RESTITUIRE TRIESTE AL FUTURO -

AUTONOMI DALL' ITALIA MA CONNESSI CON IL MONDO - RESTITUIRE TRIESTE ALLA MITTELEUROPA - RESTITUIRE TRIESTE AL SUO FUTURO: CENTRALE IN EUROPA INVECE CHE PERIFERICA IN ITALIA -

venerdì 12 ottobre 2018

EURONOMANI - INFORTUNIO DEL PICCOLO: CITA AD ESEMPIO PER IL DEBITO SVEZIA, DANIMARCA E NORVEGIA, MA TUTTE SONO FUORI DALL' EURO E LA NORVEGIA PURE DALLA UE (COME LA SVIZZERA) - HANNO MONETA E BANCA CENTRALE PROPRIA E NON HANNO FATTO L' AUSTERITY IMPOSTA DALLA UE - AUTOGOL PER IGNORANZA O MANIPOLAZIONE CONSAPEVOLE ?


Ormai è una battaglia forsennata dei media mainstream, soprattutto del gruppo Espresso come Il Piccolo, contro la politica economica espansiva del nuovo governo.

Fa leva sulla diffusissima ignoranza economica in cui è immersa l' Italia grazie a decenni di propaganda neoliberista, teologia dogmatica economica cui si è convertito da tempo il PD che appoggia ogni politica antipopolare in nome del "pareggio di bilancio" imposto dalla Merkel.


La manipolazione delle notizie è spudorata.
L' altro ieri Il Piccolo ha pubblicato un articolo di fondo in cui si irride alla politica keynesiana portata avanti da ministri come Paolo Savona aggirando il bersaglio vero (Savona) con la proposta ironica del Nobel per i Vicepremier.


Però è incorso in un infortunio grave: per lui.
Il Piccolo cita come esempio di virtù tre paesi che sono tutti fuori dall' Euro: Svezia e Danimarca ognuno con moneta e banca centrale propria, e la Norvegia che addirittura NON aderisce nemmeno alla UE come la Svizzera.

In realtà i paesi europei che stanno bene, crescono ed hanno debito pubblico basso sono proprio quelli fuori dall' Euro e che non sono stati sottoposti alle scriteriate politiche economiche della UE che hanno portato al collasso le economie della periferia Sud e arricchito la Germania e satelliti.


La cura imposta è stata quella dell' Austerity ovvero del SALASSO: esattamente come i medici medioevali che aggravavano fino alla morte i pazienti a son di sanguisughe in ossequio a teorie mediche (ed economiche) totalmente campate in aria e chiaramente dannose: come l' esperienza di 10 anni di malagestione della crisi dimostra anche ai ciechi.


Il fatto che si citino ad esempio tre paesi fuori dall' Euro e dalle demenziali politiche economiche di Bruxelles è dovuto a:

1) In TUTTI i paesi dell' area Euro il debito pubblico è salito molto in seguito alle politiche di 
austerity della UE 
 e di salvataggio delle banche, con aumenti pesantissimi in paesi come l' Italia che dal 102% del 2008 e' arrivata al 132% attuale grazie all' austerity di Monti, PD, FI & Company che hanno fatto crollare l' economia con un prelievo fiscale da rapina, la Fornero, il crollo degli investimenti pubblici.
Quindi non ci sono paesi da portare ad esempio nell' area Euro e bisogna citare Svezia, Danimarca, Norvegia e Svizzera che sono fuori e stanno benissimo malgrado siano paesi piccoli.

2) Chi ha scritto l' articolo e chi lo ha pubblicato confidano nel fatto che il loro pubblico non si accorga che i paesi citati  come virtuosi sono fuori dall' Euro (e pure dalla UE) grazie alla massiccia dose di disinformazione propinata fino adesso.

Inoltre mentre qui i media mainstream fanno il diavolo a quattro per il famoso 2,4% di deficit (inferiore al 3% previsto dai trattati, a quello dei precedenti governi e a quello della Francia  di san Macron) gli investitori americani fanno incetta di BTP italiani ritenuti convenienti, come attesta il Sole 24Ore (clicca QUI): ma questo il Piccolo non lo dice.

E' chiaro che nessun speculatore sano di mente (e Soros lo è) si sogna di attaccare la Danimarca, come ipotizza l' articolo, che ha moneta propria e Banca Centrale propria in grado di intervenire acquistando i titoli di stato danesi anche all' infinito se necessario  per tenere bassi i tassi.


Prerogativa che aveva anche l' Italia fino al 1981 quando  c'è stato il famoso divorzio, voluto dall' estero, tra Banca d' Italia e Tesoro e quindi la fine della funzione di "paracadute" della Banca Centrale: questo il vero motivo dell' aumento del debito pubblico che è stato dovuto a interessi e non a spesa pubblica per il welfare. 

L' Italia è in avanzo primario da oltre 20 anni, ovvero  lo stato spende meno di quello che incassa, interessi a parte.
Prerogativa che l' Italia non ha nemmeno ora perchè la BCE ha l' assurdo divieto di fare il "prestatore di ultima istanza" acquistando titoli di stato alle aste primarie, in ossequio ai precetti della teologia ordoliberista.

Chiariamo ai soliti critici che il nostro interessamento alle questioni economiche italiane è ovvio perchè anche Trieste ne risente pesantemente quale che sia l' opinione sullo status giuridico del TLT.


P.S. Svezia e Danimarca non sono entrati nell' Euro e la Norvegia (come la Svizzera) nemmeno nella UE perchè sono barbari incivili, nazionalisti e sovranisti?

Ecco l' articolo di Fondo del Piccolo che vuole essere derisorio ma è invece ridicolo:


