RESTITUIRE TRIESTE AL FUTURO -

AUTONOMI DALL' ITALIA MA CONNESSI CON IL MONDO - RESTITUIRE TRIESTE ALLA MITTELEUROPA - RESTITUIRE TRIESTE AL SUO FUTURO: CENTRALE IN EUROPA INVECE CHE PERIFERICA IN ITALIA -

venerdì 25 novembre 2016

UN NOSTRO POST DI UN ANNO FA ANTICIPAVA LE DISCUSSIONI ODIERNE SU "NUOVA VIA DELLA SETA " E FERROVIE PER IL RILANCIO DEL PORTO FRANCO INTERNAZIONALE DI TRIESTE - ALTRO CHE NUOVI MUSEI AL MAGAZZINO 18...

Esattamente un anno fa, il 25 novembre 2015, pubblicavamo su FB un post che anticipava la discussione che l'altro ieri abbiamo sentito al convegno del Propeller al Magazzino 26 ed anche nel servizio di RAI2 su Nuova Via della Seta e Ferrovie.

Dicevamo:

"LE FERROVIE AUSTRIACHE ÖBB - Austrian Federal Railways - HANNO INIZIATO IERI I LAVORI PER IL TUNNEL DI SEMMERING CHE CONSENTIRA' IL COLLEGAMENTO CON LE FERROVIE RUSSE. Qui il Link
VIENNA DIVENTERA' IL PIU' IMPORTANTE NODO LOGISTICO INTERMODALE D' EUROPA E TRIESTE IL SUO NATURALE TERMINALE PORTUALE A SUD.

NELLA FOTO: TRIESTE CHE DIVENTA LO SNODO FRA LA "NUOVA VIA DELLA SETA" IN CUI LA CINA INVESTE 140 MILIARDI DI DOLLARI E IL NUOVO SISTEMA FERROVIARIO CON AL CENTRO VIENNA.

QUESTE SONO LE VERE CONDIZIONI PER IL RILANCIO DI TRIESTE, NATA E CRESCIUTA INTORNO AL PORTO FRANCO, NON CERTO IL "FANTATURISMO" IPOTETICO PER CUI VOGLIONO ALIENARE E PRIVATIZZARE 70 ETTARI DI AREA PRODUTTIVA CON FONDALI DI OLTRE 12 METRI E FERROVIA IN PORTO VECCHIO."

Su questi temi, che proponiamo da oltre tre anni, vediamo finalmente trasmissioni della RAI (QUI) e convegni ufficiali (QUI).

E viene rivendicato dal neopresidente dell' Autorità portuale il fatto di aver lasciato il Punto Franco in Porto Vecchio (QUI).


Erano utopie e sogni velleitari, come venivano bollate allora, le nostre posizioni fondate solidamente sulle modificazioni geopolitiche ed economiche in atto ?


O erano, e sono ancora, colossali stupidaggini i sogni di un turismo di massa a Trieste attraverso musei  e urbanizzazzione di Porto Vecchio?


Giusto oggi un nuovo museo viene proposto in Porto Vecchio dal sottosegretario del Governo Cesaro: al Magazzino 18 un Museo dell' Esodo Istriano...Queste sono le idee turistiche su cui dicono di voler rilanciare l' economia di Trieste... roba da matti.

Finalmente i tempi sono maturati e quello che era il patrimonio del solo movimento indipendentista triestino è diventato parte della coscienza collettiva.



Non riusciranno a trasformare Trieste in un museo.

ECCO IL NOSTRO POST DEL 25 /11/2015

giovedì 24 novembre 2016

LA CINA E' VICINA - LA "NUOVA VIA DELLA SETA" DIBATTUTA AL PROPELLER DI TRIESTE - IL PORTO FRANCO HA BUONI COLLEGAMENTI FERROVIARI GRAZIE ALL' EREDITA' DELL' AUSTRIA E AL RECENTISSIMO LAVORO DELL' APT... MALGRADO LE FERROVIE ITALIANE-


Finalmente il Magazzino 26 di Porto Vecchio è stato usato per qualcosa di diverso dai soliti dibattiti sui Musei e il riutilizzo fantaturistico: finalmente un dibattito sul ruolo del Porto Franco di Trieste per la "Nuova Via della Seta", tema che riproponiamo ossessivamente da tre anni, COMPRESO QUELLO DELL' UTILIZZO DEL "PUNTO FRANCO" (che qualcuno voleva eliminare)  PER LA PRODUZIONE DI MERCI E SERVIZI.

Sfondato il muro del silenzio e dell' accusa di utopismo e velleitarismo ormai si allarga la consapevolezza del grande impulso che Trieste può ricevere grazie al Porto FRANCO inserito, anche con attività produttive e non solo logistiche, nel nuovo flusso di traffici Oriente - Occidente, solo che non si lasci soffiare l' opportunità da altri, in particolare dall' attivismo di Venezia, ben ammanigliata col Governo Italiano e più rispondente agli interessi nazionali italiani.

Va dato atto al neopresidente dell' Autorità Portuale Zeno D'Agostino di lavorare in questo senso e per la promozione a livello internazionale dei vantaggi del Porto Franco Internazionale, finora misconosciuti.


