RESTITUIRE TRIESTE AL FUTURO -

AUTONOMI DALL' ITALIA MA CONNESSI CON IL MONDO - RESTITUIRE TRIESTE ALLA MITTELEUROPA - RESTITUIRE TRIESTE AL SUO FUTURO: CENTRALE IN EUROPA INVECE CHE PERIFERICA IN ITALIA -

venerdì 12 maggio 2017

SILOS: DA "CENTRO CONGRESSI" ANNUNCIATO A CENTRO DI SPACCIO E VIOLENZE E BIVACCO INDECENTE - LA "POLITICA DEGLI ANNUNCI" E LA TRISTE REALTA' - LA COLPA E' DEI POLITICI LOCALI IRRESPONSABILI E INCAPACI OLTRECHE' DI UNA POLITICA DELL' IMMIGRAZIONE CATASTROFICA -


Dicevamo ieri che la violenza verso una concittadina minorenne perpetrata presso la stazione è il frutto di aree della città lasciate da anni fuori controllo (oltrechè di una politica dell' immigrazione catastrofica).

E' l' effetto della "politica degli annunci" importata a Trieste dal "Bel Paese" e che ha trovato entusiasti sostenitori nei politicanti locali di tutti gli schieramenti.


Fortunatamente con Internet ormai si possono riportare alla luce i precedenti impegni e annunci non rispettati e inchiodare costoro alle loro responsabilità.

Cliccando QUI trovate l' articolo del 17 gennaio di due anni fa in cui si annunciava trionfalmente che nel 2017 il SILOS sarebbe diventato un meraviglioso Centro Congressi grazie ad un investimento di 120 milioni delle coop Nordest che lo avavano acquistato e "
per riconvertire il quale fu fatto un Accordo di programma datato 2009 ai tempi del sindaco Roberto Dipiazza e dell’assessore Paolo Rovis".
L' annuncio del 2015 e' stato di Cosolini: " Entro il 2017 Trieste avrà all’interno dello stesso Silos il suo nuovo Centro congressi come ha annunciato con una punta di orgoglio il sindaco Roberto Cosolini che era affiancato dall’assessore allo Sviluppo economico Edi Kraus."


Come noto le Coop Nordest hanno rilevato a prezzi stracciati le Cooperative Operaie di Trieste fatte fallire ma del Centro Congressi al Silos non c' è traccia.

Idem per Porto Vecchio, 
ormai passato alla proprietà del Comune, che è in stato di totale abbandono a due anni e mezzo dalla "sdemanializzazione" di Russo e la cui unica possibilità di recupero è un riutilizzo produttivo del Punto Franco come già concretamente avviene con la base Saipem per la robotica subacquea e la GMT che ha anche la borsa metalli e commodities (clicca QUI). Queste sono cose concrete da sviluppare, le altre solo chiacchiere e annunci di politici a caccia di voti.

Invece del "
 Covent Garden sull’Adriatico. " abbiamo un centro di spaccio, violenze e degrado umano.

Ogni commento è superfluo e lasciamo parlare i fatti e l' aulico articolo del 2015:

