RESTITUIRE TRIESTE AL FUTURO -

AUTONOMI DALL' ITALIA MA CONNESSI CON IL MONDO - RESTITUIRE TRIESTE ALLA MITTELEUROPA - RESTITUIRE TRIESTE AL SUO FUTURO: CENTRALE IN EUROPA INVECE CHE PERIFERICA IN ITALIA -

mercoledì 25 luglio 2018

GRECIA BRUCIA: TROJKA ASSASSINA - L' AUSTERITY IMPOSTA DA UE, FMI E BCE HA TAGLIATO LA PROTEZIONE CIVILE, IL PERSONALE E I MEZZI - "A lungo non si è visto nessun intervento, niente elicotteri o aerei antincendio, nessun piano di evacuazione. I vigili del fuoco sono arrivati molto dopo.I Pompieri nel febbraio 2017 avevano manifestato ad Atene per la riduzione da 12 mila a 8 mila. Tolti, da primavera, alla sorveglianza antincendio altri 34 milioni di euro tra personale e mezzi. Sempre meno pompieri e in condizioni fisiche precarie " - Un articolo di Fubini sul Corriere della Sera.


Ieri quando abbiamo cominciato a scrivere riguardo l' influenza dell' Austerity targata UE sui roghi catastrofici in Grecia qualcuno ha storto il naso ponendo l' accento sulla possibile origine dolosa degli incendi.
Qualsiasi ne sia l' origine un' efficiente Protezione Civile consente di ridurre i danni, quantomeno in termini di vite umane.
Oggi abbiamo trovato conferma delle nostre tesi in un articolo sul Corriere della Sera di Federico FUBINI,  vicedirettore del Corriere della Sera, consigliere scientifico di Limes (
clicca QUI) che riportiamo per intero sotto.
Oggi rincariamo la dose mettendo per iscritto che la cosiddetta Trojka composta da UE (Commissione Europea), FMI (Fondo Monetario Internazionale) e BCE (Banca Centrale Europea) è capitanata da delinquenti economici con gravissime responsabilità omicide, non solo per gli incendi, appartenenti a pericolose sette neoliberiste e ordoliberiste che si spacciano per "scuole economiche" e che hanno imbottito la testa vuota anche di una "sinistra" tipo PD. 
Hanno letteralmente mandato al rogo il popolo greco per i loro interessi finanziari, con la connivenza perfino della ex-sinistra di Tsipras: bisogna fermarli perchè non hanno ancora finito con la periferia sud dell' Europa.

Ecco l' articolo di Fubini, che certamente non è un estremista o un "populista", leggetelo:

DIETRO LE QUINTE

Grecia, tagli alla Protezione civile 
nel pacchetto austerità: così è arrivata fragile al «traguardo» europeo

SOLO LA SCORSA PRIMAVERA L’AREA DELLA SORVEGLIANZA ANTINCENDIO HA PERSO 34 MILIONI DI EURO TRA PERSONALE E MEZZI. SEMPRE MENO POMPIERI E IN CONDIZIONI FISICHE PRECARIE

di Federico Fubini

In teoria, tra pochi giorni doveva venire il momento delle pacche sulle spalle. Il primo momento, dopo nove anni, in cui il governo greco non avrebbe più dovuto prendere ordini dal resto d’Europa e il resto d’Europa non avrebbe più dovuto darne. La voglia di rivendicare il lavoro fatto era percettibile appena sotto la superficie. Dopotutto 4 primi ministri di ogni tipo — centrosinistra, centrodestra, tecnocrati, populisti — ha eseguito sotto dettatura qualcosa che letteralmente non è mai accaduta nella storia economica: correggere in otto anni il saldo di bilancio del 16% del reddito nazionale — da un profondo deficit al surplus — mentre il reddito tracolla del 29%. E poco importa se quel crollo, unito al rifiuto di condonare ciò che palesemente non è rimborsabile, ha fatto esplodere il debito in proporzione a un’economia ormai ristrettasi. Gli investimenti sono stati falciati a un terzo di quelli di un Paese normale.
Nessuno credeva che tutto questo fosse pensabile, prima che l’Unione europea lo imponesse a un Paese di poco meno di 11 milioni di abitanti (ne ha persi mezzo milione nel frattempo). Per questo quando ad agosto la Grecia uscirà dal terzo programma di assistenza della Ue e del Fondo monetario internazionale, dopo 14 manovre di austerità, la tentazione a Bruxelles, a Berlino o negli ambienti di governo ad Atene era evidente: congratularsi con se stessi per essere arrivati fin qui. Almeno, finanziariamente ancorati a qualcosa.
Se mai fosse stata una piccola festa
, ora sarà impossibile. 
Di fronte a catastrofi come quella di ieri in Attica, affrettarsi a dare giudizi e sentenze di colpevolezza non ha senso. Però, quando il fumo si sarà dissipato, i fatti conosciuti probabilmente susciteranno alcune domande. L’ultimo taglio al ministero della Protezione civile, dal quale dipendono i vigili del fuoco in Grecia, è arrivato con il quattordicesimo pacchetto di austerità a primavera dell’anno scorso. L’area della sorveglianza antincendio ha perso allora 34 milioni di euro, distribuiti fra il personale e i mezzi.
È difficile dire oggi se quell’ennesima sforbiciata su un’infrastruttura civile del Paese 
spieghi, almeno in parte, ciò che riferiscono alcuni testimoni dall’area più colpita dalle fiamme: a lungo non si è visto nessun intervento, niente elicotteri o aerei antincendio, nessun piano di evacuazione. I vigili del fuoco sono arrivati molto dopo. A migliaia fra loro a febbraio del 2017 avevano manifestato ad Atene perché la fine dei contratti a termine stava riducendo il loro numero da 12 mila a 8 mila. Da allora sono stati riassunti circa metà di coloro che erano stati fatti scadere. Ma quella di ieri è solo la più grave, non la prima volta che le loro squadre si trovano senza mezzi né preparazione per gestire l’aggressione del fuoco attorno ad Atene. Era già successo nel luglio 2015 e di nuovo 11 mesi fa.
Proprio in quel momento tre ricercatori greci, guidati da Fotis Chatzitheodoridis
, stavano pubblicando uno studio sui pompieri del loro Paese in una rivista internazionale di nutrizione. Risultati: il 79% fra gli addetti delle squadre antincendio risultava sovrappeso o obeso, due su tre confessavano di essere passati negli ultimi anni ad alimenti meno sani a causa dei tagli ai salari. Non è il simbolo di cui la Grecia aveva bisogno proprio adesso, ma ricorda la fragilità di un Paese che arriva prostrato a questo punto di svolta. Il lento ritorno alla normalità è la superficie. Qualunque evento si discosti da essa può riportare un’intera nazione fra i suoi fantasmi.
24 luglio 2018 