LETTERA AI VICEPREMIER IN “PROFUMO” DI PREMIO NOBEL

Cari Di Maio e Salvini, sono davvero dispiaciuto che non vi sia stato assegnato il Nobel per l’Economia. Credo che la spiegazione prima stia nel provincialismo e nel settarismo dei norvegesi e degli svedesi. Dentro e fuori l’Ue, entrambi s’ostinano a pensare che bisogna rispettare gli impegni presi. Sono pieni di pregiudizi, convinti che gli italiani, oramai più mediterranei degli spagnoli e dei portoghesi, siano propensi all’ozio improduttivo e felice che impedirà qualsiasi riduzione del debito pubblico (attualmente al 130% del Pil) e quindi richiederà molti soldi per pagare gli interessi sui prestiti. Effettuano una comparazione un po’ azzardata con i loro debiti pubblici: 29% in Norvegia; 42,2 in Svezia. Che sia questa la ragione per la quale ai “mercati” non passa mai per la testa di speculare contro quei due paesi? Neppure George Soros, evocato da Salvini, specula contro la Danimarca che, piccola com’è, sarebbe un bocconcino facile facile da mangiare e deglutire. Il fatto è che i “fondamentali” danesi sono in ordine, mentre gli italiani sono un po’ balzani. Sostiene il ministro Tria che si raddrizzeranno in futuro quando la manovra farà impennare il tasso di crescita dell’economia italiana. Qui, però, tornano i mercati che, debbo proprio dirvelo, sono fatti da operatori economici dei più vari tipi. Quegli operatori, fra i quali ci sono parecchi italiani, hanno come compito istituzionale, non quello, come sembra crediate voi, di rovesciare i governi, ma di fare investimenti redditizi. Non appena subodorano che qualche governo, nonostante consigli, avvisi, indicazioni della Commissione Europea che proprio non vuole sovrintendere a guai economici, fa il furbo e scommette su implausibili prospettive positive, ne traggono le conseguenze. Così sale lo spread poiché il divario di rendimento fra i buoni del Tesoro italiani e, soprattutto, ma non solo, quelli tedeschi, significa che comprare i buoni italiani diventa rischioso. Investitori/speculatori e agenzie di rating sono i poteri forti di cui voi denunciate le manovre? Difficile dirlo, ma dovrebbe essere facile anche per voi, al fine del conseguimento del Premio Nobel 2019, capire che investitori e valutatori sono interessati a guadagnare, non a gufare e meno che mai a puntare su disastri economici. Però, se i disastri ci sono o diventano probabili, allora, sì, puntano il loro denaro per vincere. Adesso che ne sapete di più, potreste rifare due conti. Grazie e auguri. — 

martedì 9 ottobre 2018

VIE DELLA SETA - TRIESTE, VENEZIA E GENOVA: IL SOLITO "TRIANGOLO DELLA MORTE" - MAL DI PANCIA PER I SUCCESSI DI TRIESTE E L' IMMINENTE FIRMA DEL MEMORANDUM CON LA CINA - Da Repubblica dell' 8/10: "Lo scalo giuliano si è mosso per primo: c’è un’ipotesi in fase avanzata di definizione con i cinesi per affidare loro la costruzione e la gestione di un nuovo molo" - TRE ARTICOLI DA LEGGERE

da Repubblica dell' 8/10: "Un’immagine del porto di Trieste. Lo scalo giuliano si è mosso per primo: c’è un’ipotesi in fase avanzata di definizione con i cinesi per affidare loro la costruzione e la gestione di un nuovo molo"

Come sempre quando per Trieste si offrono buone prospettive da Venezia, Genova e parte dell' Italia si elevano alti lamenti.
E' uno dei sintomi del fatto che gli interessi di Trieste confliggono, da sempre, con quelli dello Stivale e dei porti italiani.
A farsi portavoce dei mal di pancia italiani con particolare entusiasmo è il gruppo editoriale Espresso, di cui fa parte il Piccolo, che nella sua forsennata guerra al nuovo Governo non perde occasione di attaccarne qualsiasi azione, anche se positiva come l' interessamento operativo per le Nuove Vie della Seta e per farne di Trieste lo scalo principale.


Lasciamo giudicare ai lettori e sotto riproduciamo tre articoli.


Due di Repubblica che evocano oscuri pericoli riguardo le Nuove Vie della Seta e danno spazio ai lamenti veneziani per i probabili investimenti cinesi a Trieste e uno del Corriere che invece evidenzia gli aspetti molto positivi per lo sviluppo dell' "Ecosistema Trieste" in cui coesistono due eccellenze: le istituzioni scientifiche e il Porto Franco internazionale.

Ecco gli articoli:

1) TRIESTE, VENEZIA E GENOVA TERZO INCOMODO - IL DERBY DEI PORTI ITALIANI PER LA VIA DELLA SETA

LE ROTTE MARITTIME CHE COLLEGANO LA CINA E L’EUROPA TERMINANO IN CIMA ALL’ADRIATICO.
LO SCALO GIULIANO SEMBRA IN VANTAGGIO MA GLI ALTRE DUE NON DEMORDONO. LE LITI TRA I CAMPANILI SONO PERÒ UN RISCHIO PERCHÉ MINANO IL NOSTRO POTERE CONTRATTUALE CON PECHINO 