Gli va dato atto anche di lavorare bene per aumentare l' efficienza dei collegamenti ferroviari e di aver detto il vero quando ha dichiarato al Piccolo: «Un anno e mezzo fa - ha affermato Zeno D’Agostino, presidente dell’APT - un convegno così non avremmo potuto organizzarlo. Oggi invece facciamo marketing perchè prima abbiamo sviluppato la logistica». .... Nell’ultimo anno e mezzo Trieste ha sviluppato numerosi nuovi collegamenti su ferro. Treni giornalieri lasciano lo scalo per le destinazioni di una vasta area che va da Budapest al Lussemburgo. E quindi «se un giorno Trieste sarà terminale marittimo della Via della seta - ha sostenuto il presidente - potrà costituire punto d’arrivo per le merci destinate al cuore dell’Europa".

Collegamenti ferroviari che prima erano stati malamente trascurati al punto di creare la stramba "doppia manovra" e di portare alla chiusura della Linea Transalpina che collega Campo Marzio con Opicina e che va riattivata urgentemente

Ma va anche dato atto che se Trieste gode di buoni collegamenti ferroviari è grazie all' eredità dell' Impero Asburgico che sulle ferrovie ha sempre investito in generale e per il nostro porto in particolare, mentre le Ferrovie Italiane si sono sempre distinte per mettere i bastoni tra le ruote ed imporre tariffe punitive.

E va anche dato atto al movimento indipendentista che tramite queste pagine ha messo da subito in luce le opportunità della Nuova Via della Seta trascurate in questi tre anni da una classe politica impegnata nelle elucubrazioni fantaturistiche su Porto Vecchio ed a denigrare l' utilità del Porto Franco, come rimarcavamo QUI.

Dare a Cesare quel che è di Cesare.


ECCO L' ARTICOLO DEL PICCOLO IN CUI SI FANNO GRANDI MERAVIGLIE PER COSE ARCINOTE AI NOSTRI LETTORI:

Le potenzialità del porto e della logistica ricordate al convegno sulla “Via della seta” del XXI secolo -
Hong Kong e la Cina chiamano Trieste e i suoi operatori, marittimi e logistici, per inserirsi nel gigantesco progetto denominato Via della seta, che coinvolge 63 paesi dell’Asia, dell’Europa e dell’Africa, e nel quale la Cina ha già investito 120 miliardi di dollari. «Nei Balcani i cinesi hanno già acquistato alcune infrastrutture», ha sottolineato Fabrizio Zerbini, presidente del Propeller Club, aprendo il convegno “Hong Kong e il porto di Trieste sulla Via della seta del XXI secolo”, organizzato assieme all’Autorità di sistema portuale (Adsp) dell’Adriatico orientale al Magazzino 26 del Porto vecchio. «Altre opere sono state acquisite o progettate - ha rimarcato Zerbini - e si prevedono decine di miliardi di investimenti. Sono opportunità da non perdere, dati gli interessanti risvolti logistici, non solo per il nostro territorio». E proprio in tema di logistica, uno dei cardini del grande progetto, Trieste non si fa cogliere impreparata. «Un anno e mezzo - ha affermato Zeno D’Agostino, presidente dell’Adsp - un convegno così non avremmo potuto organizzarlo. Oggi invece facciamo marketing perchè prima abbiamo sviluppato la logistica». D’Agostino ha poi rilevato come il porto occupi il 14° posto fra i primi venti scali europei, precedendo Genova di due posizioni. Nell’ultimo anno e mezzo Trieste ha sviluppato numerosi nuovi collegamenti su ferro. Treni giornalieri lasciano lo scalo per le destinazioni di una vasta area che va da Budapest al Lussemburgo. E quindi «se un giorno Trieste sarà terminale marittimo della Via della seta - ha sostenuto il presidente - potrà costituire punto d’arrivo per le merci destinate al cuore dell’Europa». Ma se a lavorare intensamente per il progetto “Via delle seta” è il governo cinese, qual è il ruolo di Hong Kong? A chiarirlo è stata Alice Choi, rappresentante dell’Hong Kong Economic and Trade Office. «Hong Kong - ha spiegato - è l’elemento di connessione tra la Cina e il mondo, con il suo porto, le importanti società finaziarie e i servizi per commerci e industrie». Hong Kong, ottava economia del mondo, ha poi alle spalle la Cina ed è vicina a una delle regioni più produttive dell’enorme paese asiatico. Ma anche la Cina incontra le difficoltà economiche di tanti altri paesi, e la sua economia non è più trainata dall’export ma dai consumi interni. A precisarlo è stato Riccardo Fuochi, vicepresidente dell’associazione Italia Hong Kong e al vertice del Propeller Club di Milano. «Nel 2013 - ha spiegato - la Cina ha quindi varato un grande piano per stimolare lo sviluppo dei commerci fra Asia ed Europa. Nei primi anni ’80 - ha ricordato - Trieste era l’unico porto italiano noto in Cina. Poi qualcosa non ha funzionato. Ma Trieste è nella posizione ottimale per la logistica delle merci asiatiche dirette in Europa. Non dobbiamo aspettare che si muovano altri paesi - è stato il suo invito -. Lavoriamo per promuovere Trieste come centro logistico e di lavorazione delle merci in arrivo via mare». (gi.pa.)

martedì 22 novembre 2016

LA ZONA FRANCA DI GORIZIA ARRIVA IN SENATO GRAZIE AL PD - "IL SILENZIO DEI COLPEVOLI": I POLITICANTI TRIESTINI INVECE TACCIONO SULLA NO TAX AREA DI TRIESTE DA AFFIANCARE AI PUNTI FRANCHI DEL PORTO -


Questa è l' edizione di Gorizia del Messaggero Veneto, giornale gemello del Piccolo: sul Piccolo di Trieste, dello stesso gruppo Repubblica, non troverete niente... ovviamente.