lunedì 16 luglio 2018

LA FISCALITA' DI VANTAGGIO E' UN POTENTE MOTORE DI SVILUPPO ECONOMICO: IL CASO PORTOGALLO CON ESENZIONE FISCALE PER PENSIONI E FLAT TAX PER PARTICOLARI PROFESSIONI E IMPRESE - ALTRO CHE "IN EUROPA NON SE POL" !- COSA SI ASPETTA PER LA NO TAX AREA DI TRIESTE IN AGGIUNTA AI PUNTI FRANCHI DOGANALI ?


Il Corriere della Sera oggi pubblica un paginone sullo sviluppo economico creato in Portogallo dalla "fiscalità di vantaggio" (clicca QUI): quella stessa cui si opponevano fino a ieri le vestali della UE accusando di "populismo" chi, come noi, proponeva l' uso produttivo dei Punti Franchi del "Porto Franco Internazionale di Trieste" cui è necessario aggiungere una No Tax Area fiscale.
Molti sanno già che trasferendosi per 6 mesi in Portogallo non pagherebbero le esose tasse italiane.
Ma ci sono anche vantaggi per le imprese che scelgono di insediarsi in Portogallo.
Sono due anni che si sta parlando della No Tax Area di Trieste: cosa si sta aspettando?
Ecco il testo dell' articolo.

LISBONA, IL FISCO E NOI
Federico Fubini per il “Corriere della Sera”

PENSIONATI IN FUGA DALL' ITALIA

E’ una delle libertà dell' Europa e fra italiani e portoghesi abbiamo deciso di approfittarne. Ci scambiamo persone. La contabilità degli ultimi eventi dice che lo stiamo facendo al ritmo di 4.300 a una. Ieri è atterrato a Torino il portoghese più celebre, Cristiano Ronaldo: grazie a una misura introdotta dal passato governo, pagherà 100 mila euro di tasse l' anno sui 50 milioni di diritti che guadagna dalle società ai Caraibi che trattano i suoi diritti d' immagine.

Intanto nei giorni scorsi il «Servizio degli stranieri e delle frontiere» di Lisbona ha fatto sapere che nel 2017 l' afflusso di italiani in Portogallo ha registrato un aumento più rapido di quello di qualunque altra nazionalità. Quei 4.300 italiani arrivati l' anno passato (una crescita del 50% sul 2016) sono andati a rafforzare le fila di una comunità che si sta espandendo sempre più in fretta. I nostri connazionali nel Paese erano poche centinaia qualche anno fa, sono 13 mila oggi.

È attraverso questi fenomeni che le migrazioni interagiscono con la chimica della ripresa, o la sua assenza. Non che se ne parli troppo in Europa, anzi. Fin qui il dibattito nell' area euro si è concentrato quasi solo sul concetto di «competitività»: il mettersi in grado di produrre certi beni e servizi a prezzi tali che, data la loro qualità, si trovino compratori. Però se la qualità di una parte importante dei prodotti di un Paese è replicabile altrove a costi minori, occorre una compressione dei salari e un rischio di deflazione che minaccia la sostenibilità dei debiti pubblici e privati.

Assente dalle discussioni è rimasta invece l'idea della «densità» che invece i portoghesi hanno colto. Perché un Paese prosperi entro i vincoli di una banca centrale che non può tener conto solo delle sue esigenze e con un bilancio pubblico rigido, serve materia prima: le persone. Bisogna attrarre il tipo di popolazione che permetta a una società di funzionare dopo una crisi: donne e uomini in grado di produrre molto valore con il loro lavoro; abitanti con potere d'acquisto, che tengano vivo il sistema dei servizi; residenti ricchi o semplicemente anziani che comprino case.

È anche grazie a questi ultimi che il valore degli immobili sale malgrado il declino demografico; ma poiché a quel punto migliorano anche i bilanci delle banche che hanno immobili in garanzia, l'accesso di famiglie e imprese al credito diventa più facile. La densità innesca spirali positive, la sua carenza l'opposto.

Questa è una differenza fra Ronaldo e quei 4.300 italiani, e fra Italia e Portogallo. Perché gli sgravi italiani attraggono poco più di cento ricchissimi come l'attaccante, quelli lusitani decine di migliaia di donne e uomini del ceto medio. Eppure i due Paesi hanno storie, per certi aspetti, parallele: entrambi emergono dalla loro recessione più grave con un debito pubblico da poco arrivato attorno al 130% del Pil.

Per entrambi la crescita è stata sempre sotto la media dell'area euro. Entrambi vivono un declino demografico profondo, con popolazione in calo: sono fra gli ultimi in Europa per la quota di abitanti sotto i 15 anni, al vertice per la quota sopra ai 65 anni, entrambi hanno visto emigrare centinaia di migliaia di giovani e in entrambi le nascite sono ai minimi europei di 1,3 figli per donna. Tutti e due hanno anche visto arrivare al potere partiti «anti-sistema». A Lisbona il presidente Anibal Cavaco Silva nel 2015 fece promettere al socialista Antonio Costa, prima di permettere il suo governo con i comunisti, che sarebbe rimasto nella Ue. A Roma, il ruolo del Quirinale è noto.

La differenza è che il Portogallo ha reagito. Ha fatto leva sulla natura aperta dello spazio europeo e, a giudicare dalla forza della ripresa, funziona. Precedenti governi, socialisti e conservatori, avevano già assunto i migliori tributaristi di Lisbona per disegnare sgravi fiscali volti ad attrarre quegli stranieri che servono al Paese per ricostituire la propria densità. La più nota è la parte del regime «per i residenti non-abituali» rivolta di fatto ai pensionati europei del ceto medio.

