RESTITUIRE TRIESTE AL FUTURO -

AUTONOMI DALL' ITALIA MA CONNESSI CON IL MONDO - RESTITUIRE TRIESTE ALLA MITTELEUROPA - RESTITUIRE TRIESTE AL SUO FUTURO: CENTRALE IN EUROPA INVECE CHE PERIFERICA IN ITALIA -

venerdì 26 agosto 2016

QUELLI CHE: ODIANO I CANI PERCHE' SONO SPORCHI, SPORCANO LA STRADA E FANNO BAU.




TERREMOTI: ANCHE TRIESTE HA LA SUA FAGLIA STUDIATA NEL 2012 - RIVEDERE IL RISCHIO SISMICO SIA PER IL RIGASSIFICATORE CHE PER L' ADEGUAMENTO DEGLI EDIFICI - LA MESSA IN SICUREZZA DEGLI EDIFICI PUO' ESSERE UN FORTE SOSTEGNO ALLA RIPRESA ECONOMICA MA SOLO CON FORTI STANZIAMENTI PUBBLICI IMPEDITI DALL' AUSTERITY E DAL "PATTO DI STABILITA" - GLI AMMINISTRATORI STANZINO I FONDI PER LA MESSA IN SICUREZZA A TRIESTE -



Sulla stampa internazionale si parla molto del fatto che l' Italia non ha mai attuato una seria politica di prevenzione del rischio sismico e di adeguamento degli edifici (clicca QUI) tanto che terremoti di media entità producono danni ingenti e vittime che altrove non ci sarebbero.

E' significativo che i danni maggiori non li subiscano gli edifici antichi, che utilizzano tecniche costruttive collaudate da secoli e con travi di legno legate alla muratura, bensì quelli del '900, scuole e ospedali recenti compresi.
E' significativo il caso di Norcia che non ha subito danni pur in presenza di scosse analoghe a quelle che hanno devastato Amatrice, solo perchè era stata applicata seriamente una politica di prevenzione antisismica.

E' chiaro a tutti come un' attività di edilizia diffusa volta a mettere in sicurezza antisismica gli edifici sarebbe, oltre ad un doveroso intervento di tutela dell' incolumità pubblica e di prevenzione di danni maggiori alla comunità, anche un potente e duraturo volano di ripresa economica.

Tuttavia questo intervento non potrebbe basarsi su risorse private, ormai depauperate da 8 anni di crisi, blocco del credito bancario e crollo del valore degli immobili, bensì necessita di ingenti stanziamenti pubblici.

Questo si scontra con la folle politica di austerity, con l' inefficenza e la corruzione dell' apparato statale e con il "patto di stabilità". 
Per cui il problema si sposta anche a livello continentale europeo in cui lo spirito di solidarietà non sembra abbondare malgrado la retorica dell' incontro di Ventotene.

Trieste non è fuori da tutto questo: nel 2012 l' Osservatorio Geofisico ha pubblicato gli studi sulla FAGLIA DEL GOLFO DI TRIESTE che scorre  prossima alla riva da Sistiana a Porto Vecchio in prossimità di altre faglie (*nota) sul Carso (clicca QUI)  il che rende necessario ricalcolare il rischio sismico sia riguardo impianti pericolosi come il Rigassificatore sia riguardo gli edifici.
Trieste inoltre è limitrofa al Friuli e alle Alpi Giulie zone notoriamente ad elevato rischio sismico come vediamo dalla cartina sopra.


Pertanto sollecitiamo gli Amministratori ad un intervento per la prevenzione del rischio sismico con adeguati stanziamenti pubblici che oltre a tutelare doverosamente la sicurezza ed il patrimonio del Territorio stimolerebbero l' attività edilizia con beneficio generale per l' economia.


Volevano amministrare Trieste a tutti i costi? Bene, questo è un costo che devono affrontare.

Riportiamo sotto un articolo sulla FAGLIA DEL GOLFO DI TRIESTE del marzo del 2012 e uno di Repubblica di oggi che ben esemplifica i commenti internazionali sui terremoti italiani.

(* nota): le FAGLIE sono sistemi geologici che generano terremoti.
L' articolo successivo con lo studio geologico completo lo trovate cliccando QUI.


Ogs, scoperta la faglia del golfo di Trieste

Racconta come si è sollevato il Carso decine di milioni di anni fa. Il rischio sismico