Sulla No Tax Area di Trieste, caldeggiata anche dal neopresidente dell' Autorità Portuale D' Agostino, siamo intervenuti molte volte rilevando invece il silenzio dei politici e della presunta "classe dirigente" locale. Si cominci cliccando QUI .

Adesso la proposta di No Tax Area goriziana è stata portata dal PD al senato dopo che il sindaco Romoli di Centro Destra la aveva presentata a Mattarella, in una versione particolare che rispolverava quella prevista dagli accordi di Osimo ma mai attuata (clicca QUI).


Ma il "Silenzio dei Colpevoli" politicanti locali

continua ed il Piccolo occulta ai Triestini la notizia che Gorizia sta lavorando seriamente per attuare una Zona Franca che è sempre stata il sogno di Trieste.
Anzi qualcuno ha parlato: Cosolini del PD dichiarando di disinterassarsi all' argomento perchè "appartiene ad un altra storia politica" (clicca QUI e vedi punto 14).



Sotto riportiamo l' articolo ed il riquadro del Messaggero Veneto di Gorizia in modo che sia letto anche a Trieste: siamo diventati i maggiori diffusori del Gruppo Espresso / Repubblica (di Gorizia)...

ZONA ECONOMICA SPECIALE: LA PROPOSTA ARRIVA IN SENATO

Presentato dalla parlamentare Fasiolo (PD) il disegno di legge per l’istituzione della Zes. Meno tasse per le imprese e agevolazioni doganali per 10 anni per chi investeZona economica speciale la proposta arriva in Senato di Christian Seu. Un’economia di confine che non esiste più. E un territorio che, rispetto ad altri, non ha saputo cogliere appieno i mutamenti che hanno stravolto negli ultimi 20 anni abitudini, modelli di consumo, capacità di spesa. C’era la frontiera, che oggi non c’è più. E c’era pure la zona franca, sparita dopo il 2007. Se il confine non può essere ripristinato (e ci mancherebbe pure, nonostante i balbettii di un’Unione Europea politicamente mai così in crisi), non manca la speranza di riproporre qualcosa di simile alla zona franca che per 60 anni ha cadenzato il ritmo dell’economia isontina. Approderà in Senato nelle prossime settimane, infatti, la discussione del disegno di legge per l’istituzione della Zona economica speciale (Zes), presentato dalla senatrice dem goriziana Laura Fasiolo. Un ddl che circoscrive in maniera puntuale l’azione del provvedimento, con sgravi fiscali e finanziamenti ad hoc che dovrebbero dare sollievo a un’area che si è scoperta depressa, da florida che era. L’idea, peraltro, nasce con i connotati del progetto bipartisan: perché se è vero che il disegno di legge approda a Palazzo Madama per mano di un esponente del Pd, c’è da ricordare pure che la proposta era stata ventilata anche dal sindaco Romoli (Fi), che l’aveva accennata direttamente al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel corso della recente visita del Capo dello Stato a Gorizia. «La Zes è prevista e applicata dall’ordinamento europeo, ma non vi sono esperienze di Zes in Italia», spiega Fasiolo. «Il ddl è finalizzato all’istituzione di una Zes nelle aree territoriali della Regione confinanti con Austria e Slovenia. L’idea alla base di una Zes nelle suddette aeree territoriali è che può stimolare una rapida crescita economica». È una zona delimitata all’interno di uno Stato in cui sono applicate specifiche leggi finanziarie ed economiche, redatte con l’obiettivo di attrarre investitori stranieri che potrebbero essere interessati a produrre, scambiare e commerciare in una zona dove ricevono un trattamento di favore sia dal punto di vista fiscale e burocratico sia dal punto di vista logistico. All’interno della Zes le tasse sono ridotte e le aziende pagano tariffe più basse. «La Zes che il ddl intende istituire nelle aree territoriali del Friuli Venezia Giulia confinanti con Austria e Slovenia, e quindi anche a Gorizia», elenca Fasiolo, «presenta i vantaggi economici per le imprese. Incentivi per la realizzazione degli investimenti iniziali, agevolazioni doganali, riduzione dell’Irap, dell’Ires), dell’Imu, della Tari e di altre imposte o tasse. C’è poi la riduzione degli onerisociali sulle retribuzioni, unita a una disponibilità di terreni a canoni di locazione ridotti e utenze a tariffe agevolate». Secondo il testo del ddl, nella zona economica speciale sono ammesse imprese che svolgono attività logistico-distributiva o industriale, oltre alle imprese di servizi. In particolare, nella Zes sono consentite le attività di importazione, deposito, confezionamento, trasformazione, assemblaggio e riesportazione di merci. L’istituzione della zona economica speciale avrebbe durata sperimentale di 10 anni, con due “check” intermedi di controllo degli effetti delle misure, fissati al terzo e all’ottavo anno. Il ddl prevede la compensazione annuale delle eventuali minori entrate di competenza regionale o degli enti locali della Regione, derivanti dall’applicazione delle agevolazioni. Trasporti e operazioni doganali in sofferenza: l’allarme delle associazioni di categoria. L’entrata della Slovenia in Europa e, ancora prima, il processo di occidentalizzazione dei Paesi balcanici più vicini alla frontiera, hanno cancellato le granitiche certezze su cui poggiava gran parte dell’economia goriziana: stanno sparendo i negozi di abbigliamento non affiliati ai grandi marchi, che per anni avevano giganteggiato grazie alle frotte di sloveni, croati e serbi che arrivavano nel capoluogo isontino per acquistare capi introvabili nella vecchia Jugoslavia. Ma stanno sparendo anche tutte quelle attività, commerciali e industriali, che avevano trovato terreno fertile nel Goriziano grazie alle agevolazioni previste dal regime di zona franca: rivendite di carburanti e tabacchi su tutte, ma anche le industrie legate al mondo del dolciario e dei distillati. Comparti quasi azzerati, complice pure la crisi che ha portato le aziende che negli anni del boom economico avevano investito nel capoluogo isontino a delocalizzare o centralizzare la produzione. I gridi d’allarme delle associazioni di categoria si sono ripetuti con una regolare cadenza nell’ultimo lustro: soffrono gli autotrasporti, così come le ditte che si occupano di operazioni doganali, ma finiscono con il patire gli effetti del confine che non c’è più anche le aziende del commercio, costrette a fare i conti con una contrazione del volume d’affari con percentuali da capogiro. (chr.s.)