Si pagano zero imposte sui redditi maturati all'estero purché gli interessati trasferiscano la loro residenza in Portogallo; la sola condizione è vivere sei mesi l'anno nel Paese o disporre di una casa «che permetta di presumere l'intenzione di tenerla e occuparla come residenza abituale». Insomma basta comprare o affittare metri quadri in modo credibile. I francesi «residenti» nel 2017 sono saliti del 35% a 15 mila, i britannici del 15%.

Per i «residenti non-abituali» c'è poi una flat tax al 20% sui redditi maturati in Portogallo in una cinquantina di categorie di lavoratori della conoscenza: esperti di software, cantanti, chirurghi, universitari, esperti di finanza, top manager. Questo sgravio ha trasformato il quartiere di Lisbona nato con Expo 1998 in un distretto tecnologico, non solo per startup: Microsoft, Apple, la sudafricana Naspers, le banche francesi Bnp Paribas o Natixis, il gruppo Usa Vestra e vari altri attraggono in riva al Tago neo-laureati da tutta Europa in periferie pochi anni fa desolate, oggi percorse da un'atmosfera elettrica.

Le mancate entrate fiscali legate a tutti questi sgravi valevano 111 milioni nel 2014 e già quattro volte di più l' anno scorso. In proporzione farebbero 3,7 miliardi per l'Italia, ma si tratta comunque di risorse di nuovi residenti in più: non danneggiano il deficit.

Né lo danneggia il programma di visti permanenti in Portogallo (dunque nella Ue) a non residenti da Paesi terzi come Cina, Russia, Sudafrica o Brasile: basta acquistare un immobile da mezzo milione, o depositare un milione in una banca lusitana per cinque anni, oppure creare dieci posti di lavoro. Questo schema in sei anni ha già generato 16 mila visti e investimenti dall' estero pari al 2% del Pil. Così il Portogallo a guida «anti-sistema» ha fatto dell' immigrazione un' arma - certo, non la sola - per tornare a crescere a un ritmo quasi doppio rispetto all' Italia. E chissà che da Roma qualcuno non decida di alzare lo sguardo e pensarci un po' su

Luglio 2016: annunci sulla No Tax Area a Trieste finiti nel dimenticatoio (insieme a tanti altri: a partire da quelli innumerevoli su Porto Vecchio):





martedì 3 luglio 2018

L' ITALIA FAREBBE MEGLIO AD USCIRE DALL' EURO: UN ARTICOLO DI JOSEPH STIGLITZ, NOBEL PER L' ECONOMIA - E TRIESTE ?


Il 26 giugno scorso è stato pubblicato un importante articolo dell' autorevole economista Joseph Stiglitz, Nobel per l' economia e famoso esponente americano della scuola neokeynesiana e che, prima che la sinistra riformista italiana vendesse l' anima al neoliberismo, ne era considerato un importante riferimento in campo economico.

Ora al solo parlare di "piani B" per la fuoriuscita dall' euro si viene tacciati istericamente di populismo, sovranismo, fascioleghismo, fasciocomunismo e altri presunti orribili crimini come è toccato al povero Paolo Savona, keynesiano pure lui.


Pubblichiamo per intero l' articolo per contribuire al dibattito con un parere universalmente riconosciuto come autorevole.

Riguardo TRIESTE però consentiteci delle brevi note.
Se è vero che l' Italia non è in grado di reggere economicamente l' Euro, che è una moneta che va bene per la Germania e l' Europa del Centro e del Nord, Trieste che è il Porto Franco della Mitteleuropa deve considerare la sua speciale condizione.

Abbiamo sempre sostenuto che se Trieste desidera essere organica all' Europa Centrale, come è nel suo DNA, mantenendone le istituzioni economiche, i legami e la moneta comune, non può far parte dell' Italia che invece con l' euro è destinata a naufragare.

Non è concepibile un' Europa di Mezzo (Kerneuropa) di cui farebbero parte cartamente Austria e Slovenia ma non Trieste con il suo porto nuovamente separato da sistemi economici diversi e nuovi confini.

E' l' eterna contraddizione fra Trieste annessa all' Italia da cent' anni ma mai integrata veramente nel suo mercato e nel suo sistema politico - economico, in cui è anzi totalmente marginale e periferca, mentre tuttora il suo Porto Franco lavora per il 90% con l' Europa Centrale di cui la nostra città fa parte geopoliticamente, economicamente, strategicamente e storicamente (e pure architettonicamente).


Risolvere questo problema, anche costruendo forme nuove e speciali di autonomia, è la base per il nostro futuro.

E bisogna dibatterne, come per l' euro, senza paura degli anatemi delle stolide vestali del "politically correct".

Di seguito la nostra traduzione dell' articolo di Joseph Stiglitz (per l' originale clicca QUI)

