RESTITUIRE TRIESTE AL FUTURO -

AUTONOMI DALL' ITALIA MA CONNESSI CON IL MONDO - RESTITUIRE TRIESTE ALLA MITTELEUROPA - RESTITUIRE TRIESTE AL SUO FUTURO: CENTRALE IN EUROPA INVECE CHE PERIFERICA IN ITALIA -

sabato 2 dicembre 2017

INTERVISTA AL SEGRETARIO GENERALE DELL' UNPO MARINO BUSDACHIN - Dell' Organizzazione delle Nazioni e dei Popoli Non Rappresentati (Unpo) fa parte, dal 28 novembre 2014, TRIEST NGO l'organizzazione non governativa pro-TLT con sede a Londra. Tale adesione ha reso possibili gli interventi presso l' ONU a Ginevra delle delegazioni triestine.


Da tre anni, dal 28 novembre 2014, Triest-NGO, l' organizzazione non governativa con sede a Londra che si occupa dei diritti dei cittadini de TLT, fa parte dell' UNPO-Organizzazione delle nazioni e dei popoli non rappresentati- che è guidata dal 2003 dal triestino Marino Busdachin.  Marino Busdachin è noto a Trieste anche per essere stato consigliere comunale per il Partito Radicale dal 1978 all' 1982.
E' stata l' ammissione all' UNPO che ha consentito la partecipazione di delegazioni di triestini ad  alcune sessioni di organismi ONU a Ginevra a perorare la causa dei cittadini del TLT. 
L' amicizia e la stima che lega dagli "anni triestini" alcuni nostri redattori a Marino rende ancora più gradita la pubblicazione di questa sua intervista.


L’autodeterminazione per liberarsi dalle oppressioni.
Dalla Catalogna al Kurdistan, due modi ben diversi di sentirsi oppressi. Il ruolo dell’Organizzazione dei popoli non riconosciuti

Intervista a Marino Busdachin, Segretario generale dell’UNPO.
di Guiomar Parada *

L’Art. 1, comma 2 della Carta delle Nazioni Unite indica come loro fine lo sviluppo di relazioni amichevoli tra le nazioni “fondate sul rispetto e sul principio dell’eguaglianza dei diritti e dell’auto-determinazione dei popoli”. Negli ultimi mesi, questo principio cardine del diritto internazionale moderno è tornato alla ribalta con il referendum in Catalogna, quello nel Kurdistan iracheno e altri previsti a Bougainville in Papua Nuova Guinea, nelle Isole Fær Øer e in Nuova Caledonia.
L’Organizzazione delle Nazioni e dei Popoli Non Rappresentati (Unpo) è composta da non più di 40 membri in tutto il mondo, tra Stati non riconosciuti, minoranze, popoli indigeni e territori occupati e ha come missione difendere i loro diritti politici, sociali e culturali, il loro ambiente e il loro diritto all’autodeterminazione (di seguito AD).
Fondata nel 1991 a L’Aia, contribuisce a mitigare i conflitti intra Stato, oggi il 90%. Marino Busdachin è Segretario generale dal 2003.
Lo abbiamo incontrato per gettare un po’ di luce su un tema di grande attualità ma poco noto all’opinione pubblica.


Come Unpo vi occupate di popoli molto differenti, da quelli originari del Sudamerica a identità dell’Europa, a Stati de facto e autonomie in Asia e Africa... Che cosa hanno in comune?

La mancanza dei fondamentali diritti umani e della libertà di espressione individuale e, rispetto al diritto all’AD dei popoli, la soppressione di quelli che oggi l’Onu definisce diritti collettivi.
 L’Auto Determinazione  qui deve essere intesa nel più largo spettro: dall’autonomia alle federazioni, dalla devoluzione di potere tramite autogoverni regionali all’integrazione all’interno di Stati e diverse altre soluzioni di cui l’indipendenza è l’ultimo passo e spesso non quello di maggiore successo.

Molti popoli si battono per il diritto all’AD senza prospettive di uno status migliore. A che punto siamo?


Le concessioni di autonomia in Africa e Asia sono spesso politiche e hanno durata limitata: può succedere che appena il governo cambia riprenda lo scontro armato, molte volte sostenuto da paesi vicini. Invece di migliorare, la situazione peggiora. La causa non sono i popoli o le minoranze che avanzano il principio dell’AD, ma spesso efferate forme di oppressione e negazione dei diritti individuali o collettivi di un popolo, di un gruppo o di una comunità.

Che cosa succede quando i popoli non rappresentati si trovano coinvolti in una guerra come in Siria?

È complicatissimo. La questione curda coinvolge la Siria, la Turchia, l’Iraq e l’Iran. La realizzazione di uno Stato curdo è negata politicamente dalla Russia di Putin, dalla Turchia di Erdoğan, dagli Stati Uniti e ora anche dall’Iran. Il referendum tenutosi nel Kurdistan iracheno riflette una situazione complessa – oltre a divisioni tra i Curdi e al fatto che non tutti ambiscono a creare un Kurdistan.
Un aspetto positivo è che i territori di due minoranze irachene – gli Assiri della piana di Ninive e i Turcomanni di Kirkuk – sarebbero annessi al Kurdistan. Per molti analisti la richiesta di un referendum ha più una valenza di politica interna tra i leader curdi Massoud Barzani e Jalal Talabani, ma a farne le spese saranno i Curdi siriani stretti tra la minaccia di un intervento militare turco e la mancanza di sostegno a qualsivoglia forma d’indipendenza da parte delle maggiori potenze presenti in loco.
 I processi, tuttavia, possono essere molteplici e anche in una situazione repressiva come quella iraniana, la richiesta di AD non si estrinseca solo nello schema dell’indipendenza. È il caso di quattro membri dell’Unpo che chiedono un Iran federalista e democratico. Sono gli Arabi ahwaz, i Curdi, gli Azerbaijani e i Beluci che insieme ad altri gruppi minoritari rappresentano più del 50% della popolazione del Paese.