lunedì 21 novembre 2016

NUOVA VIA DELLA SETA E PORTO FRANCO INTERNAZIONALE DI TRIESTE: IMPRENDITORI CINESI INVESTONO - UN SERVIZIO DI RAI2 CI DA' RAGIONE ED E' UN CEFFONE A CHI HA DISPREZZATO IL PORTO FRANCO: POLITICI TRIESTINI PER PRIMI .

 CLICCA SULL' IMMAGINE PER IL VIDEO DI RAI2

Chi segue Rinascita Triestina sa che il nostro primo articolo nel 2013 è stato sulla enorme opportunità per Trieste della "Nuova Via della Seta" che il Presidente Xi ha annunciato nel settembre 2013: dimostrava sia le potenzialità del Porto Franco Internazionale sia l' autosufficienza economica del nostro territorio che non ha bisogno di essere assistito da nessuno e tantomeno da uno Stato Fallito come l'Italia.

Conosce anche l' insistenza con cui abbiamo parlato di questo tema sia qui che in pubbliche conferenze.

Queste pagine sono state le prime, ed a lungo le uniche, a pubblicare la mappa che vedete sotto.


Queste pagine ed il movimento indipendentista triestino sono stati i primi, e per molto tempo gli unici, a discutere e divulgare questi temi che ora cominciano finalmente ad essere patrimonio di tutti e ad essere il perno per la rinascita e la modernizzazione di Trieste.


Adesso questa, almeno sul piano della pubblica opinione, può dirsi una battaglia vinta: solo dei poveri miopi retrogradi continuano a sostenere l' inutilità ed il superamento dello strumento del Porto Franco, pienamente recepito come fondamentale dal nuovo Presidente della Autorità Portuale ed ora anche dai grandi media nazionali come il servizio di RAI 2, e non solo, dimostra.


La nuova Autorità Portuale ha iniziato a proporre all' estero i vantaggi del Porto Franco, cosa che nessuno aveva mai fatto prima, e i primi risultati arrivano: imprenditori cinesi che investono qui e lo spiegano alla TV.

Un giorno qualche storico esaminerà tutta questa vicenda e le prese di posizione di questi anni e saprà stabilire i meriti storici del vilipeso indipendentismo triestino e gli immensi demeriti di una classe non solo politica ma anche sedicente "dirigente" locale che ha dato vita al "pensiero unico", propagandato insistentemente dal Piccolo per anni, che ha portato alla volontà di eliminare il Punto Franco dal Porto Vecchio ed addirittura da tutto il porto come sostenevano alcuni sedicenti "progressisti" che bollavano come "nostalgici" i fautori del Porto Franco Internazionale di Trieste.

Le seguenti parole di Pacorini, famiglia vicina al PD di cui Federico è stato candidato sindaco (oltrechè presidente della Confindustraia locale), meritano di essere scolpite nel bronzo a futura memoria:
"Roberto Pacorini, dell’omonima azienda, fa il bastian contrario, come faceva fin da tempi non sospetti. Ma le sue parole pesano. «La jattura più grande - assicura - è quella di avere il punto franco! Facciamo come ha fatto Amburgo, eliminiamolo! O, in alternativa, sistemiamolo nell’ufficio della presidenza portuale. Piantino lì la bandiera, così un domani chi afferma che potrebbe venir sviluppato troverà risposte...Magari, forse, troveranno qualcosa di concreto da fare...». (Il Piccolo 22/1/2015 non preistoria: clicca QUI).


Ma il vento sta cambiando...e questi falsi progressisti che vogliono trasformare Trieste in un museo, con bed&breakfast turistico affumicato dalla Ferriera, avranno ciò che gli è dovuto.