I ricercatori dell’Osservatorio geofisico sperimentale hanno concluso lo studio e l’elaborazione dei dati sulla cosiddetta ‘Faglia del Golfo di Trieste’ aggiungendo un tassello alle conoscenze dell’evoluzione geologica dell’intera area. A completare lo studio durato sette anni e’ stata Martina Busetti, geofisica marina di Ogs, l’Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale che, assieme ai colleghi Valentina Volpi, Fabrizio Zgur, Roberto Romeo e Riccardo Ramella direttore del dipartimento Rima, ha effettuato una serie di acquisizioni di dati nel Golfo di Trieste, anche in convenzione con la Regione Friuli Venezia Giulia. Il Golfo di Trieste era gia’ stato studiato negli anni cinquanta e sessanta, nel corso di rilievi compiuti sempre dall’Istituto, che allora si chiamava Osservatorio Geofisico Sperimentale, durante la fase pionieristica delle acquisizioni marine. Ma le strumentazioni e le tecnologie dell’epoca non consentivano di ottenere informazioni precise. ”La prima acquisizione recente – spiega Martina Busetti – e’ del 2005, quando a bordo della nave Ogs Explora abbiamo studiato questa parte di Golfo utilizzando la sismica a riflessione multicanale”. La tecnica e’ simile alle ecografie mediche: si basa sull’invio di onde acustiche molto intense – emesse da cannoni ad aria compressa – che si propagano attraverso l’acqua e penetrano nei sedimenti sotto il fondale marino; quando incontra variazioni strutturali (petrofisiche) nelle rocce e nei sedimenti, una parte delle onde viene riflessa, torna in superficie ed e’ registrata da sensori collocati in un cavo sismico trainato dalla nave a pochi metri dalla superficie dell’acqua. Alla prima acquisizione e’ seguito un secondo ciclo di indagini (2009), che hanno permesso di rivedere e aggiornare la geologia profonda del Golfo. Sono stati cosi’ acquisiti 500 km di cosiddetti ”profili”, cioe’ immagini di sezioni verticali del fondale, lunghe da 7 a 60 km, con una profondita’ di indagine di diversi km. Com’e’ fatta, dunque, la Faglia di Trieste? ”Questa struttura si trova in corrispondenza della costa triestina e appartiene alla faglia dinarica” racconta Busetti. ”La faglia e’ una superficie di discontinuita’ lungo la quale avviene uno scorrimento tra due blocchi. Se lo scorrimento e’ repentino si genera un terremoto. Il blocco superiore della faglia di Trieste rappresenta la parte emersa del Carso triestino (gia’ nota da tempo). Il blocco inferiore si trova nel Golfo, studiato dal 2005 in poi. La faglia si sviluppa per diversi km in profondita’ e i calcari, che in Carso giacciono a poche centinaia di metri sul livello del mare, qui si trovano a circa 1200 mt di profondita’, a circa 3 km dalla costa”. Che cosa significa questa differenza? ”Significa – riprende Busetti – che il Carso in tempi remoti ha subito una spinta in avanti e verso l’alto, sollevandosi. Inoltre, dopo la fase principale di formazione della catena dinarica nell’area del Carso, a livello del mare ci sono prove del fatto che tale attivita’ e’ proseguita, protraendosi fino a tempi recenti”. La presenza di questa faglia trasforma l’area del Golfo di Trieste in un’area a maggior rischio sismico? Dice Busetti: ”Le faglie possono generare sismi. In quest’area, pero’, non esiste una memoria storica di terremoti. Dunque non e’ il caso di temere eventi avversi imminenti. Certo, non sappiamo come si e’ comportata la faglia 10 mila o un milione di anni fa, ma dalle prove raccolte non si puo’ escludere che fosse attiva. Una parziale revisione della zona e del rischio sismico dovrebbe pero’ essere fatta, senza alcun allarmismo, ma come parte della normale revisione che riguarda gli studi sulla Terra”.
Per approfondire http://www.meteoweb.eu/2012/02/ecco-la-prima-mappa-della-faglia-del-golfo-di-trieste/121934/#dCZCrlD8jsWIEcbA.99

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Terremoti, il 60% dei vecchi edifici a rischio. E l'Italia se ne dimentica

Non c'è un vero piano prevenzione: in stato pessimo o mediocre 2,1 milioni di abitazioni. Una emergenza segnalata anche dal Mit e in primo piano sui giornali stranieri. E il sindaco dell'Aquila Cialente segnala: "Solo su questo non è obbligatoria una scheda tecnica dei frabbricati. Incredibile"


L’Italia nonostante i tanti terremoti che l’hanno devastata non ha mai messo in piedi un grande piano sulla prevenzione sismica e la scossa che ha colpito il Centro Italia in altre realtà non avrebbe provocato gli stessi danni. Lo dicono senza mezzi termini i giornali stranieri, che puntano sulle norme edilizie troppo permissive nel Belpaese, e gli esperti del Mit di Boston che sostengono in maniera netta come “la scossa del 24 agosto non era poi così elevata”. E a dar manforte alle critiche che arrivano dall’estero arrivano i numeri impietosi sulle abitazioni realizzate prima degli anni Ottanta e mai messe in sicurezza: il 60 per cento degli edifici in Italia è stato realizzato prima del 1971 e di questi 2,1 milioni sono in stato “pessimo o mediocre”, come ha rilevato l’Ance. A fronte di questa disastrosa situazione, lo Stato dagli anni Sessanta a oggi ha investito 150 miliardi di euro dopo i terremoti per ricostruire quanto crollato, ma in prevenzione ha stanziato appena un miliardo e solo dopo i fatti del 2009 che hanno devastato l’Aquila. E di quest’ultima cifra sono stati realmente spesi poche decine di milioni in 250 edifici pubblici. Poi il nulla.

