro il Tpp che egli stesso ha contribuito a negoziare. Interventista fino al midollo, B auspica maggiori legami con Israele, un maggior coinvolgimento occidentale nel ginepraio siriano (attraverso l’istituzione di una zona d’interdizione aerea) e un maggior attivismo dello stesso Occidente in Ucraina, sia armando gli ucraini sia prendendo di petto Putin. Sconfessando il realismo in incognito di Obama, B sprona l’Europa a fare di più e a seguire l’America nella sua politica estera interventista.
Come direbbe Bob Dylan, non serve un meteorologo per sapere da che parte tira il vento. Le politiche di A si attagliano all’Europa molto più di quelle di B. Per inciso, A è l’odiato Donald Trump, mentre B è la rispettata Hillary Clinton (rispettata almeno in Europa, perché in America è il secondo candidato presidenziale meno amato da quando esistono i sondaggi, superata per impopolarità solo da Trump). Quest’esito stupefacente palesa a chiunque abbia occhi per vedere quanto negli ultimi vent’anni la classica visione europea della politica estera si sia allontanata da quella dell’establishment statunitense.
Le politiche della Clinton si confanno al breve periodo del dominio unipolare americano anni Novanta, quando suo marito era presidente. Nel mondo multipolare di oggi invece, le sue ricette unilaterali fanno solo danni. L’élite europea ha ragione a temere Trump, tuttavia non capisce che la prossima crisi transatlantica non sarà causata dal miliardario, bensì dai futili sforzi della Clinton per riportare in auge la primazia statunitense con un interventismo ormai anacronistico e controproducente.


3. Ovviamente vi sono aspetti dell’ipotetica politica estera di Trump che turbano gli europei. «The Donald» promette di andarci giù pesante con la Cina, imponendo un astronomico dazio del 45% sulle merci cinesi a prescindere da cosa dica l’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), il che innescherebbe una guerra commerciale tra le due maggiori economie del mondo in una fase di perdurante debolezza dell’economia europea. Trump ha inoltre accennato al fatto di non gradire l’accordo sul nucleare con l’Iran, ma qualsiasi tentativo di sabotarlo sarebbe accolto dal netto rifiuto europeo di ripristinare le sanzioni e precipiterebbe in una crisi transatlantica, rinfocolando al contempo le tensioni in Medio Oriente.
Trump (al pari di Obama) rinfaccia agli europei di non contribuire sufficientemente alla Nato, gravando come un peso morto sugli Stati Uniti. Egli sottolinea giustamente che appena quattro dei ventotto membri dell’Alleanza spendono almeno il 2% del pil nella difesa, sebbene questo modesto impegno sia stato sottoscritto da tutti a più riprese. Trump promette di obbligare ognuno a rispettare gli impegni; avendo lavorato nel ramo per tre lustri, gli auguro buona fortuna.
Il candidato repubblicano, con sommo sdegno degli europei, avversa il grosso degli accordi e delle istituzioni multilaterali che possano limitare la libertà d’azione dell’America; del resto, difficilmente chi non vede un limite nella costituzione intende farsi condizionare da concetti nebulosi come il diritto e la comunità internazionale. Ciò infrange tutti i princìpi delle élite europee che si occupano di politica estera, specie ora che i britannici se ne sono andati.
Malgrado tutti questi caveat, la politica estera di Trump è qualcosa con cui gli europei possono convivere, se non altro perché non chiede loro quasi nulla. Trump offre all’America una politica estera antimmigrazione, protezionista, isolazionista e unilaterale, di norma appannaggio della minoritaria ala nazionalista del Partito repubblicano. A un’Europa attanagliata dalla crisi dell’euro, dall’emergenza rifugiati e dal Brexit, «The Donald» offre invece una pausa, una vacanza dalla storia in cui tentare di risolvere i pressanti problemi interni. Questa ragione, da sola, fa di Trump una buona notizia per l’Europa.

4. Concludiamo immaginando un’altra situazione, che verosimilmente collocheremo all’inizio del 2017. Una Hillary Clinton fresca di elezione incontra la cancelliera tedesca Angela Merkel. Le parla francamente, in una conversazione che si volge più o meno così.
«Angela, ora che ho scongiurato il pericolo del populismo in America, uno spettro che so turbare anche te, sappi che a Washington hai un partner che condivide i tuoi stessi valori. Siamo entrambe wilsoniane, crediamo nel diritto e nella comunità internazionale, reputiamo necessario lavorare attraverso le istituzioni multilaterali ogni qualvolta sia possibile. Diamo entrambe importanza ai diritti umani e alla risoluzione delle questioni internazionali mediante il compromesso. E siccome la nostra comune visione del mondo e i nostri valori condivisi hanno trionfato politicamente sulle perniciose forze del populismo, è tempo che noi agiamo insieme e con forza. Esorto pertanto te e il resto dell’Europa a raggiungere quanto prima gli obiettivi di spesa della Nato, per aiutarci ad armare gli ucraini e a opporci a Putin, per istituire una no-fly zone sulla Siria e per mandare truppe in Libia in funzione di nation building».