Silos, riparte il progetto. Centro congressi nel 2017

Coop Nordest e Unieco confermano l’investimento da 120milioni: quest’anno però se ne andrà tutto per l’iter burocratico. Eliminato il teatro, sala da 1100 posti
Visto in prospettiva futura sarà anche una prestigiosa e strategica cerniera tra la Trieste1 e la Trieste2, cioè tra la città e il Porto Vecchio e sulla carta era già stato definito la Covent Garden sull’Adriatico. È il grande Silos a lato della Stazione centrale, da decenni in degrado e attualmente semioccupato dai clochard, per la cui riqualificazione le Coop Nordest assieme a Unieco hanno costituito la società di scopo Silos spa che ieri in municipio ha rilanciato in grande stile il progetto degli omonimi Magazzini. Un’operazione da 120 milioni di euro che su quasi 50mila metri quadrati distribuirà il nuovo Centro congressi di Trieste, un albergo, ristoranti, negozi, botteghe artigianali, uffici, una vasta area wellness e fitness, parcheggi e forse un ampio giardino d’inverno con vista mozzafiato sul golfo.
Sembra la reale svolta per un’idea nata nel 1999 su un fabbricato che a questo proposito le Coop Nordest acquistarono dalle Ferrovie dello Stato addirittura quindici anni fa e per riconvertire il quale fu fatto un Accordo di programma datato 2009 ai tempi del sindaco Roberto Dipiazza e dell’assessore Paolo Rovis. «Il primo nostro progetto è del 2003 - ha ricordato ieri Attilio Grazioli, consigliere delegato di Silos spa - poi siamo entrati nel vortice della crisi». La ripartenza dell’iniziativa sta forse a significare che anche per Trieste il culmine della fase depressiva è dietro le spalle. «Confermiamo un investimento di 120 milioni di euro - ha detto ancora Grazioli - ma non posso dire chi è il nostro partner finanziario». Nei mesi scorsi erano rimbalzate voci su una trattativa ben avviata con un fondo d’investimenti svizzero(quello stesso fuggito dalla parte Greensisam di Porto Vecchio una volta fiutati i costi ? ndr).
Silos spa ha ora fatto istanza di modifica del vecchio Accordo di programma. Tra nuovi accordi, progetti esecutivi e licenze a costruire, dato che siamo in Italia, se ne andrà tutto il 2015. Poi però lo stesso Grazioli e Aldo Pavoni, l’architetto responsabile del progetto, assicurano che i lavori partiranno realmente.
Entro il 2017 Trieste avrà all’interno dello stesso Silos il suo nuovo Centro congressi come ha annunciato con una punta di orgoglio il sindaco Roberto Cosolini che era affiancato dall’assessore allo Sviluppo economico Edi Kraus. In base alla convenzione che Comune e Silos spa stanno per stipulare quest’ultima sarà infatti obbligata a ultimare dapprima proprio la parte pubblica dell’operazione. «Il progetto originario - ha spiegato il sindaco - prevedeva la realizzazione di un teatro in contemporanea con l’abbattimento della Sala Tripcovich, ma dato che questo non avverrà il teatro non serve per cui saranno eliminati il palcoscenico e il backstage e la sala grande potrà contenere 1.100 persone anziché 900. Logicamente potrà essere anche smezzata, ma saranno create anche tre sale più piccole di cui una da 200 e due da 100 posti». Investitori-utilizzatori dell’area a questo punto non mancano, secondo quanto ha fatto capire Grazioli e Pavoni ha confermato l’ingresso della Virgin active che secondo indiscrezioni dei mesi scorsi occuperebbe un’area di cinquemila metri quadrati con palestre con attrezzature Technogym all’avanguardia, una piscina, laboratori con personal trainer, aree relax con idromassaggio, saune e zone attrezzate anche per bimbi di appena 18 mesi. Per l’albergo era circolata la voce di un cinque stelle della catena statunitense Marriott international, mentre interesse era stato manifestato anche da Zara, H&M e Mango abbigliamento.
I Magazzini Silos saranno lunghi 240 metri con internamente, ha sottolineato Pavoni «una pelle in vetro che lascerà in evidenza le arcate monumentali in pietra». Vi sarà anche un foyer di 500 metri quadrati con soffitti alti 5 metri e 60, mentre rimangono ancora una serie di incognite sulla possibilità di utilizzare un grande terrazzo panoramico all’ultimo piano. La parte puramente commerciale occuperà soltanto un terzo degli spazi, circa 18mila metri quadrati. «Più funzioni verranno associate - ha commentato Pavoni - e i Magazzini Silos diverranno un luogo di riferimento urbano e sociale. È una scommessa, ma sarà vincente».
INFATTI....

venerdì 5 maggio 2017

"VENITE A TRIESTE E NON ROMPETE I COGLIONI": LA CITTA' CHE METTE MARIA TERESA TRA I RUDERI, VIETA LE STELLE ROSSE E PARLA SOLO ITALIANO - PARTECIPIAMO ALLE MANIFESTAZIONI "ALTERNATIVE" E AUTONOME DEL 12 VISTA L' OTTUSITA' DELLA CLASSE POLITICA -


La "vocazione turistica" e il nazionalismo.

Dall' autore del vincolo architettonico di Porto Vecchio, definito giustamente "idiota" dall' arch. Semerani, non poteva venire che un appello turistico idiota a venire a Trieste a vedere la replica della sua pagatissima (dall' Amministrazione Comunale) mostra itinerante "e non rompere i coglioni" (clicca QUI).

