Il Corriere della Sera oggi pubblica un paginone sullo sviluppo economico creato in Portogallo dalla "fiscalità di vantaggio" (clicca QUI): quella stessa cui si opponevano fino a ieri le vestali della UE accusando di "populismo" chi, come noi, proponeva l' uso produttivo dei Punti Franchi del "Porto Franco Internazionale di Trieste" cui è necessario aggiungere una No Tax Area fiscale.
Molti sanno già che trasferendosi per 6 mesi in Portogallo non pagherebbero le esose tasse italiane.
Ma ci sono anche vantaggi per le imprese che scelgono di insediarsi in Portogallo.
Sono due anni che si sta parlando della No Tax Area di Trieste: cosa si sta aspettando?
Ecco il testo dell' articolo.
LISBONA, IL FISCO E NOI
Federico Fubini per il “Corriere della Sera”
PENSIONATI IN FUGA DALL' ITALIA
E’ una delle libertà dell'
Europa e fra italiani e portoghesi abbiamo deciso di approfittarne. Ci
scambiamo persone. La contabilità degli ultimi eventi dice che lo stiamo
facendo al ritmo di 4.300 a una. Ieri è atterrato a Torino il portoghese più
celebre, Cristiano Ronaldo: grazie a una misura introdotta dal passato governo,
pagherà 100 mila euro di tasse l' anno sui 50 milioni di diritti che guadagna
dalle società ai Caraibi che trattano i suoi diritti d' immagine.
Intanto nei
giorni scorsi il «Servizio degli stranieri e delle frontiere» di Lisbona ha
fatto sapere che nel 2017 l' afflusso di italiani in Portogallo ha registrato
un aumento più rapido di quello di qualunque altra nazionalità. Quei 4.300
italiani arrivati l' anno passato (una crescita del 50% sul 2016) sono andati a
rafforzare le fila di una comunità che si sta espandendo sempre più in fretta.
I nostri connazionali nel Paese erano poche centinaia qualche anno fa, sono 13
mila oggi.
È attraverso
questi fenomeni che le migrazioni interagiscono con la chimica della ripresa, o
la sua assenza. Non che se ne parli troppo in Europa, anzi. Fin qui il
dibattito nell' area euro si è concentrato quasi solo sul concetto di
«competitività»: il mettersi in grado di produrre certi beni e servizi a prezzi
tali che, data la loro qualità, si trovino compratori. Però se la qualità di
una parte importante dei prodotti di un Paese è replicabile altrove a costi
minori, occorre una compressione dei salari e un rischio di deflazione che
minaccia la sostenibilità dei debiti pubblici e privati.
Assente dalle
discussioni è rimasta invece l'idea della «densità» che invece i portoghesi
hanno colto. Perché un Paese prosperi entro i vincoli di una banca centrale che
non può tener conto solo delle sue esigenze e con un bilancio pubblico rigido,
serve materia prima: le persone. Bisogna attrarre il tipo di popolazione che
permetta a una società di funzionare dopo una crisi: donne e uomini in grado di
produrre molto valore con il loro lavoro; abitanti con potere d'acquisto, che
tengano vivo il sistema dei servizi; residenti ricchi o semplicemente anziani
che comprino case.
È anche grazie a questi ultimi che il valore degli immobili sale
malgrado il declino demografico; ma poiché a quel punto migliorano anche i
bilanci delle banche che hanno immobili in garanzia, l'accesso di famiglie e
imprese al credito diventa più facile. La densità innesca spirali positive, la
sua carenza l'opposto.
Questa è una
differenza fra Ronaldo e quei 4.300 italiani, e fra Italia e Portogallo. Perché
gli sgravi italiani attraggono poco più di cento ricchissimi come l'attaccante,
quelli lusitani decine di migliaia di donne e uomini del ceto medio. Eppure i
due Paesi hanno storie, per certi aspetti, parallele: entrambi emergono dalla
loro recessione più grave con un debito pubblico da poco arrivato attorno al
130% del Pil.
Per entrambi la crescita è stata sempre sotto la media dell'area
euro. Entrambi vivono un declino demografico profondo, con popolazione in calo:
sono fra gli ultimi in Europa per la quota di abitanti sotto i 15 anni, al
vertice per la quota sopra ai 65 anni, entrambi hanno visto emigrare centinaia
di migliaia di giovani e in entrambi le nascite sono ai minimi europei di 1,3
figli per donna. Tutti e due hanno anche visto arrivare al potere partiti
«anti-sistema». A Lisbona il presidente Anibal Cavaco Silva nel 2015 fece
promettere al socialista Antonio Costa, prima di permettere il suo governo con
i comunisti, che sarebbe rimasto nella Ue. A Roma, il ruolo del Quirinale è
noto.
La differenza è che il Portogallo ha reagito. Ha fatto leva sulla
natura aperta dello spazio europeo e, a giudicare dalla forza della ripresa,
funziona. Precedenti governi, socialisti e conservatori, avevano già assunto i
migliori tributaristi di Lisbona per disegnare sgravi fiscali volti ad attrarre
quegli stranieri che servono al Paese per ricostituire la propria densità. La
più nota è la parte del regime «per i residenti non-abituali» rivolta di fatto
ai pensionati europei del ceto medio.
Si pagano zero
imposte sui redditi maturati all'estero purché gli interessati trasferiscano la
loro residenza in Portogallo; la sola condizione è vivere sei mesi l'anno nel
Paese o disporre di una casa «che permetta di presumere l'intenzione di tenerla
e occuparla come residenza abituale». Insomma basta comprare o affittare metri
quadri in modo credibile. I francesi «residenti» nel 2017 sono saliti del 35% a
15 mila, i britannici del 15%.
Per i
«residenti non-abituali» c'è poi una flat tax al 20% sui redditi maturati in
Portogallo in una cinquantina di categorie di lavoratori della conoscenza:
esperti di software, cantanti, chirurghi, universitari, esperti di finanza, top
manager. Questo sgravio ha trasformato il quartiere di Lisbona nato con Expo
1998 in un distretto tecnologico, non solo per startup: Microsoft, Apple, la
sudafricana Naspers, le banche francesi Bnp Paribas o Natixis, il gruppo Usa
Vestra e vari altri attraggono in riva al Tago neo-laureati da tutta Europa in
periferie pochi anni fa desolate, oggi percorse da un'atmosfera elettrica.
Le mancate
entrate fiscali legate a tutti questi sgravi valevano 111 milioni nel 2014 e
già quattro volte di più l' anno scorso. In proporzione farebbero 3,7 miliardi
per l'Italia, ma si tratta comunque di risorse di nuovi residenti in più: non
danneggiano il deficit.
Né lo danneggia il
programma di visti permanenti in Portogallo (dunque nella Ue) a non residenti
da Paesi terzi come Cina, Russia, Sudafrica o Brasile: basta acquistare un
immobile da mezzo milione, o depositare un milione in una banca lusitana per
cinque anni, oppure creare dieci posti di lavoro. Questo schema in sei anni ha
già generato 16 mila visti e investimenti dall' estero pari al 2% del Pil. Così
il Portogallo a guida «anti-sistema» ha fatto dell' immigrazione un' arma -
certo, non la sola - per tornare a crescere a un ritmo quasi doppio rispetto
all' Italia. E chissà che da Roma qualcuno non decida di alzare lo sguardo e
pensarci un po' su
Luglio 2016: annunci sulla No Tax Area a Trieste finiti nel dimenticatoio (insieme a tanti altri: a partire da quelli innumerevoli su Porto Vecchio):
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