Come si mantiene viva un’identità culturale?

Dipende se l’impulso verso l’AD sopravvive nella diaspora o all’interno di un paese. Nel corso degli anni ho visto affievolirsi le rivendicazioni di diversi membri dell’Unpo. Nella diaspora, dopo una o due generazioni si perde un po’ l’identità, aumenta l’integrazione e scompaiono le organizzazioni. La richiesta di autodeterminazione svanisce. È un processo alquanto frequente, soprattutto presso minoranze o popoli in territori non abbastanza grandi, ma lo vediamo anche nel caso del Tibet.
Le grandi speranze di 10-30 anni fa oggi sono in crisi, come ha sottolineato lo stesso Dalai Lama. Il Tibet oggi è molto differente da quello di 20-30 anni fa. Questo mette in crisi gli stessi Tibetani, che non chiedono più l’indipendenza ma un’autonomia che non si realizzerà mai perché le persone cambiano, l’identità culturale si perde, la lingua non viene più usata. Soprattutto nei regimi non democratici, il processo di assimilazione finisce per annichilire prima l’identità culturale, poi la lingua e infine anche la memoria delle minoranze, che anche quando si definiscono nazione, difatti sono solo minoranze. [Il Tibet è membro Unpo, mentre l’Estonia e la Lettonia sono tra gli ex membri ora indipendenti e membri dell’Onu].

Secondo una ricerca dell’Università del Maryland e del Peach Research Institute di Oslo la spinta verso l’AD viene stimolata dalle rivendicazioni in corso in altri Paesi.

Il desiderio di emulazione è ciclico nella storia degli ultimi 50-60 anni, dall’infelice decolonizzazione al crollo dell’Urss con richieste di AD di tipo tradizionale e nazionalista tese alla creazione di Stati nazionali, quindi una versione un po’ ottocentesca del diritto all’AD. Oggi assistiamo a un fenomeno nuovo. Eravamo abituati a vedere la domanda di AD prevalere in Asia e invece cresce in Europa, dalla Spagna allo stesso Regno Unito, con qualche fenomeno negli Usa, quindi nei paesi più avanzati. Sono processi molto differenti da quelli nell’America Latina, dove a chiedere l’AD sono soprattutto i popoli indigeni, o in Africa, e in parte in Asia, che riguardano il modo arbitrario con cui sono stati tracciati i confini. In questi continenti vi sono decine di casi in cui Stati nascenti si sono appropriati di altri territori senza rispettare il diritto internazionale o le regole dettate dall’Onu, annessioni che per convenienza sono state accettate. Le richieste di AD in questi casi sono il risultato di appropriazioni o visioni artefatte, la frontiera tra India e Pakistan, che ai tempi dell’accordo di Teheran tra Roosevelt e Churchill fu tracciata sul tovagliolo di un ristorante. È inevitabile che dopo un numero di anni queste istanze si affermino tra una popolazione sempre più vasta.

Entità sovranazionali come l’Europa sembrano far scattare nei popoli il bisogno di ribadire la propria identità.

Nel caso europeo è un fenomeno quasi ciclico. È normale che quando le cose cambiano e non si vedono sviluppi positivi, le persone si rivolgano ai principi identitari, che hanno i limiti che abbiamo conosciuto negli ultimi secoli. Ciò è compensato, però, dalla crescita di un’identità europea soprattutto tra le nuove generazioni.
 Elemento interessante è la Catalogna, che vuole uscire dalla Spagna ma entrare in Europa. Il fatto che il loro processo comporti una visione degli Stati Uniti d’Europa rende più difficile definire il loro un indipendentismo sterile e separatista.
La prospettiva di una federazione europea regolata potrebbe risolvere, oltre al caso della Catalogna, forse anche quello della Scozia, o del Tirolo o di altre situazioni europee finora senza soluzione.
Sarebbe sbagliato quindi collegare istanze come quella catalana a impostazioni di tipo nazionalistico indipendentista del secolo scorso. Da moltissimi anni la Catalogna chiede uno status paritario o un’autonomia reale simile a quella dei Paesi Baschi, sempre negata dalla posizione centralista del governo spagnolo. Questa rigidità ha alimentato la richiesta d’indipendenza e quindi si può ritenere il governo spagnolo complice della situazione attuale.
Il principio di essere padrone a casa propria poteva valere nel Medioevo.
In un mondo interdipendente come quello di oggi, quelle forme sono spettri del passato.
Ritengo che invece di vedere le spinte verso l’AD come separatismo o accusare le minoranze di voler rompere la sacralità dei confini di uno Stato, si dovrebbe tentare di arrivare a migliori relazioni nell’ambito delle organizzazioni internazionali.
Che la Scozia o la Catalogna facciano parte di un’Europa a più di 28 Stati o siano una “dépendance” di uno Stato nazionale, non credo faccia molta differenza.
Vedrei questi fenomeni, paradossalmente, come effetti della prospettiva di un’effettiva Unione europea.