di Filippo Santeffi - Repubblica  8/10

Sulla nuova Via della seta, i treni e le navi di XiJinping viaggiano a pieno carico. E il governo gialloverde ha una gran fretta di saltarci sopra. «Il memorandum d' intesa con la Cina è prossimo alla firma», aveva detto a inizio settembre il ministro dell’Economia Giovanni Tria durante la sua visita ufficiale in Cina. «Vorremmo firmarlo già a inizio  novembre quando tornerò a Shanghai, ha specificato qualche giorno fa il vice premier Luigi Di Maio, nelle pause del primo di due viaggi ravvicinati a Oriente. Il governo di Lega e 5Stelle, alla forsennata ricerca di risorse per rispettare le sue promesse elettorali, vede nel Dragone un partner disposto a offrirle. E nel grande progetto infrastrutturale con cui Xi Jinping vuole proiettare la Cina nel mondo, a cui l’Italia sarebbe il primo Paese del G7 e il primo membro fondatore della Ue ad aderire, la chiave per attivare un prezioso flusso di investimenti. Quali investimenti però ancora non è chiaro. E senza un piano complessivo il memorandum che ci apprestiamo a firmare rischia di rimanere un documento vuoto, o addirittura controproducente. «Il fatto di essere il primo Paese di questa importanza ad aderire ci aiuterà a ottenere termini migliori», dice il sottosegretario allo Sviluppo economico Michele Geraci, grande conoscitore della Cina che in questi giorni sta negoziando i dettagli. Ammette però che il memomandum andrà poi riempito di contenuti concreti. Il punto su cui gli interessi di Italia e Cina convergono sono i porti. La Via della seta marittima disegnata da Pechino ha il Mediterraneo come punto di arrivo, rotta che rispetto a quella del Nord fa risparmiare cinque giorni di navigazione. E se è vero che i cinesi si sono già assicurati il controllo del Pireo dalla disastrata Grecia, attraccare in Nord Italia eviterebbe alle merci il complesso attraversamento dei Balcani. Qui però iniziano i problemi, perché negli ultimi mesi i porti del Nord Tirreno e del Nord Adriatico hanno ingaggiato un duello di campanili (????per assicurarsi i fondi del Dragone , senza che i governi, il precedente o l’attuale, abbiano indicato delle priorità. Trieste, che si è mossa per prima, sembra in vantaggio: i cinesi costruirebbero e gestirebbero un nuovo molo.
Ma né Venezia né Genova si rassegnano alla sconfitta. «Il nostro porto muove una quantità dimerci sei volte maggiore rispetto a Trieste -dicel' assessore allo Sviluppo economico del capoluogo ligure Giancarlo Vinacci - ed è connesso all’importante corridoio europeo che porta a Rotterdam».
Ai cinesi, spiega, sono stati mostrati i progetti per l’allargamento e per il cosiddetto “bruco”, un tunnel ferroviario che porterebbe i container all’interporto di Mortara, oltre l’Appennino. Alle questioni tecniche però si intrecciano quelle politiche, legate ai colori delle giunte e ai delicati equilibri tra Lega e 5Stelle. «Per pagare una cambiale all’elettorato 5Stelle il ministro dei Trasporti Toninelli ha bloccato i lavori del terzo valico appenninico, siamo al boicottaggio interno», spi ga Alessia Amighuni, responsabile Asia Center del think tank Ispi. In Liguria infatti il colosso cinese dei trasporti Cosco aveva già messo un piedino nel terminai di Vado, un test che senza il terzo valico rischia di fallire. L’imprevedibilità del governo giallo-verde preoccupa non poco le autorità comuniste (???). A sentire le dichiarazioni di Geraci la partita parrebbe chiusa per Trieste, ma in Cina li suo capo Luigi Di Mao ha buttato nel calderone pure i porti del Sud. E anche aldilà dei moli le prospettive non sono più chiare. Ad ogni incontro con le autorità cinesi esce dalle carteffine il dossierAlitalia. Fiumicino, ecco l’esca italiana, potrebbe essere uno hub strategico per l’Africa, dove gli interessi cinesi sono fortissimi. Ma non è un mistero che Pechino abbia già rifiutato più volte. Così nella sua recente visita Di Maio si è limitato a parlare di un rafforzamento dei collegamenti tra la nuova Alitalia (pubblica?) e la Cina, una “via della seta aeronautica”, citando invece Condotte, in amministrazione controllata, come possibile target di investimento. L’ipotesi più concreta al momento sembra quella di Huawei, uno dei colossi cinesi più attivi lungo la Via della Seta, che starebbe considerando l’Italia per un nuovo centro di ricerca dedicato al 5G. Candidate Milano e la stessa Genova. Nel complesso, menù piuttosto scarno e confuso. Specie considerato che con la firma dell’Italia Pechino pianterebbe una bandierina nel cuore dell’Europa. Secondo Di Maio il governo sta chiedendo di più in cambio, come la revisione dell’accordo che ci impedisce di esportare in Cina le arance via aereo. Durante la sua visita a Cheng du, dove l’italia era ospite d’onore della Fiera dell’Ovest, qualche imprenditore faceva notare che i problemi delle aziende italiane in loco sono ben altri, per esempio la difesa della proprietà intellettuale su cui non è stata proferita parola. «Il sottosegretario Geraci ipotizza dazi selettivi per difendere le nostre aziende esposte alla concorrenza sleale cinese, mi sembra molto velleitario», diceva il manager locale di un’importante azienda tricolore. «Queste battaglie andrebbero fatte a livello Europeo». A Bruxelles e nelle principali cancellerie comunitarie, Berlino in primis, il timore per la penetrazione cinese in aziende e infrastrutture chiave è molto cresciuto. Pochi giorni fa, di ritorno dalla Cina, il presidente francese Macron ha dichia
rato che la Via della Seta non può essere una strada a senso unico e la
Commissione ha appena lanciato un piano infrastrutturale alternativo.
Una firma dell’Italia sul memo
randum creerebbe non pochi mal di pancia.
«Proprio in Europa - ricorda Ivan Scalfarotto del Pd, che da sottosegretario dei governi Renzi e Gentiloni è stato dieci volte in Cina, avviando le trattative per il memorandum - siamo stati molto duri nei nostri “no”, battendoci perché a Pechino non fosse riconosciuto lo status di economia di mercato e per introdurre un filtro agli investimenti extra-Ue nell’Unione» (!!!!). Ma con l’Europa il governo gialloverde è ai ferri cortissimi, e l’awicinamento alla Cina è coerente con la strategia: «Sono sempre gli stessi Paesi del Nord che si lamentano de
gli investimenti cinesi», replica Geraci. «Non ho mai sentito la Grecia o il Portogallo lamentarsi».
Accostamenti poco rassicuranti, visto che Atene appare oggi prostrata di fronte a Pechino. Certo l’Italia ha ben altre dimensioni, ma le priorità poco chiare sulla Via della Seta non fanno ben sperare sulla capacità di estrarne il massimo vantaggio: «La firma del memorandum con la Cina è un’ottima notizia -conclude Amighini - ma senza aver prima definito cosa vogliamo fare rischia di dare poco in termini di progettualità e generare dei dissapori con altri partner». Un foglio bianco, su cui per ora solo la Cina sa cosa scrivere.


2) LA POLEMICA - INTERVISTA
“Attenti a una gara al ribasso con i cinesi”
Repubblica 8/10

PER IL PRESIDENTE DELL’AUTORITÀ VENEZIANA MUSOLINO IL NODO CHIAVE È LA RECIPROCITÀ, ALTRIMENTI SI RISCHIA UNA COLONIZZAZIONE: “DOBBIAMO AVERE UN PROGETTO CHE ABBIA L’OBIETTIVO DI ATTIVARE FLUSSI IN ENTRAMBE LE DIREZIONI. E IL VALORE AGGIUNTO DI UNO SCALO NON PUÒ LIMITARSI AL SOLO TRASPORTO

l' Italia non ha bisogno di chiedere l’elemosina alla Cina». Basta qualche secondo per capire che Pino Musolino è un passionario. E anche ora che il governo gialloverde è a un passo dal firmare con Pechino il memorandum di intesa sulla Via della Seta, il presidente del Porto di Venezia, 40 anni, continua a dire la sua con decisione. «Questo progetto cinese si dovrebbe approcciare con una visione di sistema e maggiore reciprocità. Il punto non è avere un molo in più dove le merci attraccano e partono verso la Germania, ma trattenere sul nostro territorio quanto più valore aggiunto possibile».
La Via della Seta non è un’opportunità per l’Italia?
«La Via della seta non basta enunciarla, va messa in pratica uscendo dalla visione stereotipata, patetica, che ne abbiamo in Italia. Questa non è una linea di tram, ma un progetto che risponde a precise esigenze cinesi, geopolitiche, di connettività e ancor più di assorbimento della capacità industriale interna, quindi di stabilità politica. Noi la approcciamo con la paura che se non firmiamo siamo fuori».
E invece?
«Invece bisognerebbe iniziare a capire che ci sono tante Vie della Seta, che questo progetto può creare dei flussi in entrambe le direzioni, a condizioni di maggiore reciprocità».
Lo ha detto anche il presidente francese Macron che “One Belt One Road” non può essere una strada a senso unico. Il nostro governo è troppo piegato agli interessi cinesi?
«Non è solo una critica al governo, ma un discorso di sistema Paese: Confindustria non ha una posizione, Confcommercio non c’è, l’Europa tace. Dal punto di vista dei porti per esempio ci sono diverse tipologie di prodotti su cui ragionare, mica solo i container, le cosiddette merci varie, i prodotti energetici su cui potremmo essere competitivi con il Nord Europa perché posizionati meglio. Non solo: il valore aggiunto non si riduce al trasporto, bisognerebbe tenere in Italia, attorno alle aree portuali, anche quello del la semilavorazione e dello smistamento. Di tutto questo neppure si è cominciato a parlare».
E intanto il Memorandum pare prossimo alla finna.
«Dai cinesi bisognava già presentarsi con una lista di cose desiderate, invece sui porti c’è troppo e poco, ogni scalo vuole un pezzo». 