Qual è il modo migliore per lasciare l'euro?
Questa domanda è tornata sul tavolo dopo che un governo euroscettico ha preso il comando in Italia.
Sì, i ministri chiave si sono impegnati a mantenere il paese nella zona di valuta comune dell'UE. Ma quegli impegni non dovrebbero essere considerati immutabili. Devono essere considerati nel contesto della più ampia posizione di contrattazione italiana: il nuovo governo vuole chiarire che non si tratta solo di una narrazione. Preferirebbe rimanere all'interno dell'eurozona, ma vuole un cambiamento.
I nuovi leader italiani hanno ragione a pensare che l'eurozona ha un forte bisogno di riforme.
L'euro è stato viziato dal suo concepimento.
Per paesi come l'Italia, sono stati eliminati due meccanismi chiave di regolazione: il controllo dei tassi di interesse e dei tassi di cambio. E invece di mettere qualcosa al loro posto, ha introdotto strette restrizioni sui debiti e sui deficit - ulteriori ostacoli alla ripresa economica.
Il risultato per la zona euro è stato una crescita più lenta, e soprattutto per i paesi più deboli al suo interno. L'euro avrebbe dovuto inaugurare una maggiore prosperità, che a sua volta avrebbe portato a un rinnovato impegno per l'integrazione europea. Ha fatto esattamente l'opposto, aumentando le divisioni all'interno dell'UE, in particolare tra paesi creditori e debitori.
Le fratture risultanti hanno anche reso più difficile risolvere altri problemi, in particolare la crisi migratoria, in cui le norme europee impongono un onere ingiusto ai paesi in prima linea nel ricevere migranti, come la Grecia e l'Italia. E questi sono proprio i paesi debitori, già afflitti da difficoltà economiche. Non c'è da stupirsi che ci sia una ribellione.
La resistenza tedesca
 Ciò che deve essere fatto è ben noto. Il problema è la riluttanza della Germania a farlo. L'eurozona ha da tempo riconosciuto la necessità di un'unione bancaria. Ma Berlino ha insistito sul rinvio della riforma chiave - un'assicurazione comune sui depositi - che ridurrebbe la fuga di capitali dai paesi deboli: la fuga di capitali è stato un fattore chiave per spiegare la profondità della crisi nei paesi in crisi.
La Grecia è stata strangolata dalla Banca centrale europea. Ma non era necessario.
Le politiche economiche interne della Germania aggravano i problemi della zona euro.
La principale sfida economica affrontata dai paesi in un'unione monetaria è l'incapacità di adeguare i tassi di cambio disallineati. Nell'eurozona, l'onere dell'adeguamento è attualmente imposto ai paesi debitori, che già soffrono di bassa crescita e reddito.
Se la Germania avesse una politica fiscale e salariale più espansiva, una parte della pressione verrebbe spostata da questi paesi.
Se la Germania non è disposta a prendere le misure necessarie per migliorare l'unione monetaria, dovrebbe fare la cosa migliore: lasciare la zona euro .
Come notoriamente ha detto George Soros: la Germania dovrebbe guidare o andarsene.
Con la Germania (e forse altri paesi dell'Europa settentrionale) fuori dall'unione monetaria, il valore dell'euro si ridurrebbe e le esportazioni dell'Italia e di altri paesi dell'Europa meridionale aumenterebbero. La principale fonte di disallineamento sarebbe sparita.
Allo stesso tempo, l'aumento del tasso di cambio della Germania farebbe molto per curare uno degli aspetti più destabilizzanti dell'economia globale: il surplus commerciale della Germania.
Perché andarsene
ll guaio, naturalmente, è che la Germania si rifiuta ostinatamente di intraprendere uno dei due percorsi che ha davanti (restare e assumersi veramente la responsabilità di dirigere l’ eurozona oppure andarsene ndr).
Ciò lascia i cittadini di paesi come la Grecia e l'Italia con una scelta che non dovrebbero dover fare: tra l'appartenenza all'eurozona e la prosperità economica.
Un governo greco timido e inesperto ha scelto di rimanere nell'unione monetaria. Il risultato è stata la stagnazione. Nel 2015 il PIL del paese era crollato del 25 percento rispetto al livello precedente alla crisi. Da allora, si è appena mosso.
La sfida, ovviamente, sarà trovare un modo per lasciare la zona euro che minimizzi i costi economici e politici. L'Italia ha l'opportunità di fare una scelta diversa.
In assenza di riforme significative, i benefici per l'Italia di lasciare l'euro sono chiari, evidenti e considerevoli. Un cambio più basso consentirà all'Italia di esportare di più. I consumatori sostituiranno le importazioni con merci italiane. I turisti troveranno il paese una destinazione ancora più attraente.
Tutto ciò stimolerà la domanda e farà aumentare le entrate del governo.
Aumenterà la crescita e l'alto tasso di disoccupazione in Italia (11,2%, con il 33,1% di disoccupazione giovanile) diminuirà.
Ovviamente ci sono molte altre cause del malessere dell'Italia, che al massimo saranno parzialmente risolti lasciando l'euro.
Governi come quelli del presidente degli Stati Uniti Donald Trump o dell'ex primo ministro italiano Silvio Berlusconi - dominato da cacciatori di renditesenza alcuna comprensione delle vere basi della crescita sostenibile a lungo termine - non forniscono la leadership politica necessaria per una crescita forte e sostenibile.
Allo stesso tempo, tuttavia, la crescita lenta e disuguale che l'Italia ha sperimentato come risultato dell'euro certamente fornisce un terreno fertile per questipopulisti.
Ci sarebbero anche ulteriori vantaggi politici. Un'Italia più prospera avrebbe maggiori possibilità di cooperare in altri settori chiave in cui l'Europa ha bisogno di lavorare insieme: migrazione, una forza di difesa europea, sanzioni contro la Russia, politica commerciale.
Le politiche commerciali o di migrazione producono benefici per l'intero continente, ma creano anche dei perdenti- e i vincoli fiscali imposti dall'eurozona hanno reso quasi impossibile fornire a quei perdenti adeguate protezioni.
Un'Italia al di fuori dell'eurozona sarebbe in una posizione migliore per condividere i benefici delle sue politiche internazionali, mitigando i danni a loro associati.
Come fare?
La sfida, ovviamente, sarà trovare un modo per lasciare la zona euro che minimizzi i costi economici e politici.
Una massiccia ristrutturazione del debito, fatta con cautela e particolare attenzione alle conseguenze per le istituzioni finanziarie nazionali, sarà essenziale. Senza una tale ristrutturazione, l'onere del debito denominato in euro salirebbe, compensando possibilmente gran parte dei potenziali guadagni.
Di solito le ristrutturazioni sono una parte normale delle grandi svalutazioni. A volte sono fatte in modo silenzioso e oscuro - come quando gli Stati Uniti hanno eliminato il gold standard (convertibilità del dollaro in oro ndr). 