Come risponde alla critica che si rischia di tornare al passato, e cioè a un’Europa di piccoli regni  e staterelli?


La cosiddetta “Europa dei piccoli Stati” è in contrasto con l’idea stessa di Unione europea.
Le forze politiche autonomiste riflettono spesso confitti di politica interna nazionale più che vere e proprie aspirazioni di gruppi di cittadini: finora, purtroppo, la Ue non è stata capace di contrastare e ricomporre questi conflitti in un’Unione autentica e completa.

Sussiste tuttavia la preoccupazione che il perseguimento di AD si sovrapponga a forme nazionalistiche o addirittura a odio razziale o divisioni etniche…

Esasperandone i termini, anche tramite un certo tipo di giornalismo che equipara l’AD al separatismo, per esempio, si acuiscono le polarizzazioni e si fa il gioco dei nazionalismi e dei populismi. Ciò può tracciare delle vie sbagliate all’AD con derive nazionalistiche, violente e autoritarie. Il mondo dei popoli che chiedono l’AD non ne è immune. Lottare per l’AD non è di per sé un valore positivo e quindi noi siamo molto attenti che le organizzazioni che aderiscono all’Unpo utilizzino metodi strettamente non violenti. Il nostro compito è dare una voce, ma la nostra attività si svolge nei Parlamenti, nel Consiglio Onu sui Diritti Umani e quindi principalmente in ambito istituzionale. Occorre un impegno per regolare il diritto all’AD con elementi di diritto internazionale evitando così che l’AD resti solo una buona idea nella Carta dell’Onu o addirittura territorio selvaggio di criminali senza alcuna legge se non quella del più forte. Viceversa, c’è anche una lunga lista di Stati che, in totale mancanza di diritti umani e democrazia, si sentono autorizzati a tutto, finendo per assomigliare più a organizzazioni criminali che a realtà statali, come l’Etiopia. Oggi assistiamo a cambiamenti che potremmo definire epocali ma che non sono politici bensì economici, militari e della sicurezza. La globalizzazione politica non è ancora iniziata, ma se ve ne fosse una parvenza, gli Stati negozierebbero invece di agire come disturbatori in situazioni che non sono né moderne né contemporanee. Si pensi all’occupazione della Crimea da parte della Russia, all’occupazione economica cinese del territorio degli uiguri...

Come si approda a un impegno per l’AD dei popoli dalla lotta per i diritti civili e da un intenso lavoro per la creazione del Tribunale penale internazionale?

Posso dire di avere l’approccio più freddo possibile al diritto all’AD, nel senso che ritengo necessario capirne i limiti. Ci sono arrivato perché ritengo l’AD un possibile punto di forza per risolvere problemi esistenti, in molti casi disegnando dimensioni sovranazionali.
In questo la nascita dell’Unione europea e del Consiglio d’Europa è stata di grande aiuto.
La vita di organizzazioni come l’Unpo non è facile perché i membri sono molto diversi e parecchi sono in Stati autoritari, non democratici e irrispettosi dei diritti umani. Per questo credo che sia importante fare l’avvocato del dialogo, perché l’autodeterminazione, una volta regolata, sarebbe un potente strumento per migliorare la democrazia, lo Stato di diritto e il rispetto dei diritti umani ovunque nel mondo.

*Guiomar Parada [ROMA] scrive per Il Sole 24 Ore e L’Espresso, e si interessa della convergenza tra economia e politica.
Pubblicato su EastWest 12/2017






giovedì 30 novembre 2017

WE HAVE A DREAM - Intuizioni a margine della conferenza di Parag Khanna



Abbiamo un sogno....
La conferenza di Parag Khanna dell'altro ieri ci ha suggerito un bel sogno: Trieste città stato portuale come Singapore o Amburgo che è una città-stato autonoma federata alla Germania: AUTONOMI DALL' ITALIA MA CONNESSI CON IL MONDO. 
Una info - città - stato efficiente come la Svizzera, cui manca il 27° Cantone confederale autonomo con accesso al mare, o come la Germania cui manca il 17° Land federale autonomo sul Mediterraneo...

Lo sviluppo delle forze produttive e le "utopie realizzabili" sono il motore della storia.
Ora è il momento di sviluppare le forze produttive e sviluppare le connessioni internazionali di un territorio rimasto isolato per 100 anni.






ANCHE BREMA, CITTA' STATO FEDERATA ALLA GERMANIA, HA LA BANDIERA ROSSA E BIANCA !


domenica 26 novembre 2017

AUTONOMIA - CORTINA VUOLE ANDARE NELLA PROVINCIA AUTONOMA DI BOLZANO - CHIAMALI FESSI ! - HANNO BISOGNO DI UNO SBOCCO AL MARE? SIAMO QUI ! - CON LE SPINTE AUTONOMISTICHE IN VENETO E NEI TERRITORI DELL' EX- IMPERO TRIESTE RISCHIA DI DIVENTARE ENCLAVE PER CONGRESSI DI NAZIONALISTI FASCISTOIDI - TRIESTE PROVINCIA AUTONOMA CHE TRATTIENE TUTTE LE TASSE !



Dopo il trasferimento di Sappada in Friuli-Venezia Giulia - con probabile marcia indietro se il Veneto  otterrà tutte le autonomie e i benefici fiscali richiesti dopo il referendum - anche Cortina chiede l' annessione alla Provincia Autonoma di Bolzano che ha livelli di autonomia e benefici fiscali tali da farne un territorio "quasi indipendente" (clicca QUI).