"Sono passati anni dall'Aquila e io trovo incredibile che per una scossa del sesto grado che in altri paesi non provoca danni succeda quanto è successo qui", è la riflessione tra lo sconforto e la rabbia di Massimo Cialente. "Le persone che sono morte all'Aquila erano convinte di vivere in una zona super sicura. Oggi non ci preoccupiamo della qualità quando compriamo una casa, e non sappiamo veramente dove abitiamo. Serve classificare gli edifici ed avere un piano pluriennale di controlli", insiste. "E tra tante schede tecniche giustamente obbligatorie, quella che manca è proprio quella sismica. Quello che succede è che poi i sindaci si trovano da soli con sciami sismici che durano ore e ore e non puoi certo evacuare un'intera città ogni volta",

All’indomani del terremoto che ha colpito il Centro Italia i giornali stranieri, inglesi soprattutto, puntano il dito contro il nostro Paese. Il Guardian polemizza sulle norme costruttive italiane, che sarebbero troppo permissive. Di opinione diversa il quotidiano I (ex Independent), che sottolinea i problemi geologici e prova a rassicurare i turisti britannici che continuano a venire in Italia. Mentre secondo il Times il nostro Paese “comincia solo ora” ad affrontare il problema delle case troppo vecchie e incapaci di sopportare le scosse. Ma è dal Mit di Boston che arrivano bordate contro l’Italia in fatto di prevenzione sismica: “Il Paese ha una vasta esperienza di terremoti, ma continua a soffrire più di altre nazioni sviluppate ogni volta che la terra trema”, scrive sulla rivista del Mit Michael Reilly. Nell’articolo Reilly sottolinea come la norme antisismiche arrivate negli anni Settanta in alcuni casi non siano state rispettate e che comunque l’Italia sconta un grave ritardo in tema di prevenzione sismica.
In Italia oltre la metà degli edifici è realizzata prima degli anni Settanta e oltre 2 milioni di edifici sono in stato “mediocre o pessimo” secondo Ance e Istat. Nelle aree a elevato rischio sismico ricadono poi
quasi 5 milioni di edifici che andrebbero in grandissima parte, secondo i tecnici per almeno il 70 per cento, messi in sicurezza. Ma i pochi spiccioli stanziati dallo Stato soltanto dopo il 2009 non bastano e in ogni caso sono stati spesi per pochissimi edifici pubblici.  
 



giovedì 25 agosto 2016

IL MINISTRO DEI TRASPORTI DELRIO PREME SUL CIPE PER L' APPROVAZIONE DELL' OFF-SHORE DI VENEZIA: IL PROGETTO DI TERMINAL PORTUALE PENSATO PER TOGLIERE I TRAFFICI ORIENTE-OCCIDENTE A TRIESTE SOSTENUTO DAL SINDACO DI VENEZIA AMICO DI DIPIAZZA - MENO CHIACCHIERE SUL BURCHINI PIU' DIFESA DEI TRIESTINI -

CONFERMATO L' INTERESSE NAZIONALE ITALIANO A SVILUPPARE IL PORTO DI VENEZIA A SCAPITO DI QUELLO DI TRIESTE.
Come volevasi dimostrare: il Governo Italiano appoggia il progetto e sollecita il CIPE ad approvare il porto off-shore di Venezia pensato apposta per intercettare i traffici della "Nuova Via della Seta" tra Oriente ed Europa altrimenti destinati naturalmente al Porto Franco Internazionale di Trieste.
Un progetto elefantiaco dal costo di oltre tre miliardi quando per un nuovo Terminal a Trieste, che ha già in fondali, basterebbe meno di un decimo: ma la mangiatoia  dei partiti italiani vuole così, come per il MOSE.
E l' interesse nazionale italiano è sempre quello di NON puntare e sviluppare il Porto Franco Internazionale di Trieste come si è verificato da 100 anni a questa parte.


Dipiazza ha costruito la sua campagna elettorale sull' amicizia e la collaborazione con Brugnaro,sindaco di Venezia e acceso sostenitore dell' off-shore veneziano.
La solita convergenza di Centro Destra e Centro Sinistra sulla questione di Trieste.


Quando l' economia va male, e si tirano bidoni ai cittadini, tentano sempre di parlare d' altro e di indirizzare l' attenzione su questioni irrilevanti e prive di significato economico: quando l' opinione pubblica finirà di scannarsi sulla questione se una donna ha il diritto di fare il bagno con un maglione da sci o in quale sala effettuare le unioni civili si renderà conto che intanto c' era chi pensava al sodo, ma sarà troppo tardi.


Riportiamo per intero il paginone della Nuova Venezia (clicca QUI) il giornale gemello del Piccolo ora diretto dal suo ex-direttore Possamai: naturalmente il Piccolo filogovernativo e filo PD si guarda bene dal riportare la notizia.