Non è che lei frigge perché Trieste e Genova sono i due scali candidati a ricevere investimenti cinesi e invece Venezia è rimasta fuori?
«Non esistono solo i cinesi di Cosco, ci sono Msc o Maersk. E gli investimenti non li decidono mica i governi, si fanno sulla base delle convenienze logistiche. A Trieste i prodotti attraccano e poi vanno verso la Germania, Venezia ha alle spalle la regione produttiva più dinamica d’Italia. La metà dei container che arrivano a Trieste sono di passaggio, di questi la metà va a Venezia. Nessuno deve escludere l’altro, anche perché c’è complementarietà e sinergia tra i due scali, ma ci sono delle cose che Trieste non può fare, perché non ha il Nordest alle spalle».
A preoccupare i cinesi è proprio questa litigiosità tra municipi, in assenza di un piano complessivo. Trieste farà le sue infrastrutture, Genova le sue, ma poi bisogna andare oltre alla pura logica dell’infrastruttura e costruire una sintesi di sistema, anche in Europa. I cinesi investono dove c’è un ritorno, punto. Ma noi non siamo il Tajikistan, che ha bisogno dei soldi cinesi per costruire, diventando debitori e cedendo asset strategici. L’Italia non deve elemosinare». 

Vista la situazione dei conti pubblici e il costo delle promesse elettorali gialloverdi, il rischio di svendersi c’è? 
«Guardi a quello che è successo in Sri Lanka, dove un porto lungo la Via della Seta è finito in mani cinesi perché il governo non poteva ripagare i debiti: se non governi il Dragone, il dragone ti governa». 

3) IL CASO MODEFINANCE
L’ecosistema Trieste produce sviluppo «Nascere qui è stato fondamentale»
Due ingegneri, i primi passi come spin-oft dell’Università all’interno di Area Science Park,
l’elaborazione di un algoritmo applicato alla finanza Co ha preso vita una delle storie d’impresa più riuscite dell’ultimo decennio: ricavi raddoppiati anno su anno grazie al modello di rating «trasparente» per la valutazione del rischio di qualsiasi azienda
Corriere imprese 8/10/2018


E' una tra le storie d’impresa più riuscite degli ultimi dieci anni. ModeFinance, società che utilizza i big data per digitalizzare l’analisi del rating di qualsiasi società al mondo, è nata nel 2009 come spin-off dell’Università di Trieste e, da quel momento, è di base all’interno di Area Science Park, dove è cresciuta doppiando il volume dei ricavi anno su anno, arrivando a metà del 2018 a un giro d’affari di 1,5 milioni di euro e 25 dipendenti. Ma quello dei due fondatori, Valentino Pediroda e Mattia Cipran, entrambi ingegneri - il primo è un esperto di modelli numerici, il secondo di finanza - è un esempio a cui guardare soprattutto per la scelta di restare dove sono nati: in Italia, a Trieste. Il motivo è da ricercare anche in quell’ ecosistema di innovazione territoriale dal quale sono circondati e che, nel loro caso, si è rivelato essenziale per il passaggio dall’idea a start-up e per quello da start-up ad azienda. Oggi ModeFinance è la prima fintech a diventare agenzia di rating in Europa e prima agenzia italiana a poter esprimere rating sull’intero sistema bancario internazionale. «L’intuizione da cui siamo partiti ci è sembrata da subito rivoluzionaria - esordisce Valentino Pediroda, Ceo dell’azienda - portare flct nel mondo della finanza per costruire un nuovo modello di rating finanziario più trasparente, indipendente e aperto a tutti. Per farlo abbiamo studiato un algoritmo che, sostituendosi agli analisti che operano per le tradizionali agenzie di rating internazionali, permettesse di effettuare la valutazione del rischio di qualsiasi azienda in modo automatizzato».
Come funziona questo algoritmo?

«Si tratta di una tecnologia sviluppata in proprio e basata sull’utilizzo di big data, intelligenza artificiale e analytics che registra e simula il comportamento degli analisti finanziari nella valutazione di tutti i parametri necessari a definire il credit rating di un’azienda, ad esempio l’andamento sul mercato, i risultati finanziari o la composizione del consiglio di amministrazione. A oggi abbiamo analizzato il rating di 300 milioni di società e 6mila istituti di credito».
Da dove siete partiti per costituire la start up?
«Una volta sviluppato il software abbiamo cominciato a lavorare come consulenti, fino a che non abbiamo varcato la soglia di Innovation Factory, l’incubatore del parco scientifico e tecnologico di Trieste Area Science Park. Qui abbiamo cominciato un percorso di sviluppo serrato, sia sul prodotto, attraverso analisi, diagnosi e test del software, sia sugli aspetti imprenditoriali dell’idea, come lo studio del modello di business e l’analisi del mercato».
Quali sono stati i passaggi fondamentali per la crescita di ModeFinance?
«La premessa necessaria è che, per il tipo di business in cui operiamo, era essenziale per noi diventare al più presto un’azienda strutturata e dotata di una funzione di compliance, per poter ottenere la certificazione di agenzia di rating europea registrata da WEma, l’autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati, poi acquisita nel 2015. Siamo cresciuti evolvendo il modello di business con nuovi prodotti: nel 2012 abbiamo lanciato S-peek, un’app attraverso cui qualsiasi utente può conoscere in tempo reale la solidità finanziaria di un’impresa. Nel corso del 2017 l’applicazione è stata perfezionata e, poco tempo fa, è uscita s-peek Team, la versione collaborativa di s-peek, per la condivisione di analisi, report e commenti tra i membri di uno stesso ufficio».
Un’altra leva sono stati i fondi raccolti attraverso due round di investimento...«Sì, a credere in noi è stata la società di It padovana Conallis che, nel 2015, ha acquisto il 43% del nostro capitale, ma non è stata l’unica, un secondo round lo abbiamo ottenuto anche dalla Finanziaria regionale del Friuli Venezia Giulia,In totale abbiamo raccolto circa un milione di euro».
Quanto ha contato per l’azienda essere nata e cresciuta in uno dei distretti di ricerca e tecnologia più importanti in Italia?«È stato fondamentale. Basti pensare che Mattia e io ci siamo conosciuti all’università di Trieste, dove abbiamo cominciato avviando uno spin-off dell’ateneo. Per trovare la sede più adatta ci siamo spostati a cinque chilometri di distanza, in Area Science Park, il parco scientifico e tecnologico dove siamo tutt’ora incubati. La nostra prima dipendente è una ragazza di Istanbul che abbiamo intercettato appena uscita da un master alla Mib Trieste School of Management, altri sei chilometri dal parco tecnologico. Ne contiamo sette e arriviamo alla Sissa, da dove abbiamo reclutato quello che è oggi li nostro Cto. .
Tra i vostri obiettivi, però, c’è anche l’inter nazionalizzazione: non avete mai pensato che un trasferimento all’estero, vista anche la maggior disponibilità di capitali, possa aiutarvi a diventare competitvi più in fretta? «Arrivare all’estero ci interessa: stiamo guardando a quelle aree geografiche in cui c’è una più alta concentrazione di operatori finanziari e fondi di investimento, come gli Stati Uniti e il Middle East, ma anche alle capitali finanziarie come Londra e Singapore. Nel 2019 dovremmo aprire una seconda sede fuori dall’Italia ma il cervello pensante di ModeFinance resterà a Trieste: per ampliarci ci servono i talenti e questo ecosistema riesce a fornirli.