“The Times They Are A-Changin” di Bob Dylan 1964. (Traduzione del testo in italiano, clicca QUI)



Una delle slides presentate più volte in incontri pubblici



domenica 20 novembre 2016

"SI" DI INDUSTRIALI, BANCHIERI E LEADER EUROPEI AL REFERENDUM DI RENZI: E' IL BACIO DElLA MORTE - Il referendum non e' solo un fatto interno italiano e non riguarda solo la Costituzione ma l' intero assetto politico europeo: per questo le èlite si mobilitano -


- Il referendum non e' solo un fatto interno italiano e non riguarda solo la Costituzione ma l' intero assetto politico europeo: per questo le èlite si mobilitano --

Più i media, apertamente schierati per il SI come il Piccolo, insistono a sottolineare che le èlite di tutti i tipi voteranno SI, più gli elettori si convincono ad andare a votare NO.

Non tira aria buona per le èlite politiche europee, nè per quelle bancarie, finanziarie, industriali, dello spettacolo: i cittadini provati da 8 anni di crisi scaricata sulle loro spalle si stanno ribellando, e i primi sono i lavoratori: altro che "populismo"...

Quello del 4 dicembre è un referendum confermativo che non prevede quorum: non andare a votare non danneggia il potere, semmai gli fa un favore.

E' vero che Trieste non ha mai votato nè per l' Assemblea Costituente nè per la Costituzione Italiana e che da allora  nulla di sostanziale è successo, ma è anche vero che se Trieste è un "territorio amministrato" dal Governo Italiano non siamo per niente indifferenti alle politiche del Governo medesimo.

Questo referendum in realtà non riguarda solo la Costituzione Italiana ma è da subito stato legato, dai promotori stessi, al Governo Renzi ed alla persona del premier e al suo enturage.

Dire che la politica del Governo Italiano non ci riguarda mentre in realtà è il governo amministratore di Trieste, su cui ne ricadono in pieno le conseguenze ogni giorno, è solo un discorso astratto.
Dire che questo referendum è solo un fatto interno italiano contraddice la realtà che vede i leader politici stranieri schierati per il SI: da Obama alla Merkel  a Juncker.

Al punto che la UE rimanda la bocciatura ufficiale della legge di bilancio del Governo Renzi a dopo il referendum, per aiutarlo a superare questo passo.

Il governo spera che chi è all' opposizione non vada a votare.

Non usare l' arma del voto messa incautamente a disposizione è sciocco, soprattutto visto che non è previsto un quorum.

sabato 19 novembre 2016

RASSEGNA GEOPOLITICA SETTIMANA 13-19 NOVEMBRE -


Il mondo attorno a Trump
In settimana, il mondo e gli Stati Uniti hanno iniziato a prendere le misure a Donald Trump.
A livello interno, il presidente eletto ha effettuato le prime nomine – spie della battaglia per l’anima del Partito repubblicano – e sta cercando di arruolare manodopera burocratica senza cadere ostaggio dell’odiato establishment e delle lobby. Proposito quasi utopico, essendo queste due élite di fatto le uniche in grado di riempire i quadri intermedi dell’amministrazione.
Sul fronte estero, si è sentito al telefono con Putin e Xi e ha incontrato il primo leader straniero, il premier giapponese Shinzo Abe. Tokyo è molto preoccupata della retorica che ha portato il candidato repubblicano al successo elettorale, soprattutto dei commenti sulla necessità per il Giappone di aumentare il contributo finanziario all’ombrello di protezione Usa.
Le esternazioni trumpiane rischiano tuttavia di accordarsi in parte ai timori della comunità strategica Usa nei confronti dell’arcipelago del Sol Levante. Ne ha scritto Dario Fabbri:
Da sempre Washington considera Tokyo un avversario strategico.
Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento al dipartimento della Guerra si discuteva apertamente di una possibile invasione nipponica della California (era il tempo del cosiddetto yellow peril) e nel 1898 gli Stati Uniti strapparono le Filippine alla Spagna proprio per tranciare la linea di rifornimento del Giappone.
Privato dell’accesso al petrolio, nel 1941 l’imperatore Hirohito ordinò l’attacco contro Pearl Harbor che trascinò gli americani nella seconda guerra mondiale.
Il Giappone resta oggi una potenza assai capace e fragile, come ogni paese che dipende totalmente dall’importazione di materie prime e dall’esportazione dei propri prodotti.
Dotato di superiore expertise marinara rispetto ai suoi vicini (Cina compresa), è in grado di aggiudicarsi qualsiasi conflitto regionale, a patto che le ostilità rimangano circoscritte nel tempo, e in caso di percepito pericolo potrebbe muovere alla temporanea annessione delle vie marittime contese nel Mar Cinese Meridionale e nel Mar Cinese Orientale, escludendo gli Stati Uniti e generando un conflitto di notevole intensità con le potenze rivierasche.
[…] Non a caso la percezione del Giappone quale potenziale antagonista è presente in ogni esternazione di Donald Trump, che puntualmente indica Pechino e Tokyo quali (truffaldini) rivali della superpotenza.
A tenere banco in settimana, soprattutto in funzione anticinese, è stata però l’agenda commerciale, come ha scritto Fabrizio Maronta:
Nell’intento di trasferire alla pratica di governo l’istantaneità dei tweet che hanno dettato toni e temi della campagna, la squadra del neoeletto presidente ha fissato il traguardo del primo giorno alla Casa Bianca: aprire un processo di revisione del Nafta, il trattato di libero scambio nordamericano con Canada e Messico.
Nel frattempo l’amministrazione promette di brandire il dossier cinese, arrivando a stabilire entro il centesimo giorno se Pechino è etichettabile come “manipolatore di valuta” (paese che pratica cioè svalutazioni competitive) ai sensi della normativa interna e internazionale (Wto), affinché il Congresso – su istanza del dipartimento del Tesoro e dello stesso presidente – possa imporle ritorsioni commerciali.
Altri cento giorni e Trump dovrebbe decidere se il Nafta può essere emendato in termini più favorevoli all’America (o meglio alla sua base elettorale, che reclama gli impieghi delocalizzati oltre il Rio Grande), oppure se è il caso di denunciare l’accordo e porvi unilateralmente fine.