 A Trieste invece i politici nostrani, abituati a succhiare le mammelle della lupa romana e a vendere specchietti e collanine agli indigeni (attività detta "marketing politico"), sono contenti così: vogliono farne un enclave "italianissima" circondata da territori con elevate autonomie e autogoverno.

A Trieste lasciano venire a fare la loro adunata nazionale i missini riciclati e neofascisti di "Fratelli d' Italia" che a Bolzano non osano mettere piede, perchè sarebbero cacciati dagli Schützen a schioppettate a sale grosso nel deretano, e parlano di "Via Almirante" in Consiglio e Giunta Comunale: un manicomio che Trieste si è cercata eleggendo questa gente.
Mentre quelli di Cortina, che non sono fessi come i nostri, pensano ai vantaggi economici dell' autonomia bolzanina.

Cosa vorrebbe dire trattenere sul nostro territorio le tasse, compreso quelle generate dal Porto Franco Internazionale, lo abbiamo già spiegato QUI e QUI.


Ma si sa che i politici triestini pensano ad altro: dagli addobbi natalizi alle spiagge di sabbia a Barcola, passando per l' incapacità di organizzate anche solo una banale festa per il varo di una nave: un festival di incapacità e mancanza di visione strategica.

Perfino a Gorizia lavorano alla costituzione di una Zona Franca (clicca QUI) e vogliono fare di Cervignano il retroporto di Trieste (vedi nota*) mentre qui, malgrado la mancanza di aree, gongolano per i vincoli archittettonici  totali che hanno provocato 20 anni di immobilismo su un area di 70 ettari servita da ferrovia, banchine e Punto Franco costiero (Porto Vecchio).

Eppure siamo convinti che che Trieste dovrebbe mettersi sulla scia delle modifiche autonomistiche avviate dal Veneto: ne avrebbe tutto da guadagnare.


E che tutti i territori già dell' Impero dovrebbero godere di speciali autonomie, analoghe e maggiori di quelle della Provincia Autonoma di Bolzano.


Tanto più che per governare un territorio circostante un Porto Franco Internazionale è necessaria un' efficienza e velocità che la burocrazia borbonica italiana, e quella regional-udinese, non consentono.
Vedi l' esempio degli ostacoli che il SIN, sito inquinato nazionale, di Zona Industriale e i demenziali vincoli architettonici ministeriali in Porto Vecchio pongono all' utilizzo produttivo dei Punti Franchi che finalmente è avviato.

Se Trieste non ottiene rapidamente una ampia autonomia lo sviluppo economico legato al rilancio del Porto Franco Internazionale e dall' utilizzo produttivo dei Punti Franchi rischia di essere soffocato nella culla dalle mefitiche burocrazia, tasse e politica italiane.

Nota *: "Debora Serracchiani ha affermato: «In questi anni abbiamo lavorato per rafforzare le potenzialità dell’interporto e soprattutto per creare un collegamento con Trieste: l'obiettivo è di fare di Cervignano il retroporto dello scalo triestino" Il Piccolo 26/11 pag. 17 .



domenica 19 novembre 2017

ESCLUSIVO: IL TESTO DELLA PDL 43 SULL' AUTONOMIA DEL VENETO - MENTRE TRIESTE SI OCCUPA DI "VIA ALMIRANTE" GRAZIE A "ITALIANISSIMI" PROVOCATORI, VENEZIA LAVORA PER L' AUTONOMIA COME A BOLZANO, CON 9/10 DELLE TASSE TRATTENUTE, ZONE FRANCHE E COMPETENZE SU TUTTO, SPECIALMENTE I PORTI E LE RETI INFRASTRUTTURALI. Meditate, gente, meditate...


Martedì 15 novembre 1917 il Consiglio Regionale Veneto ha approvato con 40 SI su 51 (il PD non vota) la proposta di legge 43 sull' Autonomia che prevede che 9/10 delle tasse restino sul territorio (clicca QUI per capire cosa vorrebbe dire per Trieste), il trasferimento di 23 competenze dallo Stato alla regione tra cui i porti, i siti inquinati e i beni architettonici e ambientali (che ostacolano con vincoli ministeriali le attività portuali pure a Trieste), l' istruzione, i rapporti internazionali ed altro, tra cui l' istituzione di una Zona Franca in ambito portuale. 
Anche il nuovo Presidente dell' Autorità Portuale Musolino ha dichiarato sul Corriere di domenica 19: "Va estesa la piccola zona franca doganale di Marghera: ci spetta per legge al pari di Trieste..."
(dove però abbiamo personaggi "illuminati" come Pacorini che vorrebbero abolire i Punti Franchi extradoganali...).
Mentre sappiamo che tutta la politica di Gorizia e dell' Isontino è mobilitata per avere una Zona Franca.


Alla fine di questo processo il Veneto sarà autonomo da Roma come e più della Provincia Autonoma di Bolzano, molto di più della regione F-VG a statuto speciale, e tale da rendere il Veneto quasi indipendente DI FATTO.


Lo stesso giorno a Trieste la Giunta Dipiazza, nel corso di un surreale dibattito in Consiglio Comunale, ha fatto propria la proposta dei provocatori di "Fratelli d' Italia" di intestare una strada a quel sant' uomo incompreso di Almirante, campione di civile convivenza: intitolazione notoriamente fondamentale e necessaria per Trieste così come le ossessive celebrazioni della Grande Guerra che si susseguono dal 2014 nel totale disinteresse dei cittadini.