sabato 6 ottobre 2018

PORTO VECCHIO: E LA MONTAGNA PARTORI' UN TOPOLINO DOPO 4 ANNI DI GESTAZIONE - UN PARCHEGGIO: TUTTO QUI? - DOVE SONO GLI INVESTITORI CHE FANNO LA FILA? - URBANIZZAZIONE DI PORTO VECCHIO: UN FALLIMENTO ANNUNCIATO.


FUMO NEGLI OCCHI
Tronfi come tacchini hanno inaugurato un parcheggio.
Ecco il risultato concreto dell' urbanizzazione di Porto Vecchio a quattro anni dalla "sdemanializzazione" del 2014 del sen Russo.
Oltre naturalmente alla "rotonda" che porta nel deserto e al bel risultato di aver incasinato Viale Miramare.

Si vantano anche dell' ESOF 2020 ( la mostra temporanea sulla scienza) che però con l' urbanizzazione di Porto Vecchio non c' entra niente essendo un evento nato per conto suo nel mondo scientifico cittadino e con finanziamenti autonomi.

Insomma 4 anni di annunci e propaganda per arrivare ad un parcheggio !

Ricordiamo i roboanti articoli del Piccolo che

quattro anni fa annunciavano migliaia di posti di lavoro e "centomila cittadini in piu" grazie alla mitica sdemanializzazione.

Dove sono finiti e quanto hanno investito i famosi "investitori" che secondo Di Pizza fanno la fila di fronte al suo ufficio ansiosi di cacciare i 5 miliardi che il sen. Russo ha sempre indicato come  necessari?
Dove sono finiti i famosi "Fondi sauditi e americani" che secondo il sen. Russo erano pronti ad investire nell' urbanizzazione di Porto vecchio?

Probabilmente sono nel parcheggio...


Quanto ci vorrà ancora perchè si prenda
UNA BELLA RESTITUZIONE ALLA CITTA':
NUOVI RETICOLATI
ufficialmente atto che 
è fallito il delirante ed antieconomico progetto di urbanizzare quell' area con finalità prevalentemente turistiche?

E che l' unico modo per rivitalizzarla è con un uso produttivo utilizzando il regime di Punto Franco e la fiscalità di vantaggio ?
Come indichiamo da anni (vedi tabellina sotto).

In Cina in quattro anni costruiscono una megalopoli con milioni di abitanti: qui ancora si cercano...
Speriamo che arrivino i cinesi in porto e facciano piazza pulita di questa sedicente "classe politica e dirigente" di chiacchieroni incapaci.





venerdì 5 ottobre 2018

TANTO PEGGIO, TANTO MEGLIO ! L' ITALIA E' L' UNICO PAESE DOVE LA "CLASSE DIRIGENTE" TIFA PER I DEFAULT PUR DI ELIMINARE IL GOVERNO "POPULISTA" - DAL POP-CORN AL TERRORISMO MEDIATICO CATASTROFISTA - UN BEL VIDEO DEL PROF. SAPELLI CHE HA INSEGNATO A TRIESTE STORIA ECONOMICA - E UN LIBRO DI PURO TERRORISMO ECONOMICO INCOMPETENTE


TANTO PEGGIO, TANTO MEGLIO !

Ormai il PD, la sedicente "classe dirigente" e i media "mainstream" tifano per il disastro economico per riuscire a sbarazzarsi di un governo "populista" che non riescono a sconfiggere politicamente ed elettoralmente.

Ogni giorno c'è qualche nuova invenzione per incutere terrore tra la gente sulle conseguenze della  politica economica del governo che non piace alle èlite.

Sotto parliamo del libro "thriller noir" di Sergio Rizzo "02.02.2020 LA NOTTE CHE USCIMMO DALL' EURO" ma intanto invitiamo a godervi la lezioncina economica che il prof. Sapelli rivolge a Calenda.
Il prof. Sapelli è molto noto a Trieste, città su cui ha scritto importanti saggi di storia economica, per avervi insegnato Storia Economica all' università.

Clicca QUI o sull' immagine  per il video della trasmissione di La Sette:


SAPELLI: "Il problema vero è che in Europa c’è una politica ordoliberista fondata sull’assunto catastrofico che non ci deve essere debito pubblico. Ovunque si applica, questa cosa eviscera le economie, distrugge la coesione sociale. E infatti gli Stati uniti sono l’unica potenza che cresce, e naturalmente hanno un surplus militare e hanno moneta di riferimento.
La politica dell’austerità è una catastrofe e, se continua, la deflazione secolare ci distruggerà. 

Il problema è la politica economica, non possiamo continuare con il pilota automatico. La gente vota ma poi i Moscovici dicono ‘’perche’ avete votato’’? Ma il popolo non puo’ sostenere questo né possono farlo le imprese poichè dovrebbero vivere solo di export ma l’export è solo il 30% dei loro ricavi. C’è bisogno di mercato interno. Bisogna toccare i fili ma contesto il modo in cui si è fatto. L’italia è l’unica nazione che ha la classe dirigente che tifa per il default."

Veniamo al libro di Sergio Rizzo 02.02.2020 che già dalla copertina semina angoscia.

Sergio Rizzo, vicedirettore di Repubblica e già giornalista del Corriere della Sera, è famoso perchè insieme ad Antonio Stella ha inventato il termine LA CASTA riferito ai politici  con un fortunato libro che ha iniziato la serie di articoli che hanno alimentato l' odio "populista" per la politica.
E lui ci sguazza e ci guadagna, adesso recitando la parte del "responsabile".

In questo libello propagandistico in un crescendo di affermazioni tanto apocalittiche quanto prive di basi scientifiche ed economiche descrive i presunti effetti catastrofici di una uscita dall' Euro con toni simili alla "Notte dei Morti Viventi" arrivando ad ipotizzare svalutazioni del 60% in pochi giorni e masse di persone ridotte in rovina.

Tuttavia è particolarmente godibile il passo a pag. 109 in cui ipotizza che Bolzano con tutto il SudTirolo, per sfuggire al caos italiano, richieda il ricongiungimento all' Austria ed il ristabilento dei confini del 1918 (e quindi anche il ritorno di Trieste alla Mitteleuropa di cui era il florido porto)...
Non tutto il male viene per nuocere, dunque!