Apprediamo che il Canal Grande, opera di Maria Teresa, non sarà a lei intitolato malgrado la disponibilità dell' Autorità Portuale per "SCELTA POLITICA" dell' Amministrazione Comunale, ma che si pensa, forse, di intitolare una strada tra i ruderi in Porto Vecchio, costruito in epoca successiva.

E' noto che Porto Vecchio non verrà mai urbanizzato a fini turistici perchè è un' operazione esageratamente costosa senza ritorni economici e non c'è l' ombra di investitori privati a due anni e mezzo dalla "sdemanializzazione", ed è anche sbagliata perchè l' unica possibilità di recupero dell' area è a finalità produttive come la base SAIPEM "polo per la robotica subacquea" nel Punto Franco rimasto dimostra concretamente (QUI).
E' noto che lo stesso "advisor" E&Y prevede 25 anni per realizzarci qualcosa.

In pratica è un modo per non intitolare niente a Maria Teresa, esattamente come l' astuta indicazione di mettere il suo monumento al posto della Sala Tripcovich da demolire, malgrado le giustificate opposizioni, anzichè all' imbocco del Canale come richiesto.
E' una "scelta politica": sono ottusi nazionalisti italiani e Maria Teresa non la vogliono ricordare con intitolazioni stabili al contrario dei cittadini che il 12 organizzeranno delle manifestazioni alternative cui invitiamo a partecipare (clicca QUI).

I cittadini hanno chiamato "Ponte Curto" il ponte sul canale e i cittadini chiameranno "Canale Maria Teresa" il Canal Grande.

Questi ottusi nazionalisti fanno di tutto per riportare Trieste ad un passato di conflitti nazionali ed ideologici perchè con essi prosperano e non sono capaci di fare altro: men che meno affrontare i problemi veri ed avere una strategia per il futuro.

Ed anche per rendere Trieste invivibile e ridicola: "Trieste la città dove si vietano le stelle rosse e si parla solo italiano". Alla faccia del turismo.
Sono allergici a qualsiasi simbolo che alluda alla liberazione di Trieste dal fascismo sia che siano le stelle rosse dei partigiani iugoslavi che quelle sull' italianissimo tricolore delle "brigate Garibaldi", compreso quelle sulla bandiera delle forze neozelandesi che per prime hanno portato gli alleati a Trieste e trattato la resa degli ultimi nazisti.
Probabilmente non gli piace neanche la stella che contraddistingueva i carri armati americani Sherman

Come non piace loro parlare le lingue diverse dall' italiano (che parlano comunque malissimo) perchè "urta la coscienza nazionale" italiana.

Ecco la Trieste che vogliono: una città provinciale, dove non si parlano le lingue mitteleuropee anche se la sua principale risorsa turistica è la fama di cultura mitteleuropea; una città con i negozi chiusi per la crisi ma che ama che il suo reddito finisca a Centri Commerciali con sede fiscale altrove (meglio se in Lussemburgo) e chiude e svende le proprie Cooperative Operaie; una città che regala il proprio reddito a commercianti di fuori (anche ambulanti) per far accrescere altrove il PIL; una città che "promuove" il turismo di nicchia e congressuale con fiere di baracche in centro e lasciando il Silos accanto la stazione diroccato e fatiscente insieme al progetto di nuovo Centro Congressi...
Una città senza industrie e con solo il 9% del PIL da manifattura: destinata a morire e a diventare un borgo mummificato per i turisti.

Una classe politica e dirigente disastrata e incapace, da sostituire quanto prima: è questo il grande problema di Trieste.
E' questo il frutto di decenni di politica basata su conflitti nazionali anzichè su progettualità per lo sviluppo economico e sociale del territorio.


Come è sempre stato a Trieste, fin dai tempi di Maria Teresa, il cambiamento e il progresso può venire solo dal Porto Franco Internazionale e da chi ci arriva per lavorare, e dai rapporti con l' entroterra Europeo.

Il nostro appello è:

"Venite ad investire e lavorare nel Porto Franco Internazionale di Trieste, mettete le vostre attività nei Punti Franchi, e rompete pure i coglioni a questi incapaci in malafede !"