Indipendentemente dai giudizi sull' autonomia, la "classe politica e dirigente" triestina brilla per inconsistenza: dalla denigrazione delle Zone Franche alle ridicole battaglie nazionalistiche.
C'è da mettersi le mani nei capelli e domandarsi come si sia arrivati a tali sublimi vertici di nullità!

Noi pensiamo che Trieste dovrebbe mettersi sulla scia delle modifiche autonomistiche promosse dal Veneto: ne avrebbe tutto da guadagnare.
A meno che qualcuno non voglia che Trieste resti un' enclave "italianissima" circondata da territori semindipendenti o con elevatissima autonomia: allora bisognerebbe che il famoso ponte Trento - Trieste si prolunghi fino a Roma...


Ai nostri attenti lettori forniamo, in esclusiva triestina, il testo della proposta di legge 43 sull' autonomia del Veneto appena approvata nonchè la proposta di legge costituzionale per la Provincia Autonoma di Trieste (come Bolzano) del sen. Bordon (che di destra non era, a riprova che è un tema trasversale):

LA PROPOSTA DI LEGGE 43 DEL VENETO SULL' AUTONOMIA (clicca QUI)

Cliccando QUI invece si trova la legge
costituzionale per l' istituzione della Provincia Autonoma di Trieste presentata al Senato nel 2001 da Willer Bordon allora Margherita (poi confluita nel PD)


Buona lettura.


L' articolo del 19/11 sul Corriere della Sera edizione del Veneto:

sabato 18 novembre 2017

LA BELLA INTERVISTA DEL PRESIDENTE DEI "TOURISTI TRIESTINI" ALESSANDRO SGAMBATI: IL 1918 FU UNA CATASTROFE PER TRIESTE


Pubblichiamo per i nostri lettori che non l' avessero letta l' intervista al Presidente del Club Touristi Triestini Alessandro Sgambati sul Piccolo del 17 novembre:

«Il 1918, che catastrofe»

Per Alessandro Sgambati, presidente del Club Touristi Triestini, la vittoria nella Prima guerra mondiale fu un danno per la città
di Silvio Maranzana

«La più grande catastrofe: questo è stato il 1918 per Trieste».
A parlare è Alessandro Sgambati, presidente del Club touristi triestini. L’associazione escursionistica, speleologica e naturalistica era stata fondata nel 1884 «e vi erano iscritte persone di ogni estrazione culturale, linguistica e sociale residenti a Trieste provenienti da tutti i Paesi della monarchia austro-ungherese» tra i quali Julius Kugy, il celebre alpinista che allo scoppio della Prima guerra mondiale, a 57 anni, si offrì volontario per l’Austria.
Nel 1922 il Club fu sciolto d’autorità e i suoi beni passarono all’Alpina delle Giulie. «Abbiamo ricostituito il club - scrive Sgambati - il 30 settembre 2013 nella ricorrenza del 631esimo anniversario della dedizione di Trieste all’Austria. Il Ctt è risorto per promuovere l’identità mitteleuropea, multiculturale, multietnica, plurilinguistica e pluriconfessionale della città e del territorio di Trieste».
Oggi il Ctt si confonde in una microgalassia di sigle che si rifanno all’eredità dell’Austria Ungheria, ma non mancano i distinguo. «Massimiliano Lacota, presidente dell’Unione degli istriani e al contempo rappresentante della Casa d’Austria – accusa Sgambati – sta tentando di occupare lo spazio mitteleuropeo spostandolo verso destra. Teniamo ben marcate le distanze e per questo non ci accodiamo alla sua iniziativa di erigere una statua a Maria Teresa. 