Il fronte del Venezuela [di Niccolò Locatelli]
Mentre la vicina Colombia raggiunge un nuovo accordo di pace con la guerriglia delle Farc (che il presidente Santos non vuole sottoporre a un nuovo referendum), il “dialogo” in Venezuela fa tanti passi avanti quanti passi indietro fa l’opposizione.
Nella risoluzione emessa al termine della riunione del 12 novembre è scomparsa ogni menzione al referendum revocatorio del presidente Maduro e alle elezioni regionali, le quali rimangono congelate per decisione incostituzionale governativa.
Nei giorni successivi, mentre l’esecutivo violava ancora la Costituzione prorogando per la quinta volta il decreto di emergenza economica (garantendosi fondi aggiuntivi) senza consultare il parlamento, unico organo controllato dall’opposizione, quest’ultima compiva diligentemente uno dei punti dell’accordo: i tre deputati dello Stato di Amazonas, cruciali per garantire al fronte anti-chavista una supermaggioranza che permetterebbe la convocazione di un’assemblea costituente e la revoca dei magistrati della Corte Suprema, si sono dimessi per permettere una nuova elezione.
Sinora la mediazione del Vaticano e di Unasur è una benedizione per il governo, che – senza “fare nulla” in cambio, come riconosce il portavoce del fronte anti-chavista – ha ottenuto un calo della tensione e importanti concessioni da un’opposizione che inizia a spaccarsi sul senso stesso di questo dialogo.
Una vittoria tattica, dato che i problemi economici del paese non sono scomparsi. Ma tanto basta, per ora, a tenere in ballo Maduro.

Il Kosovo jihadista [di Luca Susic]
Nel corso di una serie di operazioni di polizia iniziate lo scorso 5 novembre, le autorità del Kosovo hanno arrestato 19 persone (18 locali e un cittadino macedone) sospettate di aver pianificato attacchi terroristici sul territorio dell’ex provincia autonoma serba e dell’Albania.
I 19 sono inoltre accusati di essersi avvalsi dei servigi di Lavrim Muhaxheri, il jihadista balcanico più famoso, apparso in diversi video propagandistici e in contatto con alcuni estremisti di etnia albanese residenti in Italia e arrestati dalle nostre autorità nel corso del 2015.
Secondo alcune fonti, in particolare, gli aspiranti jihadisti avevano intenzione di colpire la nazionale israeliana di calcio e i suoi tifosi che si erano recati a Tirana per una partita di qualificazione ai Mondiali del 2018, oltre che non precisati obiettivi in territorio kosovaro.
L’incontro di calcio si sarebbe dovuto tenere a Scutari, ma è stato spostato ad Elbasan per motivi di sicurezza in seguito ai primi fermi e all’intervento dei servizi segreti dello Stato ebraico che avevano messo in guardia i propri connazionali dei rischi.
Il successo dell’operazione rappresenta un’ottima pubblicità per le autorità kosovare, da anni accusate di far poco o nulla per fermare l’avanzata dell’estremismo islamico che, grazie anche agli investimenti esteri e ai legami con altri gruppi eversivi locali, in pochi anni è riuscito ad acquisire forza e proseliti.

La Russia e i social network [di Luca Mainoldi]
La decisione di bloccare (si spera temporaneamente) LinkedIn in Russia sembra essere un avvertimento del Cremlino ai giganti statunitensi del Web, i cosiddetti Gafam (Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft), di conformarsi alla legge approvata dalla Duma nel 2014 ed entrata in vigore nel 2015, che impone lo stoccaggio dei dati degli utenti russi in server collocati fisicamente sul suolo della Federazione Russa.
Il pretesto di questa norma è quello di difendere i dati dei cittadini russi dallo spionaggio americano, ma in questo modo gli organi di sicurezza russi vedono rafforzati i propri poteri di controllo sul Web. Si ricordi che già ora gli internet service provider russi sono obbligati a installare nei loro server delle “scatole nere” del sistema Sorm (sistema delle misure delle ricerche pperative), ora utilizzato dall’Fsb e la cui genesi risale al Kgb sovietico.
I giganti americani saranno probabilmente costretti a piegarsi al diktat del Cremlino. Microsoft, che è in procinto d’acquistare LinkedIn, lo sta già facendo. Nel frattempo un oligarca vicino al Cremlino ha preso il controllo di  VKontakte (Vk), il “Facebook russo”.
Sbaglia però chi vede questa mossa come un segnale di forza. La creazione di una guardia nazionale che risponde direttamente al Cremlino, la riorganizzazione dei servizi segreti (che dovrebbero essere riuniti in un’unica entità, l’Mgb) e ora l’annuncio di un giro di vite sul Web sembrano segnali di debolezza di un potere che teme le elezioni presidenziali del 2018.