Nota: Dalla presentazione ufficiale e in rete del libro di Rizzo (una volta la "diffusione di notizie false o esagerate atte a turbare l' ordine pubblico" ex art.656 C.P. veniva perseguita...):
"
Quanti italiani, scherzando, sono arrivati ad ipotizzare la vendita delle nostre glorie nazionali per supportare uno stato che fa acqua da tutte le parti? All’asta fallimentare dell’Italia, i cinesi si aggiudicano il Colosseo, la Fontana di Trevi e l’intero lotto di opere d’arte di Galleria Borghese; gli americani acquistano gli Uffizi per appena 200 miliardi di dollari, mentre Pompei va ai russi in cambio di una fornitura venticinquennale di gas e petrolio per l’Italia. È quello che accade nel febbraio del 2020 quando il Bel Paese esce dall’euro, tornando alla lira, anzi, andando verso la Nuova Lira, che non ritrae più le massime glorie nazionali in termini di cultura, arte o scienza, ma i prodi del Partito Sovranista Italiano, frutto della fusione di tutti i partiti. Per tenere fede alle promesse elettorali, il favoloso PSI ha prosciugato i conti pubblici, dirigendosi, a viva forza, verso l’uscita dall’euro. Da qui un effetto domino disastroso e prevedibilissimo: la borsa crolla e i titoli bancari scendono di 30 punti, i capitali vengono ritirati, l’inflazione sale a livelli vertiginosi e così i tassi d’interesse e i mutui. Un cataclisma che spinge le imprese verso la bancarotta e gli italiani al tracollo. Una replica della crisi del ’29 con le persone che, disperate, si buttano dalle finestre del palazzo della borsa. Ma il crollo totale del paese ancora non ferma lo scellerato PSI che nazionalizza l’industria bellica e manda l’esercito alle frontiere…"
P. S. Notiamo che l' attento Roberto Weber ha ripreso oggi sul Piccolo il nostro concetto. Grazie.

mercoledì 3 ottobre 2018

RINASCITA DI TRIESTE E DECLINO DI UDINE: così dice Venezie Post - Ne saremmo lieti, ma sarà vero ? - L' articolo

Riportiamo l' articolo di ieri di Venezie Post (QUI) perchè ci piacciono le buone notizie  anche quando sono un po' superficiali.
Ma un fondo di verità c'è e sono di buon auspicio: un po' di ottimismo aiuta anche se, come dice l' articolo stesso, bisogna darsi molto da fare.


Il declino di Udine, la rinascita di Trieste e le sfide del futuro


In questi anni Udine sembra essersi “triestinizzata” e Trieste “milanesizzata”. La prima è entrata in un declino che la rende periferia estrema del nuovo triangolo industriale. La seconda in grande crescita grazie al Porto e al turismo. Ma il destino non è segnato né in un senso né nell'altro e queste tendenze potrebbero invertirsi.

di Filiberto Zovico



Più di dieci anni fa, durante l’era Illy, sotto l’attenta regia di Cristiana Compagno, Udine celebrava con il Festival InnoVaction la grande forza economica e politica di quel territorio. Se c’era un centro del Friuli Venezia Giulia, questo era sicuramente Udine, non certo la sonnacchiosa Trieste dedita a vivere di rendite pubbliche e a passare intere stagioni a prendere il sole sulle rive.
A determinarne la forza di Udine erano grandi gruppi industriali come Pittini e Fantoni (solo per citare due aziende simbolo), una Università in fase di decollo e una vita culturale che aveva in un Festival come Vicino/Lontano una delle sue punte di diamante.
Trieste appariva invece come una città ripiegata su se stessa, con un Porto in declino, marginale e lontana da uno scacchiere europeo che nella traiettoria da Lisbona a Kiev preferiva salire lungo la Pontebbana verso il nord Europa che avventurarsi sul Carso, per terminare la corsa nel deserto spettrale di un Porto Vecchio abbandonato e chiuso alla stessa città.
Poi, negli ultimi anni, lentamente,  si è determinata la svoltaUdine, forse perché si è sentita sin troppo forte, ha cominciato a chiudersi pian piano in uno splendido isolamento, affidandosi a classi dirigenti (quelle che contano davvero, non quelle politiche) dedite più all’autoconservazione che al tentativo di aprirsi e di giocare sullo scacchiere più ampio di quel nuovo triangolo industriale che da Milano corre fino a Bologna e arriva poi a lambire la provincia di Pordenone.
Trieste, di converso, ha iniziato a mettere a fuoco due delle sue vocazioni: quella turistica e quella portuale. Il turismo, spinto anche da da trend globali, ha fatto scoprire e riempire una città bellissima e di grande fascino. Il Porto, con l’arrivo di D’Agostino, è tornato ad accendere i motori lasciati spenti per decenni e a diventare elemento di traino per la città.
Girando la città Giuliana in occasione di Trieste Next questo clima era visibile e palpabile. Una Trieste viva, bellissima, carica di entusiasmo è stracolma di giovani giunti da ogni parte d’Italia. La sensazione condivisa tra i visitatori è stata, estremizzando le polarità, di una Udine “triestinizzata”, cioè declinante come è stata per anni la città della barcolana,  e di una Trieste “milanesizzata”, cioè rivitalizzata dai nuovi flussi turistici e portuali.
Ma, se queste sono alcune linee di tendenza, va anche detto che il destino di queste città non è segnato, ne in un senso nè nell’altro. Udine ha ancora risorse notevoli per ripartire. Ha sopratutto una nuova classe imprenditoriale molto proiettata al futuro (Siagri di Eurotech e Scarpa di Biofarma solo per citare due uomini simbolo)  che potrebbe invertire il percorso che la sta portando ad essere estrema periferia del triangolo industriale; Trieste, invecese non riparte con un tessuto industriale, non crea sinergie con i centri di ricerca e non realizza un piano straordinario che la colleghi al mondo via aria e via terra, nel caso il miracolo del Porto dovesse arrestarsi, rischia di radicalizzare la sua già naturale tendenza a tornare ad essere solo una casa di riposo diffusa per anziani benestanti.


venerdì 28 settembre 2018

FELTRI INTERVISTA EVA KLOTZ FONDATRICE DEL PARTITO INDIPENDENTISTA SUDTIROLER FREIHEIT - I parallelismi con Trieste analogamente annessa a tavolino dopo la fine della Inutile Strage



Libero, il quotidiano di Vittorio Feltri, continua la pubblicazione di articoli sul Sudtirolo.
Ieri ha riproposto un intervista ad Eva Klotz  realizzata nel 1987, facendola precedere da un' introduzione. Riportiamo entrambe sotto.
Nella sua introduzione Feltri rimarca nuovamente che il Sudtirolo NON fu conquistato militarmente, come molti credono, ma solamente concesso a tavolino in pagamento del tradimento consumato con l' entrata in guerra nel 1915.