I movimenti politici indipendentisti poi sono fatti da quattro scalmanati. Non ci vogliamo confondere anche se il Territorio libero di Trieste è pure il nostro obiettivo perché il Trattato di pace va applicato in toto e non solo per quanto riguarda il Porto franco con settanta anni di ritardo». 
Secondo il Club, la battaglia che va fatta è quella identitaria, di riaffermazione delle vere radici della città, ma va perseguita con equilibrio e moderazione. 
Eppure le prese di posizione anche provocatorie da parte di Sgambati non mancano: «Siamo triestini e l’italiano è soltanto la nostra prima lingua straniera. Così come in Istria non ci sono italiani, sloveni e croati, ma istriani e basta. Quando vado a trovare lì dei miei parenti si esprimono con un idioma che è un mix di croato, italiano e tedesco. La Venezia Giulia non esiste, è solo un’espressione inventata da Isaia Ascoli. Dobbiamo avere il coraggio di dire che Trieste è Balcani: nessuno, guardando una carta geografica, può negare che Trieste sia un vertice della penisola balcanica». 
Oggi i soci del club sono soltanto 66. «L’anno scorso eravamo in 78 – spiega il presidente – ma 12 non ce l’hanno fatta a pagare il canone annuale che pure è di soli 25 euro e che medito di riportare a 20. È un’altra dimostrazione che in Italia non c’è alcuna ripresa economica, bensì miseria e impossibilità di crescere. Un nostro socio che qui non ce la faceva ad aprire una piccola azienda, in Austria c’è riuscito in cinque giorni: anche per questo guardiamo con favore anche all’Austria dei nostri giorni, che ha un welfare migliore e molta meno burocrazia, sebbene personalmente non sia rimasto contento dell’esito delle ultime elezioni». 
Le escursioni a Trieste, nel Litorale austriaco e nelle «vicine Italia, Austria, Slovenia e Croazia», sono l’attività principale del club. Nel 1905 il Ctt aveva acquistato i terreni sotto i quali si sviluppa la Grotta Gigante che venne attrezzata per visite turistiche a cura e spese del Club stesso e solennemente inaugurata il 5 luglio 1908. Il 29 novembre 1908 il Ctt inaugurò sul Carso la Vedetta giubileare eretta per celebrare i 60 anni di regno di Francesco Giuseppe. La costruzione, alta 11 metri, costò 11.831 corone raccolte con una pubblica oblazione. 
Tra le iniziative attuali però non mancano nelle piazze cittadine le commemorazioni della dedizione all’Austria, del genetliaco di Maria Teresa e di Francesco Giuseppe, dell’anniversario della proclamazione del porto franco, affiancate a nuove richieste per chiedere l’intitolazione a Maria Teresa del Canale di Ponterosso. «Nel 2018, coinvolgendo quattro o cinque viticoltori locali – annuncia Sgambati – vorremmo portare a Vienna il Vino della dedizione. 
Abbiamo dieci soci che vivono in Austria e condividiamo anche una serie di iniziative con il Club touristi austriaci di Vienna, sempre nell’ambito del discorso di riavvicinamento al nostro entroterra. Voglio precisare comunque – prosegue il presidente - che non siamo anti-italiani e del resto noto che il nazionalismo italiano è fortunatamente un fenomeno in calo. 
Ho visto un sondaggio sull’inserimento dello sloveno facoltativo nelle scuole triestine: 400 contrari e 1.400 favorevoli, fino a pochi anni fa sarebbe stato l’inverso. Alcune bestialità comunque andrebbero corrette. A Trieste sono stati cambiati in particolare dal fascismo 50mila cognomi, noi per regolamento riconosciamo e citiamo tutti con il cognome originario. 
Sulla toponomastica cittadina il discorso sarebbe lungo e non abbiamo la forza per imporlo. Chiediamo però almeno che si ponga rimedio a due obbrobri: Bartolomeo D’Alviano (condottiero che combattè per la Serenissima contro l’Austria, ndr) cannoneggiò Trieste: non può avere una via a lui dedicata. E men che meno Ruggero Timeus, che alla vigilia della Prima guerra mondiale propugnava la sparizione completa della razza slava». 
Il 20 settembre 2018 il Club touristi triestini assegnerà il premio Carolus Cergoly nella ricorrenza della nascita del poeta e scrittore triestino. Lo vincerà il giovane con meno di 35 anni che realizzerà il miglior lavoro sul carattere a-nazionale, pluriculturale e plurilinguistico di Trieste o del Litorale austriaco o di Fiume.
«È stato scelto Cergoly – scrive il giornalista Luciano Santin, socio del Circolo – perché tra i tanti che hanno dei meriti è quello che inquadra meglio un modo di essere triestino e del Litorale. Un modo che è stato negato o criminalizzato per quasi un secolo, ma che in una comunità europea un po’ meno asfittica di quella dell’immediato presente potrebbe ritrovare ragion d’essere». 



mercoledì 15 novembre 2017

CONFERMATO: DIRIGENTE MISSINO CONFESSA CHE DIETRO AI MOTI "SPONTANEI" DEL '53 C' ERANO I FASCISTI, CON ALMIRANTE GIUNTO IN INCOGNITO A TRIESTE, OVVIAMENTE "ALL' INSAPUTA" DEGLI APPARATI ITALIANI...


Probabilmente senza rendersi conto che la sua è una confessione, l' ex parlamentare missino Renzo de Vidovich, conferma che dietro i moti "spontanei e popolari" del '53 a Trieste ci fu una regia fascista con tanto di intervento in incognito di un Almirante appena reduce dalla Repubblica di Salò.
Renzo de Vidovich era allora Segretario Generale della "Giunta d' Intesa Studentesca" che fu al centro degli scontri più sanguinosi che provocarono le più giovani vittime .


Volevano i morti, possibilmente ragazzini incoscienti mandati allo sbaraglio, per commuovere l' opinione pubblica internazionale e dare una spallata a favore di un affidamento all' Italia della zona A del TLT.
Cosa che successe, guarda caso, pochi mesi dopo.


E' un dato acclarato da diversi libri di storia l' attiva presenza in quel periodo di apparati dello stato italiano, in particolare l' Ufficio Zone di Confine e l' Ufficio Affari Riservati del Governo Italiano, e l' uso di organizzazioni fasciste per provocare sanguinosi incidenti in quel periodo storico (nota 1).


Ma finora mancava una sfrontata confessione a mezzo stampa di uno degli organizzatori che rivela l' influenza su questi giovani scalmanati di un Giorgio Almirante arrivato in incognito a Trieste a dirigerli.
Figurarsi se a quei tempi i Servizi italiani ed il Governo non erano al corrente che un fascista di quel calibro era in "missione segreta 😁" a Trieste...


E pure una via vogliono intitolargli !
E la Giunta Dipiazza fa propria la mozione dei missini riciclati di "Fratelli d' Italia" in tal senso !
Mentre a Maria Teresa, che ha fatto nascere pacificamente un porto e una città prosperi e tolleranti, invece no.


Questi sono pazzi che insieme a pugili suonati vogliono trascinare la città indietro di 50 anni !
Il nazionalismo è una grave malattia mentale che ha infettato questi rottami di una storia infausta.