Invitiamo i nostri lettori a partecipare:

Il Circolo della Stampa, il Club Touristi Triestini e la Società Triestina di cultura Maria Theresia organizzano un momento di celebrazione e festeggiamento alla testata di quel Canal Grande che molti sperano possa prossimamente venir intitolato alla sovrana.
Venerdì 12 maggio 2017 ore 18.00.
Via Rossini, 16 Trieste/Trst/Triest
La Banda “Refolo” in montura storica, farà risaltare l'avvenimento suonando alcuni brani e inni tradizionali.
Apposizione di corone d'alloro alla lapide plurilingue dedicata a Maria Teresa, presso il Consolato di Grecia.
La cerimonia prevede anche un impegno concreto per ricordare degnamente la sovrana cui si deve il decisivo impulso che avviò lo sviluppo e le fortune di Trieste/Trst/Triest.
Seguirà un omaggio floreale a tutte le Marie Terese di Trieste che vorranno partecipare.
Brindisi finale.

Dal Piccolo odierno:

Il Canal Grande bocciato per scelta politica

«Le scelte sono politiche». Lapidario. Roberto Dipiazza boccia senza appello l’intitolazione a Maria Teresa del Canal Grande (Ponterosso) chiesta da una petizione di 25 associazioni, sostenuta da una mozione del Pd (in attesa di essere votata dal Consiglio comunale) e con il nulla osta da parte all’Autorità portuale (il canale fa parte del demanio marittimo). «Ci saranno delle intitolazioni, ma non sarà il Canal Grande », assicura il sindaco. Quest’omaggio all’imperatrice non viene dunque neppure preso in considerazione dall’amministrazione in carica anche se a detta dei promotori dell’iniziativa dal punto di vista turistico (e del marketing territoriale) potrebbe funzionare eccome. Il Canal Grande è il luogo più fotografato dai turisti (persino più del Castello di Miramare). Inoltre l’intitolazione a Maria Teresa l’avrebbe emancipato dall’impari confronto con il Canal Grande più famoso del mondo, quello di Venezia. Un’intitolazione comunque ci sarà lo stesso. Avverrà in modo “clandestino” il 12 maggio, alla vigilia del trecentesimo genetliaco, in modo apolitico (si legga sotto, ndr). (fa.do.)


«Una rosa a chiunque si chiami come lei» L’iniziativa nell’ambito delle manifestazioni “alternative” che avranno il loro clou a Ponterosso

Una rosa a tutte le Maria Teresa di Trieste. Il 12 maggio, alla vigilia delle iniziative pubbliche in ricordo dei trecentesimo anniversario della nascita di Maria Teresa d’Austria, sarà consegnato un omaggio floreale a tutte le cittadine che condividono lo stesso nome di battesimo dell’imperatrice d’Asburgo. A Trieste sembra ci sia una grande concentrazione di questo nome. L’iniziativa, che non rientra tra le celebrazioni ufficili, è organizzata dal Circolo della Stampa. «Ci sarà, tra le ospiti, anche Maria Teresa Rossetti contessa de Scander, austriaca. Quasi superfluo ricordare che è stata la sovrana, nel 1775, a insignire di titolo nobiliare il padre di Domenico Rossetti - spiega Pierluigi Sabatti, presidente del Circolo della Stampa. -. Affermeremo concretamente il dovere di ricordare Maria Teresa nella toponomastica e faremo l’omaggio di una rosa a tutte le triestine sue omonime che vorranno essere presenti». Successivamente, accompagnati dalla banda Refolo diretta da Fabio Benolli, i convenuti si trasferiranno allo sbocco in mare del Canal Grande, dove verrà lanciato in acqua un masso di fiori bianchi e rossi. Seguirà un brindisi di augurio per le future sorti di Trieste. «Ricorderemo simbolicamente il proiettarsi sul mare e nel mondo che Trieste conobbe grazie a Maria Teresa ed al lungimirante Governo austriaco, sottolineandolo con le note della banda Refolo, che abbiamo chiamato per dare un po’ di animazione e allegria» aggiunge Alessandro Sgambati, presidente del Club Touristi Triestini, che ha organizzato questa iniziativa. Si tratta di due degli eventi (totalmente autofinanziati, come ci tengono a sottolineare gli organizzatori) che precederanno quelli ufficiali del 13 maggio. Non senza alcune sorprese. Teatro della commemorazione parallela sarà il Canal Grande, asse della città teresiana, e luogo simbolo che molte associazioni di cittadini vorrebbe venisse associato al nome della sovrana. È prevista un’intitolazione simbolica nonostante il rifiuto della politica. Alle 18 la Società triestina di cultura Maria Theresia deporrà una corona alla targa plurilingue affissa sulla facciata del palazzo sede del consolato greco, in via Rossini. Era stato lo stesso sodalizio ad apporre il manufatto in corrispondenza della testata del canale, alcuni lustri fa, dopo che il Comune si era opposto a una prima richiesta di intitolazione. «Non si tratta di una contromanifestazione, perché, per quanto ci riguarda, non siamo contro niente e contro nessuno. Sarà una festa a favore di Maria Teresa e della città, un vivace evento collaterale, privato, per richiamare l’opportunità di legare anche pubblicamente il nome della Kaiserin a un luogo simbolo. Sono, del resto, parecchi anni che abbiamo posto il problema - dice Luciano Santin, presidente della Società di cultura Maria Theresia -. Il Canal Grande ci pare il luogo più opportuno, anche perché il gesto non costerebbe nulla e non comporterebbe modifiIl monumento a Domenico Rossetti che di numeri civici». (fa.do.)