Analogamente a quanto successo con Trieste: entrambi i territori erano stati promessi all' Italia con il Patto Segreto di Londra firmato il 26 aprile 1915 in cambio della entrata in guerra dell' Italia contro l' alleato austriaco.

La vicenda degli accordi segreti fu fonte di grande scandalo e riprovazione morale quando ne fu svelata l' esistenza dai rivoluzionari russi che avevano preso possesso degli archivi diplomatici dello Zar.
Accordi segreti per creare un altro fronte contro gli Imperi Centrali: altro che guerra risorgimentale.


Così come mai l' esercito italiano riusci a conquistare il Sud Tirolo, così non riuscì mai a conquistare Trieste, fermato all' Hermada dai difensori guidati dal generale Svetozar Borojević von Bojna.


E' curiosa la vicenda dell' arrivo del Cacciatorpediniere Audace che sbarcò 200 carabinieri sul Molo S. Carlo di Trieste ormai abbandonata da giorni dall' esercito austriaco e dal Luogotenente.
Sapendo che il 3 novembre sarebbe stato firmato l' Armistizio a Villa Giusti di Padova l' Italia, che è sempre la più furba, diede incarico all' Audace di raggiungere Trieste prima della firma del medesimo, e di sbarcarvi qualche militare per vantare un "diritto di conquista".
Tuttavia l' Audace, da allora detto "maledetta barca" dai triestini, arrivò a Trieste alle 16,30 del 3 novembre mentre l' Armistizio era stato già firmato un' ora e mezza prima alle 15 e per giunta fece una manovra sbagliata che lo portò a sbattere contro il molo... allora non c' erano i telefonini e internet per confrontare gli orari...
Questo l' eroico episodio che si vuole celebrare il 3 novembre con un' adunata fascista e turbonazionalista, e ufficialmente con fanfare, pennacchi e roboanti discorsi.


Ecco gli articoli di Feltri:


La vita agra dei «negri» nel Sud Tirolo
di VITTORIO FELTRI Libero 27/9/18
Divampa la polemica sul tema Sud Tirolo ai cui abitanti di lingua tedesca si vorrebbe concedere il doppio passaporto, italiano e austriaco. Ci sembra una questione di lana caprina. Infatti avere in tasca due documenti anziché uno solo non cambia il destino di nessuno.
 I nostri connazionali sono persuasi di essere diventati padroni del Brennero e dintorni grazie a una conquista militare. Falso, si trattò di una annessione diplomatica avvenuta nel 1919 a guerra mondiale terminata. Da allora noi abbiamo invaso con la burocrazia il territorio, mentre i tirolesi hanno cercato di difendere la loro cultura e i loro diritti. Non sempre le cose sono andate bene.

Ancora oggi i due popoli non si sono integrati completamente, e litigano sulla base di pregiudizi figli di una ignoranza della storia. Ecco perché riproponiamo due miei articoli pubblicati circa trenta anni or sono che aiutano a comprendere i motivi dei dissidi. Da quel tempo ai giorni attuali non è mutato molto. Vale la pena di fare un ripasso delle epoche trascorse per capire quanto accade adesso. Non parteggiamo per alcuno, desideriamo soltanto spiegare ai lettori lo svolgimento delle vicende altoatesine.

L' intervista e Eva Klotz:

«Noi, negri del Sud Tirolo»
L’indipendentista Eva Klotz nell’87: «Francesco Giuseppe era più democratico, vogliamo l’uso pieno del tedesco e un referendum per decidere se stare con l’Italia o per conto nostro"
di Vittorio FELTRI 1987

La città è quieta, sonnacchiosa sotto la nebbia autunnale. A prima vista, non è diversa da Treviso, Bergamo o Sondrio. Palazzi solidi nel centro, architetture decise, e tante casette sparpagliate sui monti, campanili esagerati che svettano qua e là. Una bella catolina che rasserena. Ma è apparenza.E l’apparenza inganna. Ogni tanto,dai tetti del presepio si leva un filo di fumo acre: dinamite. Già, gli attentati, qui non sono mai finiti. Perché? Gli italiani che vivono lontano dall’Alto Adige non capiscono. Da trent’anni leggono sul giornale di tralicci e di automobili che saltano per aria, e si domandano che cosa vogliano i terroristi. Tornare sotto l’Austria? E che ci tornino. L’indipendenza? Che se la piglino. Il nostro è un Paese troppo lungo: chi sta a Campobasso che ne sa di quel che succede a Merano? E che importa a unnapoletano, coi guai che ha, se a San Candido gli alpini non simpatizzano con le Fràulein? Della questione tirolese si parla per sentito dire e si pensa
per sentito pensare: si buttano li un paio di luoghi comuni, e l’argomento è chiuso.
Si riapre, però, in tempo di elezioni, e di spoglio, quando ci si rende conto che la geografia politica della zona è completamente diversa da quella nazionale: dominano il Movimento sociale e la Svp; cioè, i fascisti e i tedeschi. La Dc, il Psi e gli altri sono partiti minori, per di più, insignificanti. Si fa una affrettata analisi del voto e si conclude che da queste parti son tuffi matti. Ma i matti siamo noi che ci ostiniamo a considerare questa regione come una qualsiasi, e a ignorarne gli umori e la loro origine. Che è storicamente recente, anche se ci sembra lontana: risale a 69 anni fa.
La grande guerra era appena terminata e il Tirolo, nella macelleria dei vincitori, fu regalato, come osso, all’Italia: dalla sera alla mattina, oltre 300mila cittadini austriaci furono costretti a cambiare bandiera. D’accordo - obietterà il lettore - ma perché non si arriva
a un compromesso? Ne discutiamo con Eva Klotz, un nome che è una garanzia contro ogni sospetto di passione tricolore. E' la figlia di Georg, il «martellatore della Vai Passiria», che negli Anni ‘60 era considerato il numero uno dei nemici di Roma; gli furono attribuiti quasi tuffi i ‘botti” che echeggiarono nei pressi del Brennero e inflitti un paio di ergastoli, che non scontò mai in quanto era un soggetto non facile da prendersi: morì libero in un bo
sco a Innsbruck, nel 1976, all’età di 56anni.
Frau Eva è l’unica esponente del 
Heimatbund (Lega della patria) al consiglio provinciale dl Bolzano in cui la Volkspartei ha la maggioranza relativa; ha fama di dura oppositrice all’ andazzo italiano, leader degli inflessibili e lucida ideologa. La incontriamo nei corridoi del “parlamentino”: è giovane, occhi chiari, una treccia castana attorcigliata sulla nuca; indossa un vestito di maglia nera, taglio 1930. Sintetizzando al massimo: è proprio carina.