Ecco la "segnalazione di de Vidovich:

TOPONOMASTICA / 1
Dietro i moti del ’53 c’era Almirante
Nel 1953, dopo 8 anni di occupazione anglo-americana, era chiaro a Trieste che le due super potenze del tempo volevano utilizzare la città ed il suo porto quale base navale per controllare l’intero bacino adriatico e buona parte del Balcani. Lo scontro tra la polizia “civile” guidata dagli ufficiali inglesi e gli studenti medi della Giunta d’Intesa studentesca e quegli universitari di Francesco Paglia decisero di fare le manifestazioni che furono, inattesamente, represse dagli “alleati” anglo-americani con una durezza che dimostrava quanto la Royal Navy di Sua Maestà britannica e quell’americana ritenessero strategica la nostra città. Un’infiltrazione a Trieste di reparti partigiani di Tito che non intaccassero le postazioni militari anglo-americane, non sarebbe stata seriamente contrastata e le foibe di Basovizza e Plutone avevano una notevole capienza… Mi trovai, a diciannove anni, unitamente ad i miei coetanei ancora più giovani, ad affrontare un problema di natura strategica ben superiore alla nostra preparazione politica, messa alla prova da sei morti, circa 150 feriti da arma da fuoco o da corpi contundenti ed altri 300 arrestati o fermati dalla polizia “civile”. Gli uomini di riferimento furono il sindaco di Trieste Gianni Bartoli e l’Arcivescovo di Trieste e Capodistria monsignor Antonio Santin.
In quella tragica occasione conobbi Giorgio Almirante, uno dei massimi esponenti nazionali dell’Msi che venne a Trieste in stretto incognito e fu largo di consigli saggi e politicamente adeguati.
Nessun altro uomo politico italiano corse il rischio di venire a Trieste ed essere arrestato dal Governo Militare Alleato che amministrava il Territorio libero di Trieste.
Basterebbe questo per giustificare l’intitolazione a Trieste di una via o una piazza a Giorgio Almirante che prima e dopo questi episodi fu regista appassionato e geniale della difesa dell’italianità d’Istria, Fiume e Dalmazia e dei 350 mila profughi fuggiti dal paradiso comunista di Tito sotto l’incubo delle foibe e delle deportazioni.
Renzo de’ Vidovich Segretario generale della giunta Intesa studentesca 1953



Nota:
1) Ad esempio ANDREOTTI E L' ITALIA DI CONFINE Lotta politica e nazionalizzazione delle masse (1947-1954) LA QUESTIONE DI TRIESTE di P.Gheda e F.Robbe - Guerini €24,50 - 

PORTO FRANCO INTERNAZIONALE TRIESTE - ARTICOLO SUL SOLE 24 ORE -


E' uscito sul quotidiano economico Sole 24 Ore un grande articolo sul Porto Franco Internazionale di Trieste.
L' articolo sottolinea l' importanza dei Punti Franchi in cui, come ricordava Zanetti (presidente per 13 anni dell' Ente Porto) sul Piccolo del 9/11, "nella stessa Trieste c’era chi non credeva più tanto ai vantaggi". Infatti alla fine dell' articolo riportiamo alcune dichiarazioni di imprenditori autodichiaratisi "illuminati".

Ecco l' articolo del Sole (trascritto automaticamente con programma OCR- si può leggere anche ingrandendo l' immagine sopra) :

Così Trieste rinasce con il suo porto. «Cambiata l’identità»
L’intermodalità ha dato una svolta ai traffici