Venezia. Delrio al Cipe: «Avanti con l’off-shore»

Il ministro scrive al Comitato per chiedere l’approvazione del progetto preliminare e l’autorizzazione ad avviare i lavori
VENEZIA. Il progetto del porto off-shore fa un passo avanti. Forse decisivo. Il ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio ha infatti scritto al Cipe chiedendo l’approvazione del progetto preliminare Voops (Venice off-shore on-shore port system) e l’autorizzazione ad avviare i lavori del primo lotto (fase 1) e la progettazione definitiva. Un atto che il presidente dell’Autorità portuale Paolo Costa aspettava da mesi. «Ringrazio il ministro per aver tenuto fede a quanto aveva promesso», commenta Costa, prossimo alla scadenza da presidente, «questo ci consente finalmente di andare avanti con la ricerca dei finanziamenti privati». Soldi che dovrebbero arrivare dalla Cina, per coprire la parte privata dell’investimento di circa 2 miliardi di euro, in parte finanziato dallo Stato con 948 milioni per le difese a mare e il porto petroli.
La lettera, partita dalla direzione generale del ministero delle Infrastrutture, è datata 8 agosto. Il ministero propone al suo comitato che distribuisce i finanziamenti per le opere pubbliche «l’approvazione in linea tecnica del progetto preliminare “Hub portuale di Venezia, piattaforma d’Altura al Porto di Venezia e Terminal container Montesyndial” con le prescrizioni e le raccomandazioni delle amministrazioni competenti, degli enti gestori delle interferenze e del Consiglio superiore dei Lavori pubblici, anche ai fini della attestazione della compatibilità ambientale, della localizzazione urbanistica e della apposizione del vincolo preordinato all’esproprio e l’autorizzazione all’avvio dei lavori della Fase 1 (primo lotto) e della progettazione definitiva fase 1 (lotto 2)».
Adesso toccherà al Cipe mandare avanti la pratica. Ma sembra alquanto improbabile che il comitato interministeriale possa ignorare l’invito del suo ministero a procedere.
Un atto che arriva dopo qualche mese di silenzio. Opinioni contrastanti anche all’interno del centrosinistra sull’opportunità di avviare la grande struttura al largo di Chioggia che dovrebbe ospitare le navi portacontainer transoceaniche di ultima generazione. «Ma è l’unica occasione per rilanciare la portualità italiana», ripete Costa, «opera in qualche modo risarcitoria del porto veneziano che altrimenti si troverebbe penalizzato con le opere del Mose». Per questo, proprio quando Costa era sindaco nei primi anni Duemila, si era progettata su richiesta del Comune la conca di navigazione a Malamocco. Centinaia di milioni di euro di spesa, ma la struttura si è rivelata presto inadeguata. Troppo piccola per le navi moderne, già inutilizzabile. «Portando i container al largo si intercetta il traffico del futuro», insiste l’Autorità portuale, «e questo non va a danno di nessuno, né di Trieste né del Tirreno».
Un grande progetto nato anche per mettere in pratica, dopo più di 40 anni, i dettami della Legge Speciale che prescriveva allora di allontanare i traffici petroliferi dalla laguna.
L’off-shore al largo consentirebbe di tenere fuori dalla laguna le petroliere e anche le grandi portacontainer. Le merci sarebbero caricate e trasportate a Marghera, nella nuova area logistica ricavata nell’ex Montesyndial. «Daremo lavoro a 1600 persone», promette Costa. Chi pagherà i costi della nuova grande opera? 948 milioni sarebbero a carico dello Stato, un miliardo e trecento milioni dei privati. Compagnie di armatori cinesi che Costa sostiene di avere già disponibili. Qualche mese fa li ha presentati al sindaco Luigi Brugnaro, in luglio a un convegno sulle Vie della Seta organizzato dalla fondazione di Romano Prodi e Enrico Letta. Un progetto su cui Costa punta molto. Che adesso ha fatto un importante passo avanti. Già nella prossima seduta il Cipe potrebbe esprimersi come richiesto dal ministro sul progetto Voops e sbloccare autorizzazioni e finanziamenti.

lunedì 22 agosto 2016

IPOCRITI NAZIONALISTI CELEBRANO IL MANIFESTO DI VENTOTENE NATO PER L' ABOLIZIONE DEGLI STATI NAZIONALI - UNO STATUTO INTERNAZIONALE PER TRIESTE ED IL SUO "PORTO FRANCO INTERNAZIONALE", ALTRO CHE "PARTITO DELLA NAZIONE" DI RENZI -


In questi giorni, a causa della Riunione della Merkel, Hollande e Renzi, si fa un gran parlare del "Manifesto di Ventotene" per uno Stato Federale Europeo che superi e abolisca gli Stati Nazionali, redatto al Confino di Ventotene da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni.

Ricordiamo che Eugenio Colorni nel 1934 ottenne la cattedra di filosofia e pedagogia all'istituto magistrale Carducci di Trieste; qui conobbe e frequentò, fra gli altri, Umberto Saba (ritratto poi in Un poeta) ed anche Pier Antonio Quarantotti GambiniBruno Pincherle ed Eugenio Curiel, ed è qui, nel Porto della Mitteleuropa, che ha respirato l' aria internazionale che si ritrova nello storico Manifesto.
L'8 settembre 1938, all'inizio della campagna razziale, fu arrestato a Trieste in quanto ebreo e antifascista militante: nell'ottobre successivo vennero pubblicati contro di lui su Il Piccolo di Trieste alcuni articoli di particolare livore antisemita.