Le elezioni in Moldova e Bulgaria
La settimana si è aperta con la vittoria alle elezioni presidenziali di candidati descritti come filorussi in due paesi dell’Est Europa.
È sicuramente il caso della Moldova, dove nell’affermazione di Igor Dodon ha svolto un ruolo determinante la regione separatista della Transnistria, come ha scritto Mirko Mussetti:
Gli elettori transnistriani simpatizzanti di Dodon sono stati accompagnati in modo organizzato con il placet di Tiraspol nelle sezioni di voto a ovest del fiume Nistru; qui, a differenza degli studenti moldavi, potevano recarsi a votare in più di una località semplicemente dichiarando che non avrebbero espresso più di un voto.
Per la prima volta nella sua storia, Tiraspol interviene direttamente in una campagna elettorale moldava: un utile esperimento in vista delle probabili elezioni parlamentari anticipate. Chișinău non potrà ricambiare con la stessa moneta alle elezioni presidenziali transnistriane del prossimo 11 dicembre: il sistema transnistriano è chiuso e controllato.
Per Mosca la vittoria di Dodon è manna dal cielo: non solo rappresenta un passo preliminare per allontanare il piccolo paese associato dell’Ue dall’orbita della Nato, ma può bloccare il tentativo di Chișinău di far ritirare le truppe russe dalla regione separatista. Nel frattempo, Kiev ha richiamato in Ucraina il proprio ambasciatore.

La vittoria di Radev in Bulgaria, invece, non può essere classificata come un successo filorusso e antiatlantista, spiega Anna Miykova:
La Russia potrà sicuramente beneficiare di una retorica più positiva rispetto a quella accusatoria dell’attuale presidente Plevneliev, convinto sostenitore della causa euro-atlantica da contrapporre all’aggressività di Mosca. Ma nella sostanza non cambierà molto.
È presumibile che l’ex Generale, da brillante allievo dell’Air War College di Montgomery, si serva delle qualifiche acquisite in Occidente per proporre una visione pragmatica dell’interesse nazionale, in equilibrio tra la fedeltà alla Nato e all’Ue e un riavvicinamento alla Russia.
Si esclude che Radev possa disattendere gli impegni assunti dalla Bulgaria nell’Alleanza atlantica, come il dislocamento di una Brigata internazionale in Romania o la concessione agli Stati Uniti – risalente al 2006 – di alcune basi militari. […]
Le dichiarazioni di Radev sulla necessità di “formare la nostra politica a Sofia e avere la dignità di difenderla al di fuori dei confini” denotano un atteggiamento che potrebbe spingere il paese a ridefinire alcune sue posizioni all’interno della Nato e dell’Ue (il neopresidente ha criticato le quote migranti e invitato a ridiscutere gli accordi di Dublino).

Anniversari geopolitici del 18 novembre
1626 – Viene consacrata la Basilica di San Pietro in Vaticano.
1916 – Prima Guerra Mondiale: finisce la battaglia della Somme.
1918 – La Lettonia dichiara l’indipendenza dalla Russia.
1976 – Il parlamento spagnolo approva una legge che inaugura la transizione dal franchismo alla democrazia.


DEDICATO A FRANCESCO GIUSEPPE IL "LIBRO DELL' ANNO" DELLA TRECCANI - LO STORICO FRANCO CARDINI: " FRANCESCO GIUSEPPE ODIAVA LE GUERRE"




A un secolo dalla morte di Francesco Giuseppe, avvenuta al Castello di Schönbrunn il 21 novembre 1916, il “Libro dell’anno 2016”dell’Enciclopedia Treccani, dedica all’imperatore d’Austria un approfondimento firmato dallo storico Franco Cardini: “Francesco Giuseppe e le guerre mai volute”.
Franco Cardini è storico illustre, specializzato nel Medioevo e storia della Cavalleria, attento osservatore delle questioni Mediorientali ed autore del libro "la scintilla" sulla responsabilità della "guerra di Libia "che l' Italia mosse nel 1911 all' Impero Ottomano nel provocare l' "effetto domino" della destabilizzazione mondiale.

Ne anticipiamo un ampio stralcio, pubblicato anche sul Piccolo, per gentile concessione dell' autore.