mercoledì 3 maggio 2017

QUEL COMMENTO FUORI POSTO SULLE "STELLE" E IL TRATTATO DI PACE DEL PROF. PILOTTO OGGI SUL PICCOLO - Vietare "stelle" e Trattato di Pace del 1947 perchè "urtano la coscienza nazionale" ?


Stupefacente commento del prof. Pilotto alla vicenda della esibizione di simboli con la "Stella Rossa" al corteo del Primo Maggio, successivamente al "divieto", peraltro infondato giuridicamente, espresso dal Consiglio Comunale.
Dice il prof. Pilotto: "Nenni scrisse, nella sua comunicazione alle rappresentanze diplomatiche italiane nel mondo, che il testo del trattato di pace «urta la coscienza nazionale». Espressione impeccabile. Riprendendo le parole di Nenni, si può affermare che le manifestazioni abusive dei filotitini in piazza Unità a Trieste, il 1° maggio, in occasione della Festa dei lavoratori, manifestazioni che esprimono nostalgia e sostegno in relazione all'ingresso delle forze partigiane jugoslave a Trieste, il 1° maggio 1945,«urtano la coscienza nazionale, soprattutto triestina» e, di conseguenza, devono essere democraticamente vietate. "


Dunque ciò che "urta la coscienza nazionale" dovrebbe essere vietato, secondo il Pilotto ed il Piccolo che lo pubblica con risalto di Prima Pagina, anche se di tale curiosa e vaga fattispecie giuridica atta a limitare i diritti costituzionali di libertà di espressione non si trova traccia nè nei codici, nè nella pratica dal 1945 ad oggi. 


Anche l' esempio del Trattato di Pace del 1947 scelto dal docente è alquanto peregrino infatti malgrado "urti la coscienza nazionale" l' Italia è tenuta a rispettarlo rigorosamente perchè è una fonte primaria di diritto internazionale, come lui ben sa, e non può nemmeno sognarsi di "vietarlo democraticamente".

L' Italia infatti ha perso rovinosamente una guerra condotta a fianco dei Nazisti e ne ha pagato le conseguenze, anche se in misura ridotta rispetto alle responsabilità.
L' unico onore italiano in quella guerra, che ha visto la fuga di tutto l' "estabilishment" e la disgregazione dell' esercito, fu quello salvato dalla guerriglia partigiana che si opponeva all' invasore nazista e ai suoi lacchè usando da parte delle sue forze più consistenti una bandiera tricolore con, guarda caso, la "Stella Rossa" aborrita e "vietata" dai bischeri del Consiglio Comunale con l' evidente finalità di provocare reazioni il 1° Maggio e costringere il dibattito pubblico nelle sabbie mobili delle contrapposizioni nazionali e ideologiche sui cui prosperano i politici incapaci di affrontare i problemi reali.
Cosa che purtroppo si è puntualmente verificata e su questo "trappolone" la stampa e la politica deteriore vanno maramaldeggiando.