Ma cosa è rimasto in questa Unione Europea dello spirito di Ventotene ?


Proponiamo la lettura integrale del Manifesto di Ventotene cliccando QUI  ed invitiamo i nostri lettori a confrontarlo con la situazione attuale della UE.
La stessa riunione di oggi  è solo di tre capi di Governi Nazionali (Germania, Francia e Italia) e non di un organismo federale europeo.


C'è uno stato federale europeo ? NO
C'è una Costituzione federale Europea? NO
C'è un' unica fiscalità europea? NO

C'è un unico welfare europeo (pensioni, sanità ecc.)? NO
C' è un esercito federale europeo? NO
C' è un' unica politica estera e riguardo le migrazioni? NO

Quello che c'è è solo una tecnocrazia non eletta ed una politica economica a ferrea guida germanica con una moneta unica per economie diverse creatrice di squilibri che stanno approfondendo la crisi economica che perdura da 8 anni.


Invece di costruire un' unione politica e reale partendo dalle fondamenta hanno preferito cominciare dal "tetto" con una moneta unica, anche se insostenibile per realtà economiche tanto diverse, per facilitare la circolazione dei capitali finanziari e l' attività delle banche, creando forti paesi creditori e una periferia sempre più debole e indebitata come notoriamente avviene sempre in unioni monetarie fra economie assai disomogenee.

E' il risultato del predominio delle èlite finaziarie sulla struttura della UE ed il predominio di teorie economiche neoliberiste ed ordoliberiste che stravolgono il senso e gli scopi del Manifesto di Ventotene che era nato con l' esplicito intento di combattere gli Stati Nazionali ed i Nazionalismi che hanno insanguinato il '900 e le nostre terre in particolare e di garantire giustizia sociale e benessere.

Ed anche l' esito dell' egemonia economica e politica dello Stato Nazione Germanico rafforzatosi con l' unificazione degli anni '90.

Chi si oppone al predominio pernicioso degli Stati Nazione più dell' indipendentismo triestino che rivendica un ruolo ed un uno statuto internazionale per Trieste e il suo Porto Franco Internazionale?

Gli avversari dell' indipendentismo triestino sia di destra che di sinistra vogliono imprigionare una città e un porto franco internazionali all' interno dello Stato Nazione Italiano.

Sono solo dei nazionalisti riverniciati che si appellano retoricamente ad un' Europa federale che non esiste e che non vogliono nemmeno.
Trieste è da sempre una città europea ed il porto naturale della Mitteleuropa ed ha bisogno per sopravvivere di essere affrancata dal dominio di uno Stato Nazione fatiscente e antistorico come quello italiano ritrovando la sua funzione di città e porto liberi e internazionali al servizio di un vasto entroterra plurinazionale.

Non a caso lo stesso PD di Renzi ormai si pone apertamente come "Partito della Nazione" ed è l' alfiere di una politica economica distruttiva che ha gettato da ormai 8 anni in una crisi senza precedenti soprattutto i ceti più deboli.

In un tripudio di tricolori, "orgoglio nazionale" ed esibizione di portaerei costoro vogliono darci lezioni di internazionalismo ed hanno pure il coraggio di appellarsi allo spirito di Ventotene quando, al massimo, avviano trattative, col cappello in mano, tra Stati Nazionali: come nell' incontro a tre di oggi sulla portaerei che di fatto sancisce l' assenza di un' Europa Federale visto che esclude tutti gli altri paesi.


Pensiamo di essere più in sintonia 
con il pensiero dei confinati di Ventotene noi che vogliamo una Trieste e un Porto Franco Internazionali piuttosto che questi "sepolcri imbiancati" e nazionalisti travestiti.




giovedì 11 agosto 2016

LA STANGATA - PORTO VECCHIO: CONTINUA IL BLUFF DELLA URBANIZZAZIONE CON UTILIZZO TURISTICO – SI DILEGUA L’ ACQUIRENTE DELL’ AREA GREENSISAM DI MANESCHI CHE VUOLE GUADAGNARCI DANDO LA COLPA AL COMUNE – DIPIAZZA VUOL FAR CREDERE CHE CI SONO INVESTITORI ARABI MA SI TRATTA SOLO DI SOCIETA' DI CONSULENZA CHE ERANO INTERESSATE ALLA PARCELLA DI “ADVISOR” – IN REALTA’ NESSUN UTILIZZO URBANISTICO E TURISTICO E’ CONVENIENTE E NON CI SONO NE’ PROGETTI CREDIBILI NE’ INVESTITORI, SOLO SOLDI PUBBLICI SPERPERATI PER UNA CHIMERA ELETTORALE –

Il paginone del 10 agosto sul Piccolo è confezionato in modo da far credere che ci sono investitori arabi interessati a Porto Vecchio.