A volte sono fatte più apertamente, come in Islanda e in Argentina, con i debitori che dichiarano il default.
Ma tali ristrutturazioni del debito dovrebbero essere viste come un rischio intrinseco dell'investimento transfrontaliero, una delle ragioni per cui le obbligazioni "straniere" spesso danno un maggior “premio di rischio” (cioè maggiori interessi ndr).
Da un punto di vista economico, la cosa più semplice da fare sarebbe che le entità italiane (governi, società e individui) ridenominino semplicemente i debiti dall'euro nella “nuova lira”.
Tuttavia, a causa delle complessità giuridiche all'interno dell'UE e degli obblighi internazionali dell'Italia, potrebbe essere preferibile adottare una legge sul fallimento con un super-Capitolo 11, consentendo un rapido ricorso alla ristrutturazione del debito a qualsiasi entità per la quale la nuova valuta creasse gravi problemi economici. Le leggi sulla bancarotta restano un'area di competenza di ciascuno degli Stati nazionali dell'UE.
L'Italia potrebbe persino scegliere di non annunciare che sta lasciando l'euro.
Potrebbe semplicemente emettere dei “buoni” (ad esempio titoli di stato) che dovrebbero essere accettati come pagamento per qualsiasi obbligo di debito in euro.
Una diminuzione del valore di queste obbligazioni equivarrebbe a una svalutazione.
Ciò ripristinerebbe allo stesso tempo l'efficacia della politica monetaria italiana: i cambiamenti nella politica della banca centrale influenzerebbero il valore delle obbligazioni.
Strilli e  pianti
Naturalmente, ci sarebbero strilli e proteste degli altri membri dell'eurozona.
Introdurre una moneta parallela, anche in modo informale, violerebbe quasi certamente le regole della zona euro e sarebbe certamente contro il suo spirito.
Ma in questo modo, l'Italia lascerebbe agli altri membri dell'eurozona la decisione di espellerla.
Roma potrebbe correre il rischio che i membri irritabili dell'unione monetaria non adottino mai azioni così forti, poiché ciò confermerebbe lo sfilacciamento della zona euro. Allora l'Italia avrebbe avuto la sua fetta di torta e l'avrebbe mangiata anche lei.
Rimarrebbe parte della zona euro, ma avrebbe compiuto una svalutazione.
E se l'Italia avesse perso la scommessa, l'onere politico di abbandonare la zona euro sarebbe ricaduto sui suoi "partner". Sarebbero stati loro a fare il passo finale.
La Grecia è stata strangolata dalla Banca centrale europea. Ma non doveva accadere. Atene era già ben avviata nella creazione dell'infrastruttura (un meccanismo di pagamento elettronico con “nuova dracma”) che avrebbe facilitato una transizione dall'eurozona.
I progressi tecnologici negli ultimi tre anni rendono la creazione di sistemi di moneta elettronica sempre più semplici ed efficaci.
Se l'Italia decidesse di usarne una, non avrebbe nemmeno dovuto affrontare le difficoltà di stampare nuova valuta.
L'Italia potrebbeanche ridurre i danni della sua uscita dall’ euro coordinandola con altri paesi in una posizione simile.
Il gruppo eterogeneo di paesi che ora forma la zona euro è lontano da ciò che gli economisti chiamano un'area valutaria ottimale. C'è troppa diversità, troppe differenze, per farlo funzionare in assenza di migliori assetti istituzionali tipo quelli su cui la Germania ha posto il veto.
Una zona euro meridionale sarebbe molto più vicina a un'area valutaria ottimale. E qualora fosse difficile organizzare una partenza coordinata in un breve periodo di tempo, se l'Italia riuscisse a uscire dall'euro con successo, ne seguirebbero quasi sicuramente altre.
Costi e benefici
Per essere sicuri, non bisogna sottovalutare i costi di una grande svalutazione. Qualsiasi grande cambiamento in un prezzo-chiave in un'economia rappresenta una perturbazione significativa.
Il prezzo del cambio estero è, ovviamente, fondamentale in qualsiasi economia aperta. Ha effetti a catena sui prezzi di tutti i beni e servizi. Alcune aziende - forse molte - falliranno. Alcuni - forse molti - vedranno il declino dei loro redditi reali.
 Ma è altrettanto importante non sottovalutare i costi del malessere attuale in Italia. Se l'economia italiana avesse trascorso i 20 anni dalla crescita dalla creazione dell'euro al tasso medio della zona euro, il suo PIL sarebbe ora del 18% più alto.
Il costo della disoccupazione persistente, specialmente tra i giovani, è enorme. I giovani tra i 20 ei 30 anni dovrebbero affinare le loro abilità nella formazione sul posto di lavoro. Invece, sono seduti a casa oziosi, molti di loro sviluppano un risentimento verso le élite e le istituzioni che incolpano per la loro situazione. La conseguente mancanza di formazione del capitale umano ridurrà anche la produttività per gli anni a venire. In un mondo ideale, l'Italia non dovrebbe lasciare l'eurozona. L'Europa potrebbe invece riformare l'unione valutaria e fornire una migliore protezione a coloro che sono danneggiati dal commercio e dalla migrazione. Tuttavia, in assenza di un cambio di direzione da parte dell'UE nel suo complesso, l'Italia deve ricordare che ha un'alternativa alla stagnazione economica e che ci sono modi per uscire dall'eurozona in cui i benefici probabilmente supererebbero i costi.
Se il nuovo governo italiano dovesse navigare con successo verso tale uscita, l'Italia starebbe meglio. E così sarebbe il resto dell'Europa.

Joseph Stiglitz è un economista premiato con il premio Nobel e un professore alla Columbia University. È l'autore di "L'Euro: come una moneta comune minaccia il futuro dell'Europa" (USA Norton, 2016- Italia Einaudi 2017). Le sue numerose opere sono state pubblicate in Italia da Einaudi.
 Il POLITICO Global Policy Lab è un progetto di giornalismo collaborativo che cerca soluzioni a pressanti problemi politici
.