La questione del Trattato di Pace del 1947 non è banale ma cruciale per Trieste perchè oltre ad aver istituito con l' art. 21 il TLT, ha istituito anche il PORTO FRANCO INTERNAZIONALE DI TRIESTE regolato dall' Allegato VIII, tuttora vivo e vegeto ed unica speranza reale di ripresa economica della città, grazie anche all' utilizzo industriale dei Punti Franchi.
E questo nonostante decenni di impegno italiano nel sabotarlo disapplicando l' Allegato VIII: forse perchè "urta la coscienza nazionale" ma soprattutto perchè fa concorrenza ai porti nazionali.


E' veramente singolare che un docente si esprima in questo modo, in particolare evidenza sul giornale locale, paragonando il Trattato di Pace del 1947 ad esibizioni di bandiere che vorrebbe vietare perchè "urtano la coscienza nazionale" come il Trattato medesimo.

E' stupefacente che questo avvenga nel 2017 e non nel 1947 quando Nenni pronunciò quella frase avendo anche le necessità di politica interna dell' epoca.

Il sentimento nazionalista di fondo emerge con chiarezza e nazionalismo e logica non vanno d' accordo.

Il Trattato di Pace del 1947 l' Italia, e i nazionalisti, se lo devono mettere in saccoccia, gentile prof. Pilotto.


Paolo Deganutti

L'articolo a pag 15 del Piccolo del 3/5/17
QUEL SIMBOLO FUORI POSTO
di Stefano Pilotto 
La giornata del 1° maggio, in tutto il mondo, è istituita per celebrare i lavoratori, per valorizzare il senso del lavoro, per sottolineare le imperfezioni legislative, le incongruenze, i successi. Si tratta di una giornata che, in generale, viene curata dai cittadini vicini alle idee socialiste e comuniste, ma anche da coloro che, in senso più ampio, si identificano con idee moderate. Si tratta di una giornata le cui manifestazioni di piazza vengono sollecitate soprattutto dai sindacati. Ogni sindaco, nei Paesi democratici e avanzati come l’Italia, concede volentieri gli spazi per la libera manifestazione dei cittadini nel segno del lavoro. A Trieste, tuttavia, da qualche anno a questa parte, la giornata del 1° maggio ha assunto una funzione perversa, non desiderata e pericolosa. Oltre ai lavoratori, ai sindacati, ai cittadini che si riuniscono in piazza dell’Unità per celebrare (spesso con il garofano rosso all’occhiello) la nobiltà del lavoro, si inseriscono elementi diversi che nulla hanno a che vedere con le motivazioni del 1° maggio e che sfruttano tale giornata per celebrare un altro evento storico, associato ad un altro 1° maggio: si tratta, in generale, di cittadini di estrazione slava (sloveni in particolare, appartenenti alle comunità slovene dei territori vicini a Trieste (Ci sono numerosi concittadini sloveni anche in Città, ndr.) o italiani che condividono idee e impostazioni di tali cittadini sloveni, i quali si presentano in piazza con grandi bandiere della ex Jugoslavia di Tito, aventi una più che visibile stella rossa al centro. Cosa rappresenta tale simbolo del passato? Rappresenta il movimento dei partigiani di Tito, che condussero la lotta partigiana contro le forze dell’Italia fascista e della Germania nazionalsocialista durante la seconda guerra mondiale. Tale movimento non si limitò a vincere la guerra (come era nel suo diritto), giunse per primo a Trieste, il 1° maggio 1945, a guerra ormai terminata, occupò la città, cercò di prepararne l’annessione alla Jugoslavia e la sottomise a 40 giorni di terrore, durante i quali si verificarono deportazioni di massa, stermini di persone prevalentemente italiane nelle foibe carsiche e istriane, violenze incontrollate, patenti violazioni dei diritti dell’uomo e umiliazione della dignità umana. Il ricordo di tali giornate non è certo svanito ed è sempre presente nell’animo delle famiglie triestine, ha da sempre connotati di un incubo traumatizzante. Il dilemma si presenta: come si deve comportare uno Stato democratico di fronte a tali particolari espressioni storico-politiche? Come si interviene di fronte a una manipolazione di una manifestazione di massa, che, peraltro, era stata autorizzata nell’ambito dei fini per i quali era stata concepita? Lo Stato democratico deve rispettare tutte le idee politiche, qualsivoglia esse siano, ma ha il diritto di vietare eventi lesivi della memoria nazionale, che assumano i connotati di un oltraggio e di ulteriore ferita per la stragrande maggioranza della popolazione. Il capo storico del Partito socialista italiano, Pietro Nenni, quando esercitò le funzioni di ministro degli Esteri del Governo provvisorio italiano, nel gennaio ’47, utilizzò un’espressione, al tempo stesso efficace e drammatica, per comunicare al mondo come il popolo italiano considerava il testo del Trattato di Pace, che sarebbe stato firmato il 10 febbraio 1947: Nenni scrisse, nella sua comunicazione alle rappresentanze diplomatiche italiane nel mondo, che il testo del trattato di pace «urta la coscienza nazionale». Espressione impeccabile. Riprendendo le parole di Nenni, si può affermare che le manifestazioni abusive dei filotitini in piazza Unità a Trieste, il 1° maggio, in occasione della Festa dei lavoratori, manifestazioni che esprimono nostalgia e sostegno in relazione all'ingresso delle forze partigiane jugoslave a Trieste, il 1° maggio 1945,«urtano la coscienza nazionale, soprattutto triestina» e, di conseguenza, devono essere democraticamente vietate. Se tale divieto non venisse espresso e fatto rispettare, in futuro il precedente dei filotitini potrebbe pericolosamente legittimare l’utilizzo di ben altre bandiere, simbolo di idee e movimenti del passato, che in modo analogo urterebbero altre coscienze nazionali, a detrimento dell’auspicata pace europea.
Stefano Pilotto