A parte il fatto che gli investimenti arabi e
sauditi a Bruxelles e altrove sono notoriamente  all’ origine del radicamento delle moschee wahabite legate al terrorismo islamista, vediamo come stanno veramente le cose:


1) si è dileguato per evidente antieconomicità  il prospettato acquirente dell’ area data in concessione per 90 anni alla Greensisam di Maneschi che avrebbe dovuto essere la prima a venir realizzata con un progetto cui ha contribuito l’ ineffabile Sgarbi autore del “vincolo architettonico idiota” del  2001, casualmente lo stesso anno della concessione novantennale alla Greensisam.

2) Maneschi cerca di guadagnarci qualcosa dando la colpa al Comune per l’ assenza di un progetto complessivo per Porto Vecchio ma intanto in due anni dalla concessione della licenza edilizia non ha fatto assolutamente niente provocando, ovviamente, la decadenza della licenza stessa.

3) Dipiazza mena il can per l’ aia e continua il bluff urbanistico - turistico del PD tentando di far credere che c’è un progetto organico presentato a fantasmatici emiri arabi interessati.
Ma in realtà si tratta della società di consulenza con sede negli Emirati (la Rmjm Fz Llc di Dubai) che si era proposta assieme al Gabinete de projetacao arquitetonica di San Paolo del Brasile a sostegno della Tecnic consulting engineers di Roma, nella gara per "advisor" (consulente) poi vinta da Ernst&Young. 

Si continua così nell’ equivoco, già alimentato dal PD, di tentare di far credere che costoro, come la vincitrice “Ernst & Young”, siano investitori e non invece solo semplici consulenti e progettisti interessati alla parcella di 180.000 euro messa in palio dal Comune.

4) L’ “Advisor” (consulente) Ernst & Young avrebbe dovuto  consegnare alla fine di luglio la seconda parte dello studio, dopo la penosa "presentazione" preelettorale che spiegava che a Trieste c'è il mare ed era il porto della Mitteleuropa, ma non s' è visto niente di pubblico e non si capisce perché ora il Comune coinvolga società di consulenza precedentemente scartate, e sulla base di uno studio certamente non completo, se non per parare il colpo di Maneschi facendo credere che ci sia qualcosa di concreto, oltre a conoscenze triestine comuni.

5) L’ unica cosa certa in Porto Vecchio sono i soldi pubblici finora spesi che tra Advisor e Trenino superano il mezzo milione e senza alcuna utilità vista l’ antieconomicità di tutta la faccenda della “sdemanializzazione” / privatizzazione / urbanizzazione.

6) Dipiazza insiste nella cretinata di mettere in Porto Vecchio, che ha ancora il Punto Franco nella fascia costiera, il mercato ittico all’ ingrosso: come se nel Punto Franco dell’ aereoporto di Ginevra mettessero il mercato delle trote e dei funghi porcini…

L’ unico utilizzo possibile ed economicamente valido è quello che indichiamo da sempre: insediamenti produttivi di servizi e attività Hi Tech e legate all’ economia del mare con utilizzo dei vantaggi del Punto Franco e di una No Tax Area.

Si abbandonino le fumisterie urbanistiche e paraturistiche VELLEITARIE, ANTISTORICHE, ANTIECONOMICHE E INCONCLUDENTI e si segua la strada concreta dell’ utilizzo produttivo con fiscalità di vantaggio e i frutti arriveranno rapidamente per una città sull’ orlo del tracollo economico e occupazionale.

Sappiamo che sarà dura ammettere che “gli indipendentisti avevano ragione” ma la realtà è questa.