Immagino sia questo il momento in cui Merkel ridacchia nervosamente, si guarda le scarpe… e non succede nulla. Questo è anche il momento in cui si apre ufficialmente la crisi dei rapporti tra Europa e Stati Uniti. Se infatti due leader dalla mentalità e dai valori affini come Merkel e Clinton non riescono a forgiare politiche comuni, cosa resta della relazione transatlantica?
Una presidenza Trump rinvierebbe il momento della verità, ma tale esito è improbabile. Lo scenario più verosimile è quello di un’ampia vittoria di Hillary Clinton, che quasi certamente porterà a una crisi dei rapporti transatlantici nel corso del prossimo anno. Se Trump è il peggio per l’America, Clinton è il peggio per l’Europa: qui sta il paradosso di queste elezioni.
(traduzione di Fabrizio Maronta)



venerdì 14 ottobre 2016

#IpocrisiaGovernativa - CASO REGENI: MENTRE A TRIESTE SI FA LA STRUMENTALE "BATTAGLIA DEGLI STRISCIONI" TRA PD E CD, IL MINISTRO DEL TURISMO EGIZIANO VA ALLA FIERA DEL TURISMO DI RIMINI, REGOLARMENTE INVITATO - IN EGITTO 1.200.000 TURISTI ITALIANI E UN FORTE INTERSCAMBIO COMMERCIALE - ESPORRE UNO STRISCIONE SULLA REGIONE NON COSTA NIENTE E SI FA BELLA FIGURA...

L' interscambio economico Italia - Egitto

L’ipocrisia della visita in Italia del ministro del Turismo dell’Egitto, regolarmente invitato.


Dal Cairo : (al-Yawm al-Sabi’) Il ministro egiziano del Turismo Yahya Rashid si è recato in Italia per partecipare alla fiera del turismo Ttg Incontri, una tre giorni (13-15 ottobre) in programma a Rimini a cui partecipano decine di migliaia di addetti al settore e giornalisti specializzati.
Il resoconto dell’evento sulla stampa egiziana è una celebrazione del successo dell’iniziativa, con tanto di incontro con i rappresentati dell’Astoi (Confindustria Viaggi), per invitarli a organizzare la loro assemblea generale in Egitto, a promuovere una serie di viaggi dei tour operator perché si rendano conto delle condizioni di “sicurezza” dell’Egitto.
Il ministro egiziano ha inoltre annunciato la ripresa delle campagne pubblicitarie turistiche del suo paese in Italia a partire dal prossimo novembre, anche se sul sito dell’Astoi non compare alcun riferimento in merito.
Di fatto, però, la Farnesina non ha mai adottato una linea dura sul settore turistico egiziano, nemmeno all’indomani dell’uccisione del ricercatore italiano Giulio Regeni (il cui corpo è stato ritrovato il 3 febbraio scorso): se si visita infatti la pagina relativa all’Egitto del servizio “Viaggiare Sicuri” del ministero degli Esteri italiano, si nota infatti come i viaggi nei resort turistici di Sharm al-Shaykh, della costa continentale del Mar Rosso, della costa mediterranea e dell’Alto Egitto siano ancora “tollerati”.

Ciò che emerge comunque dai media egiziani è il peso dell’industria turistica italiana in Egitto: il sito d’informazione Bawaba Masr 11 ricorda, per esempio, che nel 2010 i turisti italiani ammontavano a 1.200.000. Nella prima metà del 2016, le entrate del settore turistico egiziano hanno subito una perdita di un miliardo di dollari rispetto ai primi sei mesi del 2015, quando registravano 2.3 miliardi di dollari.
Il settore è stato messo in ginocchio dalla situazione precaria della sicurezza egiziana, colpita da svariati incidenti aerei e attentati terroristici nel corso degli ultimi anni.
(da Limes on-line)


FALLIMENTO SAN ROCCO: RISULTATO DEL FANTATURISMO- DA "PORTO CERVO DELL' ADRIATICO" A CRACK: LA STESSA SORTE ASPETTA L' URBANIZZAZIONE DI PORTO VECCHIO - UTILIZZO PRODUTTIVO E NO TAX ZONE: BASTA FANTASIE SU UN TURISMO IMPOSSIBILE !

Ecco un altro bel risultato fallimentare delle ipotesi "FANTATURISTICHE" a Trieste.
La trasformazione dei Cantieri San Rocco in un sito turistico era stata impostata dal PD con il sindaco Bordon e poi spinta da Dipiazza.
Non sfuggono le analogie con la situazione di Porto Vecchio nuovamente avviata dal sen Russo del PD con la "sdemanializzazione" d' intesa col sindaco Cosolini e adesso spinta da Dipiazza.


L' urbanizzazione e "turistizzazione" di siti produttivi non porta bene a Trieste.


"Ci era stato detto che saremmo diventati il Porto Cervo dell' Adriatico" invece gli appartamenti sono deprezzati ed il borgo è moribondo.

Anche PortoPiccolo  di Sistiana, una "location" ben più turistica che dentro il porto come Porto Vecchio, ha i suoi problemi con una buona quota di appartamenti non venduti e cambi di manager conseguenti.

Questo il risultato di politiche velleitarie e sbagliate che puntano tutto sul turismo senza tener conto delle condizioni reali di mercato.
Trieste non è Venezia che è una destinazione turistica mondiale ed ha solo 50.000 abitanti.


Le ipotesi "fantaturistiche" sull' urbanizzazione di Porto Vecchio non solo non trovano finanziatori (ci dicano un solo nome per Porto Vecchio) ma rischiamo di trasformarsi in una catastrofe per il Comune, per i costi per mantenere l' area, e per la città.

I fatti dimostrano che solo un riutilizzo produttivo, che utilizzi le peculiarità del Punto Franco e di una No Tax Area ha delle prospettive concrete e di sviluppo economico.
Ma della No Tax Area proposta a luglio non si sente più parlare...