L’accento non è da speaker, ma il suo italiano è migliore di quello di molti immigrati.
Allora, gentile signora, perché non la smettete di litigare?
«Nessuna lite, solo rivendicazioni. E legittime».
Però ad alto potenziale esplosivo, talvolta.
«E successo. Non siamo stati noi ad accendere la miccia».
Chi è stato?
«Piacerebbe anche a me saperlo. Non può essere, comunque, che un nostro avversario. Noi non abbiamo interesse a ricorrere alle bombe, adesso, dato che non ci mancano mezzi legali né il consenso. ll terrorismo fa comodo a coloro che desiderano mantenere lo stato di emergenza».
Insinua che i bombaroli siano italiani?
«Non ho elementi per insinuare, mi limito a fornirle qualche informazione che l’aiuti a farsi un’opinione».
La sua qual è?
"Chi ricorre alla violenza, chiunque sia, è in errore».
Perdoni, ma nella sua famiglia non tutti erano di questo avviso.
«Altra epoca. Allora non c’erano altemative. D’altronde il governo cominciò a darci retta dopo le deflagrazioni. Oggi, ed è sperimentato, basta negoziare, purché ci sia buona volontà».
Siete soddisfatti di ciò che avete ottenuto?
«No. Ci hanno dato un brodino, una finta autonomia. Ma non disperiamo di strappare di più».
Che cosa?
«L’autodeterminazione».
Cioè?
«Un referendum con il quale gli abitanti decidano se stare con l’Italia o per conto proprio, formando una regione libera che legiferi e non sia sottomessa alla burocrazia capitolina».
Mettiamo che si realizzi il distacco. Che ne sarebbe dei nostri, li caccereste fuori a calci? O verrebbero sottomessi come i negri in Sudafrica?
«Non abbandoniamoci a eresie, per carità. Semmai i negri, attualmente, siamo noi. I trentini, quand’erano sotto l’impero austroungarico, godevano di ogni diritto dovuto alle minoranze. Nei processi, avevano facoltà di parlare la madrelingua fino in Cassazione, cosa che a noi, nel 1987, non è consentita. E in tribunale, un conto è esprimersi nel proprio idioma, un altro è tradurre».
Era più democratico Francesco Giuseppe?
«Non c’è ombra di dubbio. Per noi il pluralismo e la tolleranza sono sacri da alcuni secoli. Già nel 1300, alla gestione dello Stato partecipava il popolo, contadini compresi».
Non risulta che siate perseguitati.
«Le risulta male. Negli anni Venti, piombarono qui i conquistatori, licenziarono gli sconfitti dagli uffici pubblici e si insediarono alloro posto, ebbero gli incarichi migliori, privilegi, case,
stipendi, onori; e noi zitti, umiliati. Abolirono nelle scuole il tedesco che da millenni avevamo nel sangue. Fummo colonizzati>.
Però in settant’anni, anche coloro che non possedevano attitudini poligloffiche avrebbero avuto il tempo di perfezionarsi.
«Questa è buona. in Alto Adige, su 140mila immigrati da decenni, neanche 20mila si sono impadroniti del tedesco, che pure ritengo indispensable per inserirsi in una comunità prevalentemente tedesca».
C’è un piccolo particolare: vi garbi o no, ora siete cittadini della nostra Repubblica.
«Ecco ciò che ci irrita, la mentalità da conquistatori che è immutata dal 1918. Agite come se questa terra fosse bottino di guerra, non rispettate l’identità degli indigeni; gli antichi romani erano più evoluti, non stravolgevano i paesi occupati, anzi, favorivano la conservazione dei costumi locali. Perché cancellare la nostra cultura? In Svizzera le lingue sono tre, ben distinte, e la convivenza civile non ne risente. Lugano e Zurigo sono in simbiosi. Un luganese a Basilea si adegua, non impone il suo vocabolario né cambia
il nome dei villaggi e delle strade, invece, un barese a Vipiteno si arrabbia se non lo comprendono».
Scusi, ma non è di rigore la doppia terminologia sui cartelli, negli uffici pubblici, dovunque?
«Qualche progresso è stato fatto.Ma siamo lontani dalla parità. Col famoso trattato di Parigi è stato reintrodotto il tedesco nelle scuole, i duegruppi etnici hanno propri Istituti, chi frequenta l’Università in Austria gode di contributi come coloro che scelgono Padova. Tuttavia la situazione è insoddisfacente».
Perché?
«L’autonomia, che pure ci è stata riconosciuta, è più formale che sostanziale».
Non ci pare, faccia degli esempi.
«Prendiamo il Consiglio provincia le. La traduzione simultanea avviene dal tedesco all’italiano e non viceversa. Sicché un tirolese, per quanto provveduto, è svantaggiato. Alle poste, all’lnps, alla mutua, sul treno: moltospesso il personale non risponde in tedesco, benché per accedere al pubblico impiego sia necessario il patentino che certifichi il bilinguismo, il fatto è che gli enti, attaccandosi a un cavillo, assumono a Roma personale provvisorio che non ha i requisiti, poi lo lasciano qui».
Non sarete eccessivamente nazionalisti?
«La nostra storia dimostra che siamo gente pacifica, ci ribellammo con le armi solamente a Napoleone perché ci aveva aggrediti. Nel caso di oggi, difendiamo il diritto di essere quel che siamo>.
Un’integrazione incruenta non sembrerebbe così grave.
«Tutto è lecito se avviene spontaneamente. Ma i veri nazionalisti sono quegli italiani che ostentano atteggiamenti da dominatori, e hanno appoggiato il Msi portandolo al 30 per cento».
Non saranno diventati fascisti per reazione al vostro comportamento ostile?
«Lo sono diventati perché potenzialmente lo erano già: arroganti e sopraffattori, non si arrendono all’idea che l’era mussoliniana dei pretoriani sia tramontata. Ciò non toglie che molti suoi connazionali siano squisiti e amabifi».
Appunto. Però pochi giorni fa è stata rifiutata l’iscrizione di un bambino del “tricolore” ad un asilo tirolese.
«li bilinguismo perfetto è un’utopia.Se un nostro bimbo entra in una vostra scuola, fatica li doppio dei compagni e, se non eccezionalmente, non li raggiunge nel profitto. La maestra è costretta a rallentare e ad abbassare il livello delle lezioni, se le rincresce perdere l’alunno in difficoltà. Ma in questo modo si penalizza la maggioranza.
Lo stesso si verifica se in una scolaresca tedesca viene paracadutato un ragazzino italiano. E non è giusto. E preferibile che ognuno studi dove può rendere di più, nessuno gli impedirà, intanto, di apprendere come seconda lingua la nostra o la vostra. Ho dimestichezza con questi problemi: mi occupo di politica, ma sono stata insegnante».
Non ci sarà sotto un po’ di razzismo?
« Assurdo. Questo ignobile sentimento si sviluppa in presenza di due o più razze. Qui la pelle è di un colore solo. Almeno fisicamente siamo tutti uguali: dovremmo esserlo anche nella facoltà di tutelare la personalità; gli italiani la loro, noi la nostra».