Di seguito il testo originale in inglese con i link di approfondimento

What’s the best way to leave the euro?
That question is now back on the table after a Euroskeptic government 
took charge in Italy. Yes, key ministers have pledged to keep the country in the EU’s common currency area. But those commitments should not be seen as immutable. They must be considered in the context of Italy’s broader bargaining position: The new government wants to make it clear that it is not just a spoiler. It would prefer to stay within the eurozone, but it wants change.
Italy’s new leaders are right that the eurozone is badly in need of reform. The euro has been flawed since its conception. For countries like Italy, it took away two key adjustment mechanisms: control over interest rates and exchange rates. And instead of putting anything in their place, it introduced tight strictures on debts and deficits — further impediments to economic recovery.
The result for the eurozone has been slower growth, and especially for the weaker countries within it. The euro was supposed to usher in greater prosperity, which in turn would lead to renewed commitment to European integration. It has done just the opposite — increasing divisions within the EU, especially between creditor and debtor countries.
The resulting schisms have also made it harder to solve other problems, most notably the migration crisis, where European rules impose an unfair burden on the frontline countries receiving migrants, such as Greece and Italy. These also just so happen to be the debtor countries, already plagued with economic difficulties. No wonder there is a rebellion.
German resistance
What needs to be done is well known. The problem is Germany’s reluctance to do it.
The eurozone has long recognized the need for a banking union. But Berlin has insisted on postponing the key reform — a common deposit insurance — that would reduce capital flight from weak countries: Capital flight was a key factor in explaining the depth of the downturn in the crisis countries.
Greece gave into being strangled by the European Central Bank. But it didn’t have to.
Germany’s domestic economic policies aggravate the eurozone’s problems. The key economic challenge faced by countries in a currency union is the inability to adjust misaligned exchange rates. In the eurozone, the burden of adjustment is currently imposed on the debtor countries, already suffering from low growth and incomes. If Germany had a more expansionary fiscal and wage policy, some of the pressure would be shifted off of these countries.
If Germany is unwilling to take the basic steps needed to improve the currency union, it should do the next best thing: Leave the eurozone. As George Soros famously put it, Germany should either lead or leave. With Germany (and possibly other Northern European countries) out of the currency union, the value of the euro would decline, and exports of Italy and other Southern European countries would increase. The major source of misalignment would be gone. At the same time, the increase in Germany’s exchange rate would go a long way to curing one of the most destabilizing aspects of the global economy: Germany’s trade imbalance.
Why leave
The trouble, of course, is that Germany obstinately refuses to take either of the two paths forward. That leaves citizens in countries like Greece and Italy with a choice they shouldn’t have to make: between membership in the eurozone and economic prosperity.
A timid and inexperienced Greek government chose to stay in the currency union. The result was stagnation. By 2015 the country’s GDP had plunged 25 percent from its pre-crisis level. Since then, it has barely budged.
The challenge, of course, will be to find a way to leave the eurozone that minimizes the economic and political costs.
Italy has the opportunity to make a different choice. In the absence of meaningful reforms, the benefits for Italy of leaving the euro are clear, straightforward and considerable.
A lower exchange rate will allow Italy to export more. Consumers will substitute Italian-made goods for imports. Tourists will find the country an even more attractive destination. All of this will stimulate demand and increase government revenues. Growth will increase, and Italy’s high level of unemployment (11.2 percent, with 33.1 percent youth unemployment) will decrease.
There are, of course, many other reasons for Italy’s malaise, and these will be at most only partially addressed by leaving the euro. Governments like those of U.S. President Donald Trump or former Italian Prime Minister Silvio Berlusconi — dominated by corrupt rent-seekers with no understanding of the true bases of sustainable long-term growth — do not provide the political leadership necessary for strong and sustainable growth.
At the same time, however, the slow and unequal growth that Italy has experienced as a result of the euro almost surely provides fertile ground for such populists.
There would be further political benefits too. A more prosperous Italy would be more likely to cooperate in other key areas in which Europe needs to work together: migration, a European defense force, sanctions against Russia, trade policy.
Trade or migration policies produce benefits for the entire country, but there are also losers — and the fiscal constraints imposed by the eurozone have made it all but impossible to provide those losers with adequate protections. An Italy outside the eurozone would be better positioned to share the benefits of its international polices, while mitigating the pain associated with them.
How to do it
The challenge, of course, will be to find a way to leave the eurozone that minimizes the economic and political costs. A massive debt restructuring, carefully done, with special attention to the consequences for domestic financial institutions, will be essential. Without such a restructuring, the burden of euro denominated debt would soar, offsetting possibly a large part of the potential gains.
Such restructurings are a normal part of large devaluations. Sometimes it’s done quietly and obscurely — as when the U.S. went off the gold standard. Sometimes it’s done more openly, as in Iceland and Argentina, with debtors crying foul. But such debt restructurings should be viewed as an inherent risk of cross-border investing, one of the reasons that “foreign” bonds often yield a risk premium.
From an economic perspective, the easiest thing to do would be for Italian entities (governments, corporations and individuals) to simply redenominate debts from euros into new lira. But because of legal complexities within the EU, and because of Italy’s international obligations, it may be preferable to enact a super-Chapter 11 bankruptcy law, providing expeditious recourse to debt restructuring to any entity for whom the new currency presents severe economic problems. Bankruptcy laws remain an area within the purview of each of the nation states of the EU.

Italy could even choose not to announce that it’s leaving the euro. It could simply issue script (say government bonds) that would have to be accepted as payment for any euro debt obligation. A decrease in the value of these bonds would be tantamount to a devaluation. This would at the same time restore the efficacy of Italy’s monetary policy: Changes in central bank policy would affect the value of the bonds.

Hue and cry

Of course, there would be a hue and cry from other members of the eurozone. Introducing a parallel currency, even informally, would almost certainly violate the eurozone’s rules and certainly be against its spirit. But this way, Italy would leave it to the other members of the eurozone to decide to expel it.
Rome could take the chance that the fractious members of the currency union would never take such strong action, since that would confirm the fraying of the eurozone. Then Italy would have its cake and eat it too. It would remain part of the eurozone but would have accomplished a devaluation.
And if Italy lost the wager, the political onus of its leaving the eurozone would be more clearly on its “partners.” They would be the ones who took the final step.
Greece gave into being strangled by the European Central Bank. But it didn’t have to. Athens was already well into creating the infrastructure (an electronics payment mechanism under the new drachma) that would have eased a transition out of the eurozone.
Advances in technology over the past three years make creating electronic currency systems all the easier and more effective. Should Italy choose to use one, it wouldn’t even have to face the difficulties of printing new currency.
Italy could also blunt some of the pain of its departure if it were to coordinate its exit with other countries in a similar position.
The motley group of countries that now forms the eurozone is far from what economists call an optimal currency area. There is just too much diversity, too many differences, to make it work without better institutional arrangements of the kind that Germany has vetoed.
A southern eurozone would be far closer to an optimal currency area. And while it would be difficult to arrange a coordinated departure in a short period of time, if Italy successfully manages its way out of the euro, others will almost surely follow.