Francesco Giuseppe odiava le guerre 
 di FRANCO CARDINI
 L ’imperatore si spense dolcemente alle 9 e 5 minuti di quella sera, il 21 novembre del 1916. Le procedure di preparazione della salma e di imbalsamazione andarono per le lunghe e furono condotte in modo alquanto maldestro. Solo 10 giorni dopo, il 30, si presentò dinanzi alla porta della Kapuzinergruft di Vienna. Gelido, disfatto a causa dell’imbalsamazione mal riuscita, chiuso nella sua candida alta uniforme, invisibile a tutti. Bussarono per lui alla porta, una volta. Alla domanda del padre guardiano all’interno, chi fosse a chiedere ultimo asilo, risposero per lui secondo il rito: Sua Maestà Cesarea il Kaiser Francesco Giuseppe, imperatore d’Austria, re apostolico d’Ungheria, re di Boemia, di Dalmazia, di Croazia, di Slavonia, di Galizia, di Lodomiria e d’Illiria, re di Gerusalemme, arciduca d’Austria, granduca di Toscana eccetera. Non lo conosciamo, si senti rispondere da dentro.
Secondo appello: chi bussa? Francesco Giuseppe, semplicemente. Identica risposta: ancora una volta, come il perentorio Zuruck! che respinge il principe Tamino alle soglie del Tempio della Saggezza nel secondo atto della “Zauberflote” di Mozart. 
Terzo appello. Chi bussa ancora? Ein armer Sunder, un povero peccatore. Quello, Dio lo conosceva: e anche i fedeli frati custodi della cripta di famiglia degli Asburgo. La porta si apri ed egli potè scendere a riposare con i suoi avi e con la sua Sissi. Intanto, sui campi di battaglia, l’Europa stava agonizzando. Francesco Giuseppe morì in buona compagnia. Con lei. Quell’uniforme candida nella quale ormai avrebbe riposato per sempre era forse la stessa con la quale poco più di due anni prima, nel fatale 1914, egli aveva seguito a piedi, ottantaquattrenne, la processione del Corpus Domini nella sua capitale. Quel gesto di regale umiltà - uno dei tantissimi dei quali era capace - aveva commosso profondamente Papa Pio X, ch’era nato nel Veneto ancora sotto il suo regno e che non dimenticava mai di pregare per il •”suo” imperatore. Ma pochi giorni dopo, il 28 giugno, c’era stata la tragedia di Sarajevo: e tutto era precipitato. Non l’aveva voluta, quella guerra. E anche delle tre che prima di quella gli era toccato di vedere -nel ’48, nel •’59, nel ’66 - non ne aveva voluta nessuna. 
Aveva trascorso la vita intera in uniforme, come si conveniva al•”primo funzionario dello Stato”, com’era fiero di definirsi: ma era, e sempre rimase, un uomo di pace. 
Già all’indomani dell’annessione della Bosnia-Erzegovina, mentre ormai si stavano presentando - nell’Austrungheria e non solo - le prime spinte oltranzistiche, aveva quasi aggredito il nipote e successore designato al trono, l’arciduca Francesco Ferdinando, con queste parole: •«Hai mai visto la guerra, tu? No! Ma io l’ho vista, e perciò ti dico che prima di avventurarcisi bisogna rifletterci ancora tanto a lungo fino a trovare un mezzo per evitarla». E alla figlia Maria Valeria, una delle poche persone con cui amasse confidarsi, aveva dichiarato una volta che è sempre difficile trovare delle ragioni per fare una guerra, anche perché in realta non ce ne sono mai. 
Alla notizia della morte del nipote Francesco Ferdinando nell’attentato di Sarajevo, l’imperatore non apparve in fondo né troppo scosso né eccessivamente addolorato; anzi, dalle sue immediate dichiarazioni pare quasi di capire ch’egli pensasse che le cose avevano avuto il loro necessario esito. 
Tutto era andato, dal ’67 in poi, contro la volontà di Dio che gli aveva affidato i suoi popoli: era stato solo nel nome e in vista della sopravvivenza della monarchia che egli aveva dovuto accettare contro la propria coscienza tanto l’Ausgleich austroungarica prima quanto il sistema costituzionale poi. 
Ma la prospettiva presentatagli dall’arciduca Francesco Ferdinando, quella di una nuova riforma che aggregasse anche gli slavi, doveva sembrargli in realtà eccessiva e intollerabile. Certo, egli non avrebbe mai potuto opporsi: ma era accaduto che, proprio per mano di uno slavo, ci aveva pensato la Provvidenza. 
All’indomani dell’attentato l’imperatore si schierò con il primo ministro, l’ungherese Istvan Tisza, dichiarandosi contrario a qualsiasi tipo di azione di rappresaglia contro la Serbia: anche perché essa avrebbe comportato con ogni probabilità un intervento russo e quindi una guerra di più ampie e terribili proporzioni. Ma tutti gli altri ministri, a cominciare da quello degli esteri Leopold Berchtold, erano dell’avviso che ai serbi si dovesse impartire una lezione indimenticabile. Nel medesimo giorno dell’inizio della guerra contro la Serbia, l’imperatore firmò un proclama diretto a tutti i suoi popoli: «Sarebbe stato il mio più ardente desiderio dedicare gli anni che ancora mi sono concessi a opere di pace e a risparmiare ai miei popoli i pesanti sacrifici e gli oneri della guerra. La Provvidenza ha deciso altrimenti. Le macchinazioni di un avversario pieno di odio mi costringono a impugnare la spada per tutelare l’onore della mia monarchia, per difendere il suo prestigio e la sua posizione politica, per assicurarne la stabilità dopo tanti anni di pace». E se all’immediata vigilia del conflitto il sovrano era sembrato preso da una sorta di abulico fatalismo, come se tutti i suoi 84 anni gli fossero arrivati addosso d’un balzo, ora egli sembrava, se non rinvigorito, per lo meno divenuto più lucido e determinato, quasi più sereno: era come se ormai solo la guerra lo interessasse; era come se la sua stessa tarda età lo facesse sentire già fuori dalla vita e che, senza passato e senza futuro, solo il giudizio immediato delle armi avesse conservato per lui un qualche valore. 
Intanto, la guerra stava al di là della sua volontà valorizzando l’elemento germanico in un’Austria che si andava sempre più appoggiando alla fraterna potenza vicina; e se gli ungheresi restavano fedeli, gli slavi davano segni di volersene andare. [...]
lo storico Franco Cardini