mercoledì 10 agosto 2016

L' ITALIA E I 680.000 MANDATI AL MACELLO


Riprendiamo il bell' intervento pubblicato oggi

L’Italia e i 680mila mandati al macello
di Luciano Santin

Giorni fa, nei notiziari della Rai è andata in onda, in relazione alle celebrazioni per la presa di Gorizia dell’agosto 1916, una dichiarazione resa dal presidente dell’Istituto nazionale per la guardia d'onore alle reali tombe del Pantheon, qui trascritta parola per parola. «Purtroppo spesso l’Italia di oggi si dimentica di quello che è avvenuto: se 680 mila ragazzi italiani sono morti cento anni fa è stato per dare nelle trincee, nel fango e nel sangue un’importanza nello scenario internazionale che l’Italia allora non aveva» Mi chiedo come sia possibile che si possano accreditare ancora visioni del genere. Nel 1915, malgrado i rapporti dei prefetti evidenziassero come la grande maggioranza della popolazione italiana fosse contraria all’intervento, Vittorio Emanuele III decise per la guerra a fianco dell’Intesa, che le aveva promesso possedimenti sino in Grecia e nella penisola anatolica. Fu conseguentemente firmato il patto di Londra, di cui Parlamento e governo vennero tenuti all’oscuro, e attaccata l’Austria, già alleata. I 680 mila giovani caduti, cui andrebbero aggiunti gli invalidi e i civili e reduci morti di “spagnola”, furono, quasi tutti, spinti o costretti ad andare al macello. Non scelsero di morire per dare all’Italia la sua importanza (il suo “posto al sole”, avrebbe poi detto qualcuno, riprendendo e ampliando il concetto).Meno che mai lo fecero quei coscritti della Basilicata che partirono sulle tradotte (come riferì il “Corriere” di Albertini, fervente interventista) convinti di andare a combattere i “Piemontesi”. Credo sia lecito interrogarsi sulla destinazione di risorse pubbliche alla Guardia d’onore alle tombe dei Savoia, istituto creato nel 1932 da Vittorio Emanuele III (quello appunto del Patto di Londra, delle leggi razziali e della fuga sulla “Baionetta”, poi detronizzato e bandito dall’Italia). Quanto è necessario, oggi esprimere «un tributo di riconoscenza per l’Augusta Casa Savoia che portò all’unità e alla grandezza della Patria», o «esaltare, custodire e tramandare le glorie e le tradizioni militari della Patria» (sono gli scopi dichiarati statutariamente)? Un’ultima cosa: in tutte le rievocazioni e celebrazioni che in questi anni si stanno tenendo per ricordare l’“inutile strage”, prevale la chiave retorico-agiografica dell’offertorio: combattenti che immolarono le loro giovani vite, diedero la loro esistenza per un nobile fine. Senza entrare in una valutazione della nobiltà del fine, sarebbe il caso di restituire ai fatti parole meno glorificanti : i soldati vengono mandati in guerra per ammazzare degli uomini, non per farsi ammazzare. Ma l’importante è l’utile nel bilancio del sangue: che ci siano cioè più vittime tra gli altri, o che il danno inferto al corpo sociale del nemico sia superiore. Forse se invece di dire “questi ragazzi che si fecero olocausto...”, o qualcosa del genere, si provasse a usare una frase più piana e vera, sostanzialmente «questi ragazzi che furono mandati ad ammazzare, e furono anch’essi, in tanti, ammazzati», le commemorazioni acquisterebbero una maggiore aderenza alla realtà.

domenica 7 agosto 2016

IL PICCOLO TACCIA DI CAMPANILISMO CHI DIFENDE IL "PORTO FRANCO INTERNAZIONALE DI TRIESTE" E TACE SUI CAMPANILISTI VERI DEL PD CHE SPINGONO PER IL PORTO OFF-SHORE DI VENEZIA A SPESE DEI CONTRIBUENTI.


Le nostre meritate vacanze sono turbate dalla vista irritante dell' articolo di fondo di Morelli, araldo dell' estabilishment regionale, sul Piccolo odierno.
Egli, dall' alto di una visone strategica al massimo regionale e di una regione periferica di un stato scassato come l' Italia, pontifica sul presunto campanilismo di chi difende le prerogative uniche del Porto Franco INTERNAZIONALE di Trieste minacciate da una unificazione con le paludi di Monfalcone e Nogaro.

Chiariamo per l' ennesima volta che il Porto Franco Internazionale di Trieste ha caratteristiche uniche che lo rendono TERRITORIO EXTRADOGANALE anche rispetto alla UE.
Questo grazie al Trattato di Pace del 1947 e all' allegato VIII che ne specificano inequivocabilmente la natura autonoma, precisamente definita geograficamente nell' ambito del TLT del 1947 di cui Monfalcone e la "regione inventata" Friuli-VG NON facevano parte.

Se non ci fosse il pregiudizio di voler considerare il Porto di Trieste come un qualsiasi porto italiano sarebbe semplice capire che OGNI MODIFICA  GIURIDICA O GEOGRAFICA DELL' ENTE "PORTO FRANCO INTERNAZIONALE DI TRIESTE" ESPORREBBE AUTOMATICAMENTE ALLA POSSIBILITA' DI CONTESTAZIONE DELLE SUE SPECIALI PREROGATIVE DI EXTRATERRITORIALITA' DOGANALE EXTRA UE.


In altre parole se l' Italia ne modifica la natura e localizzazione, rendendolo tutt' uno con due porti impantanati e bisognosi di continui dragaggi come Monfalcone e Nogaro, arrivando al punto di ipotizzare il trasferimento in quelle paludi di un Punto Franco, sarebbe automatica da parte della UE la contestazione riguardo l' extradoganalità di tutto il complesso.

Ovvero la fine del Porto Franco Internazionale.

Il tutto per un progetto bocciato dai fatti e dai tecnici come il PORTO REGIONE targato Maresca docente a Udine e consulente di Serracchiani e Governo, come lo fu il defunto Superporto Trieste-Monfalcone di Unicredit.

Trieste non sarà mai un miserabile Porto Regione di una regione periferica italiana: ma resterà un Porto Franco INTERNAZIONALE.


Il campanilismo è semmai nella testa di chi vuol ridurre le potenzialità portuali INTERNAZIONALI di Trieste coinvolgendolo nelle paludi della bassa friulana e nella politica ed economia, fino a poco fa agricola, della regione a guida notoriamente udinese.


Insomma cosa c'è di campanilistico in una città che non si sente il porto di una Regione come il Friuli Venezia Giulia ma quantomeno della Mitteleuropa? E che guarda a Vienna più che a Udine?


Intanto altri CAMPANILISTI VERI, i deputati del PD veneto, spingono per la realizzazione di quella assurdità tecnica ed economica a spese dei contribuenti che e' il porto off-shore di Venezia che vogliono portare al CIPE entro agosto, come testimonia l' articolo della Nuova Venezia, giornale gemello del Piccolo che su questo tace... 