Costs and benefits

To be sure, one shouldn’t underestimate the costs of a large devaluation. Any large change in a key price in an economy is a significant perturbation.
The price of foreign exchange is, of course, pivotal in any open economy. It has knock-on effects on the prices of all goods and services. Some — perhaps many — firms will go bankrupt. Some — perhaps many — individuals will see their real incomes decline.
But it’s equally important not to underestimate the costs of Italy’s current malaise. If Italy’s economy had spent the 20 years since the euro’s creation growing at the rate of the eurozone as a whole, its GDP would be 18 percent higher.
The cost of persistent unemployment, especially among its youth, is enormous. Young people in their 20s and early 30s should be honing their skills in on-the-job training. Instead, they are sitting home idle, many of them developing a resentment toward the elites and the institutions they blame for their predicament. The resulting lack of formation of human capital will also dampen productivity for years to come.
In an ideal world, Italy wouldn’t have to leave the eurozone. Europe could instead reform the currency union and provide better protection for those adversely affected by trade and migration.
But in the absence of a change of direction by the EU as a whole, Italy needs to remember that it has an alternative to economic stagnation and that there are ways of leaving the eurozone in which the benefits would likely exceed the costs.
If the new Italian government were to successfully navigate such an exit, Italy would be better off. And so would the rest the Europe.
Joseph Stiglitz is a Nobel-prize winning economist and a professor at Columbia University. He is the author of “The Euro: How a Common Currency Threatens the Future of Europe” (W.W. Norton, 2016).
The POLITICO Global Policy Lab is a collaborative journalism project seeking solutions to pressing policy problems.

martedì 26 giugno 2018

IL “PIANO B” PER TRIESTE: DIALOGARE CON LA NUOVA GIUNTA REGIONALE E IL NUOVO GOVERNO PER OTTENERE IL “CANTONE AUTONOMO DI TRIESTE” – Il presidente Fedriga e la ministro per le regioni Stefani alla prova dei fatti .


Diciamolo chiaramente: Trieste è nata come porto della Mitteleuropa e solo come porto e sbocco al mare della Mitteleuropa può prosperare.
Non si è mai integrata nel sistema economico e politico italiano, che ha interessi nazionali divergenti dai nostri, e tuttora il 90% delle merci, solide o liquide, che transitano per il Porto Franco Internazionale di Trieste sono destinate all’ Europa centrale.

L’ Italia è in una situazione di crisi gravissima e Trieste è l’ ultimissimo dei suoi immensi problemi.

La situazione ideale per Trieste sarebbe quella di “Citta Stato” portuale ma nelle condizioni attuali degli equilibri internazionali risolvere residui problemi di sovranità nazionale in questa area strategica del mondo non è possibile in tempi ragionevoli.

La sovranità nazionale in questa epoca sta perdendo significato soppiantata dalla crescente importanza dalle connessioni funzionali tra città e territori che si autogovernano con la massima autonomia possibile (clicca QUI).


Intanto che la crisi italiana si sviluppa non possiamo assistere inerti alla decadenza e alla distruzione economica e civile della nostra città trascinata in un naufragio che non ci appartiene.

Una forte autonomia, sul modello della Provincia Autonoma di Bolzano, ovvero l’ Autogoverno su competenze amministrative, fiscali ed economiche più estese possibile, è la scialuppa di salvataggio indispensabile nel breve periodo e la necessaria piattaforma di partenza per ulteriori sviluppi.

Questo è l'obiettivo principale in questo momento e al suo ottenimento sono finalizzate alleanze e iniziative politiche.

La Mitteleuropa si sta riaggregando, in un
processo simile a quello previsto per la formazione della “Kerneuropa” in Germania fin dagli anni ‘90.
Trieste non può restare estranea a questo processo che coinvolge Baviera, Austria, Ungheria e gran parte del suo entroterra naturale.
La sua ambizione dev’ essere di farvi parte, diventandone lo sbocco al mare, conservando la più ampia autonomia possibile.



Il nuovo governo italiano e la nuova presidenza della Regione, sovranisti o meno, stanno aprendo grandi spazi alle autonomie, a partire da quella conseguente al referendum del Veneto dello scorso 22 ottobre: questo è utile alla nostra città.

Noi siamo favorevoli a questo processo di crescita delle autonomie e sosteniamo chi lo porta avanti.
Anche se  in modo vigile e non acritico: non dobbiamo sposarci ma aprire un rapporto dialettico per perseguire obiettivi comuni.

1)      Istituzione dei 5 Cantoni regionali, organi amministrativi elettivi territoriali annunciati fin dalla campagna elettorale

2)      Aumento di competenze amministrative e fiscali alla Regione fino alle 23 previste dal titolo V della costituzione italiana, ovviamente con i relativi fondi e trattenuta delle tasse fino al 90% come richiesto dallo stesso Veneto.

3)      Delega "a cascata" delle competenze regionali acquisite al Cantone Autonomo di Trieste che inizi ad Autogovernare il nostro Territorio.

   Il tutto adesso è praticabile e relativamente veloce, viste anche le maggioranze parlamentari e l' allineamento politico di Regione, Governo e, in parte, Comune.

Il processo geopolitico di riaggregazione della Mitteleuropa, così come l’ attività del nuovo governo italiano e della nuova giunta regionale, vengono demonizzati sulla stampa "politically correct" (Piccolo del gruppo Repubblica in testa) e definiti come “onda sovranista”, “onda nera” ecc.

Se il processo di riaggregazione della Mitteleuropa, e dello sviluppo delle autonomie in Italia, non avviene sotto l’ egida della “sinistra” è solo perché si è autoesclusa per seguire le sirene del neoliberismo imperante tra i tecnocrati della UE e praticare il neocentralismo che il PD aveva condensato nella “riforma costituzionale” bocciata con il referendum.


Tutto ciò che non è allineato con gli interessi e l’ ideologia delle èlite viene diffamato come “populismo” e “onda nera”.