Raoul de Forcade

TRIESTE. Dal nostro inviato

«il porto è un luogo bellissimo
ma non è quello da cui si trae il
maggior valore. Il valore si fa con
l’attività logistica e la manipola
zione delle mirci. Il mio sogno è
portare lo scalo di Trieste fuori
dalla competizione tradizionale,
ad esempio quella sulla movimen
tazione dei container, alla quale
comunque partecipiamo. Stiamo
cercando di crearci un nostro oce
ano per dare tranquillità sia al por
to che ai lavoratori». Le parole di
Zeno D’Agostino, presidente del
l’Autorità di sistema portuale del
MarAdflaticoorientale(che com
prende le banchine di Trieste e
Monfalconeelafuturaintegrazio
ne di Porto Nogaro), riassumono
efficacemente la strada intrapresa
dal manager ed esperto di logistica
per portare lo scalo giuliano a di
ventare uno dei porti italiani in
maggiore crescita. Un percorso
che passa attraverso lo sviluppo
dell’intermodalità, con un sempre
maggiore utilizzo della ferrovia, e
deipuntifranchi, ovvero zone del
l’area portuale triestina dove si
può operare, e fare attività industriali,in regime extradoganale.
Il punto franco
In questo l’Authority è stata favorita dal decreto attuativo
(362/2017) del Governo, che ha riconosciuto alla stessa Adsp il ruolo di gestore unico del regime di porto franco di Trieste. 
Un passo che consente all’ex scalo asburgico di giostrarsi, tra l’altro,parte dei
7oomila metri quadrati del porto
vecchio, che sono stati sdemania
lizzati ma (grazie a una norma del
la finanziaria 2015) restano, come
spazio di zona franca, in capo al
l’Adsp e possono essere spostati,
purché all’interno della provincia
di Trieste. Ciò in parte sta già avvenendo.
Su questo versante, infatti,
c’è un progetto di ampio respiro che sta suscitando molta attenzione a livello imprenditoriale.
ll gruppo Wrtsila, leader nella
costruzione di grandi motori sia per navi cheper centrali,è in
procinto di cedere, entro l’anno,
una parte della sua fabbricat riestina (la più grande in Europa del settore) all’Interporto Trieste Fernetti. 
Si tratta di due capannoni
per complessivi 76 milametriquadrati
coperti più un piazzale da
l5omila metri quadrati. Un’opera
zione da 20 milioni, spiega Giaco
mo Bormso, presidente dell’in
terporto. «L’area -prosegue- è distante i2 chilometri da Fernetti ma
è collegata con autostrada e ferro
via». Inoltre l’Adsp,che è il deus ex
machina dell’operazione, sposterà in quella zona una parte del punto franco del porto vecchio sdemanializzato.
«Questo consenti
rà di collocare nell’area — chiarisce
Borruso — lavorazioni industria
li». Lo spazio ha suscitato l’interesse dell’industria siderurgica veneta nonché di aziende del settore del legno, della chimica e vini cole. Anche Gianluigi Aponte, patron del gruppo Msc (che opera con icontainer al MoloVI di Trieste) ha visitato l’area, interessato all’handling delle merci.
Inoltre il 
primo cliente del nuovo interporto franco potrebbe essere lo stesso
gruppo finlandese.  «Stiamo efficientando la fabbrica e vendere una parte di capannoni, che non utilizziamo più, all’ interporto -dice Guido Barbazza, al vertice di
Wrtsila Italia — ci è parsa la soluzione migliore, sia per la città che
per noi stessi. Perché è evidente
che avere un punto franco door to
door ci rafforza».
Le merci
Oggi Trieste è il primo porto italiano quanto a tonnellaggio (seguito da Genova) con 59,2 milioni di tonnellate di merci movimentate nel 2016 (-3,7% sul 2015) e 40,2
milioni tra gennaio e agosto 2017
(+2,8% rispetto allo stesso periodo
del 2016). La previsione è che si
raggiungano, entro fine anno, i 61
milioni.
Ma è anche il primo scalo
della penisola quanto a traffico
ferroviario (tallonato da La Spezia), con 7.631 treni operati nel 2016 (+27,61%) e 5.537 tra gennaio e agosto di quest’anno (+4,61%).
Treni, tra l’altro, che sono collegati
direttamente col il centro e l’Est
dell’Europa. Per quanto riguarda i
container, nel 2016 ne sono stati
spostati 486 mila (-2,94% sul 2015)
ma a fine 2017 ne sono attesi
61 mila. Nel far salire il tonnellaggio triestino, gioca certamente un ruolo fondamentale il terminal dellaSiot, che è il porto petrolifero
numero uno del Mediterraneo e
immette nelle pipeline verso l’Austria, la Germania e la Repubblica
Ceca 41,2 milioni di tonnellate di
greggio l’anno. Coprendo così il
90% del fabbisogno di petrolio austriaco, il 100% di quello di Baviera
e Baden-Wùrttemberg (pari al
40% del fabbisogno tedesco) nonché il 5o% di quello ceco.
Il traffico Ro-ro
Uno dei punti di forza del porto di
Trieste, per altro, è il traffico merci
proveniente dalle navi Ro-ro.
Questo è distribuito in due aree:
quella occupata da Samer, che
comprende anche il Molo V col
suo terminal frutta, e il Molo VI,
gestito dalla Emt. Entrambe le realtà si sono sviluppate negli ultimi anni, grazie ai commerci con la Turchia. 
Samer Seaports è partecipata al 40% dal gruppo Samer e al 60% dalla turca Ro-ro Istanbul; Emt è per il 65% dell’operatore
turco Ekol, per il 18,3% della stori
ca famiglia di spedizionieri Parisi,
e per il 6,7% di Friulia, finanziaria
della Regione. Samer movimenta
circa il 4o% del traffico che arriva
in banchina su treno e il resto su
gomma, mentre TMT muove il 75%
del traffico via ferrovia.
La Parisi, poi, con la società Plt
(partecipata anche da Interporto
Bologna),ha vinto la gara d’appalto per la realizzazione della nuova
piattaforma multipurpose del
porto di Trieste. Un’opera da 132
milioni, 30 dei quali investiti dai
privati, che è un punto focale dello
sviluppo futuro del porto. La consegna è prevista nel 2019 e il terminal potrà giovarsi anche della sinergia con l’adiacente scalo legnami che gli assicurerà un secondo
ormeggio. La Parisi infatti (insieme alla famiglia Petrucco) ha acquisito la maggioranza di Gtp, che
gestisce la banchina legnami.
Le ferrovie
«ll problema di un porto- afferma
Francesco Parisi, alla guida del
gruppo omonimo - non sono le
banchine ma le connessioni. Trieste ne ha di buone ma è partita con
lentezza per una ritardata individuazione di una gestione competitiva delle ferrovie.Ora stiamo recuperando». E proprio su un sempre maggiore sviluppo della ferro
via punta l’Adsp. «I binari che
servono il porto-afferma Giusep
pe Casini, alla guida di Adriafer, la
società di manovre ferroviarie
dello scalo - sono sufficientemente lunghi per i treni di oggi ma c’è un progetto di investimenti da 80
milioni, nel piano regolatore ferroviario condiviso tra Rfi (che partecipa con 50 milioni) e l’Adsp (che impegna 30 milioni), che permetterà di ottimizzare la rete anche con tecnologie innovative».
Attualmente Trieste opera con
treni blocco da 550 metri di lun
ghezza. Ma l’obiettivo è di arrivare
allo standard europeo, che preve
de treni da 750 metri.