Vogliamo parlare seriamente di campanilismo (quello vero) ?


Questo il sermone domenicale del Piccolo:

Trieste,Monfalcone e il porto unico serve un salto culturale di mentalità 
di ROBERTO MORELLI 
Se Trieste saluta con entusiasmo la nascita dell’Autorità portuale unica con Monfalcone, che di fatto amplia la gestione e gli orizzonti dello scalo, perché dovrebbe preoccuparsi dell’ipotesi - solo un’ipotesi, al momento - che proprio a Monfalcone vengano spostati i traghetti per la Grecia? C’è una curiosa ma rivelatrice contraddizione nel dibattito che sta accompagnando la felice evoluzione in atto nel porto: il nuovo varco ferroviario, che aumenta il potenziale di trasporto delle merci, e soprattutto il via libera agli investimenti nel Molo Settimo, che incrementeranno grandemente le capacità di traffico dei container; rendendo necessario, tuttavia, spostare l’approdo delle navi passeggeri per la Grecia, ora sullo stesso molo. Di qui l’ipotesi formulata dal commissario D’Agostino, tra le altre possibili, di una loro collocazione a Monfalcone. Apriti cielo. Monfalcone? «Portare via» i traghetti da Trieste? Non sia mai. Preoccupazione curiosa, per l’appunto. Perché s’incentra su uno scenario che è quanto la città auspicava, salvo farsi pervadere da un’angoscia sottile quando lo scenario si realizza. La meritoria - ancorché timida - riforma dei porti italiani, nello sforbiciare la pletora di Authority (troppe, troppo piccole, troppo costose), ha dato vita a un sistema portuale integrato nel Friuli Venezia Giulia; a cui speriamo la Regione aggiunga ora lo scalo di Porto Nogaro. Se volessimo vederla con una becera e distorta ottica di campanile, diremmo che il porto di Trieste si è allargato. Ma è l’opposto della realtà, che vede invece un sistema di scali più ampio, coeso e competitivo: vuol dire competitivo con Capodistria, lo diciamo con dispiacere; poiché la vera idea strategica, rivelatasi impraticabile per la riluttanza da parte della Slovenia, era quella di dar vita a un grande e moderno porto europeo comune. Ma non è accaduto, né accadrà più. In questo contesto s’inserisce la situazione del Molo Settimo. Che ha enormi spazi di crescita, ma non finché le navi passeggeri approdano lì. Dove, per converso, le medesime navi stanno male, con una collocazione che fino ad alcuni anni fa era semplicemente indegna - non un bar, un bagno, una sala d’aspetto - e oggi è un po’ migliorata restando inadeguata. Va da sé che le esigenze del trasporto merci e rispettivamente passeggeri sono tutt’altro. Dunque, dove portare i traghetti per la Grecia? In astratto la soluzione ideale sarebbe nel “nuovo” Porto vecchio, ma ci vorrà una vita. In concreto o vanno al Molo Quarto, o a Monfalcone. Vi sono pro e contro per entrambe le soluzioni, ma è proprio quel che qui sosteniamo: i pro e contro vanno valutati in quanto tali (pescaggio, manovre d’attracco, viabilità, accessibilità e soprattutto esigenze dei passeggeri), e non rispetto a una presunta, inesistente questione territoriale. Trieste e Monfalcone sono diventate porto unico, e ben venga l’eventualità di specializzare le rispettive aree su quel che possono fare meglio. Ne crescerà il traffico complessivo, e con esso i posti di lavoro: più container, più navi passeggeri, più traffico diffuso. E non sarà un grande problema per i cittadini monfalconesi venire a lavorare a Trieste, né per i triestini fare lo stesso a Monfalcone. In effetti crediamo che il nervo scoperto sia la spia di una questione più importante, e di un salto culturale tutto da fare. La vera domanda è: cos’è Monfalcone (o Ronchi, o Gorizia) per Trieste? È davvero un “altrove”, o non piuttosto parte di un territorio comune e una compenetrazione naturale? Le Province sono state abolite come enti e circoscrizioni amministrative, e dovrebbero sparire pure dalle nostre teste: erano un confine formale, ora è rimasta solo la barriera psicologica. Trieste non può credere di potersi sviluppare - né di aiutare lo sviluppo della regione, che ha bisogno di un porto vero - mantenendo la rassicurante prigionìa concettuale della città-stato bastevole a se stessa, che vede come “altro” tutto ciò che sta fuori da confini oggi pure scomparsi. Estremizzando fino all’assurdo, dovremmo preoccuparci anche del fatto che il punto franco venga spostato a Prosecco? O Prosecco è “più” Trieste di Monfalcone, separata invece dall’abisso di 15 chilometri di distanza? Suvvia. Fra i tanti motivi d’incertezza profonda sul futuro della città, possiamo rallegrarci per un porto che sta crescendo con la guida di un manager dalle idee chiare. Uscire dai nostri confini e affrontare le sfide a testa alta, è quel che oggi dobbiamo fare. ©