Per inciso, l' "Italia rossa" - di cui si lamenta la perdita nei ballottaggi del 24 giugno - non c' era più da un pezzo: almeno da quando le “sinistre” di governo avevano cessato di difendere gli interessi di lavoratori e ceti medi impoveriti per diventare baluardi di difesa del neoliberismo e delle folli politiche di austerity dettate da Bruxelles. 
E che i cittadini lo abbiano capito lo si è visto in tutte le recenti tornate elettorali.

Per cui niente complessi: “non importa se il gatto è rosso o nero, l’ importante è che acchiappi i topi” e ci porti quanto prima il Cantone Autonomo di Trieste e la trattenuta delle tasse sul territorio, trampolino per ulteriori sviluppi.

MANIFESTO PER TRIESTE INTERNAZIONALE, AUTONOMA DALL’ ITALIA MA CONNESSA CON IL MONDO: CLICCA QUI



venerdì 15 giugno 2018

SONDAGGIO (fino a martedì 19/6) : VOLETE TRIESTE PORTO FRANCO DELLA MITTELEUROPA O DELL’ ITALIA?


La Baviera, da sempre autonomista, va più d' accordo con l'Austria che non con la Germania della Merkel: tanto che la stampa bavarese ipotizza la nascita della "Alpenrepublik" austro-bavarese che però non avrebbe uno sbocco al mare. E' probabile che se questo progetto si realizzerà altre regioni si aggregheranno: dalla Boemia all' Ungheria, alla Slovenia.
PENSATE CHE TRIESTE FAREBBE MEGLIO AD AGGREGARSI PER TORNARE AD ESSERE IL PORTO FRANCO DELLA MITTELEUROPA OPPURE DOVREBBE ANZITUTTO PRESERVARE L’ “UNITA’ D’ ITALIA” ?
Partecipate al sondaggio abbassando il cursore a destra e cliccando la risposte:
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#Bayxit - IL SEPARATISMO DELLA BAVIERA SI STA SALDANDO CON L' AUSTRIA SULLA QUESTIONE DEI MIGRANTI: SEEHOFER MINACCIA DI FAR CADERE IL GOVERNO MERKEL E SULLA STAMPA TEDESCA IPOTIZZANO L' "ALPENREPUBLIK", NUCLEO DELLA MITTELEUROPA MA SENZA UNO SBOCCO AL MARE - IL RUOLO DI TRIESTE -

Sulla stampa tedesca:
" Seehofer kommt nicht zu Merkels integrationsgipfel, sonder trifft lieber Sebastian Kurz.Planen die beiden etwa den Aufbau einer Alpenrepublik?


Seehofer  (Ministro dell’ Interno tedesco, bavarese) non va al summit sull' integrazione della Merkel, ma incontra Sebastian Kurz. I due stanno progettando di costruire una Repubblica Alpina?"

E' di ieri la notizia che il potente ministro dell' interno tedesco, il bavarese Seehofer, si è scontrato frontalmente con la Merkel minacciando di andare avanti da solo e di far cadere il governo sulla questione dei migranti (clicca QUI).
Uno scontro senza precedenti tra CSU bavarese e la CDU federale.

Seehofer ha stretto solidissimi legami col premier austriaco Sebastian Kurz e l' altro ieri ha avuto un cordialissimo colloquio con Salvini: si profila una nuova "Triplice Alleanza" Austria, Baviera, Italia (del Nord) ?

Le pulsioni separatiste della Baviera sono sempre state molto forti, così come i legami con l' Austria, e non è la prima volta che si parla di una Repubblica Alpina austro-bavarese nucleo della riunificazione della Mitteleuropa che si intravede dalle posizioni molto simili sulla questione delle migrazioni.

L' altro giorno la rivista di geopolitica Limes ha pubblicato un articolo su come la questione della nave Aquarius abbia sollecitato i separatismi europei (clicca QUI).
Puntualmente due giorni dopo si ha notizia della pesante frattura  tra i rappresentanti bavaresi e la Merkel sul "casus belli" dei migranti.

Ma l' ipotizzata Alpenrepublik austro-bavarese non avrebbe sbocchi al mare.
Eppure dipende dal mare per gli approvvigionamenti energetici e non solo: l' oleodotto che parte da Trieste fornisce il 100% del petrolio necessario alla Baviera e il 90% di quello necessario all' Austria.
La Cina intende raggiungere quest' area dell' Europa con le "Nuova Via della Seta".


Un' ipotetica Repubblica Alpina austro-bavarese, primo nucleo della Mitteleuropa austriaca riunificata che è esistita nella storia e che ricomincia ad esistere nei fatti, nelle infrastrutture, nelle connessioni e nelle relazioni se non sul piano istituzionale, avrebbe come sbocco al mare Trieste ed eventualmente il sistema integrato Trieste - Koper Capodistria.


Se non ci si mette di mezzo il Veneto di Zaia (e Salvini) che sta rapidamente accumulando risorse e potenza politica ed economica tradotta in forti autonomie regionali, operative e fiscali che sta negoziando col nuovo governo.

Di fronte allo strapotere in crescita di altri attori, come il Veneto, Trieste, se vuole restare nella partita, deve urgentemente perseguire l' accumulo di forza politica, economica e fiscale attraverso la richiesta urgente di un' autonomia che la avvicini il più possibile a quella di Bolzano.

E' un' epoca di cambiamenti turbinosi e veloci in cui a pochi mesi di distanza da scambi di sanguinose minacce Trump e Kim si accordano e abbracciano mentre il presidente USA manda a quel paese i partner europei e Francia e Italia si scontrano e si riabbracciano mentre il ministro dell' interno italiano si parla affettuosamente con il ministro dell' interno della odiata Germania accusata di aver messo in ginocchio l' Italia con l' austerity.

Le forze geopolitiche agiscono indipendentemente dalle ideologie e dagli schieramenti politici contingenti: se la sinistra si è tagliata fuori da tutto questo è solo per la sua scelta di schierarsi con l' ordoliberismo imperante nella UE che ha più a cuore la libertà dei capitali finanziari che non le condizioni di vita dei cittadini.

Atteggiamenti sonnacchiosi e poco attenti portano al disastro.



Prima la Baviera: Bayern Zuerst