domenica 30 aprile 2017

TRIESTE: LA FESTA AL LAVORO - BOLZANO AL PRIMO POSTO PER OPPORTUNITA' DI LAVORO E STIPENDI, TRIESTE AL 38° SUPERATA DA PORDENONE, UDINE E GORIZIA - ECCO IL RISULTATO DELL' OBLIO DEL "CORE BUSINESS" : IL PORTO FRANCO INTERNAZIONALE - LA SOLUZIONE E' L' USO PRODUTTIVO E INDUSTRIALE DEI PUNTI FRANCHI -

Ecco il bel risultato di decenni di oblio del "core business" di Trieste: il Porto Franco Internazionale.
Il risultato di decenni di deliri, annunci, promesse e fantasticherie sulla "vocazione turistica" e di denigrazione del valore e del potenziale dei Punti Franchi: come se il turismo, per giunta "di massa" e non di nicchia, potesse essere il volano principale per l' economia di Trieste anzichè un mero contorno.


Trieste si è ridotta ad avere solo il 9% del PIL da industria dopo il tracollo della cantieristica e della navalmeccanica mentre Bolzano ha il 21,5%, il Friuli il 21% e la media italiana è del 18,5%: ecco spiegato il mistero del problema del lavoro nella nostra città.


Una classe politica locale incosciente ed alla ricerca di facili consensi da vent' anni non parla d' altro che di turismo, eventi, acquari, fiere itineranti di baracche, e soprattutto di urbanizzazione a fini turistici di Porto Vecchio: SENZA COMBINARE NIENTE per giunta!
Andare in Porto Vecchio a due anni e mezzo dalla "sdemanializzazione" per verificare di persona.


Se tutti i soldi e il tempo persi in questi anni in progetti  e chiacchiere su Porto Vecchio si fossero utilizzati per favorire l' insediamento di "Start Up" in regime agevolato di Punto Franco ora in lì avremmo una Silicon Valley invece del noto covo di pantigane.


Un solo Polo Mondiale per la Robotica Subacquea nel Punto Franco di Porto Vecchio vale più di decenni di chiacchiere e baracche (clicca QUI).


Idem per i prossimi insediamenti di industrie ad alta tecnologia nel Punto Franco della Zona Industriale (clicca QUI).


A Bolzano evidentemente, oltre alla forte autonomia dal fallimentare carrozzone statale italiano, hanno selezionato una classe politica locale che fa gli interessi del territorio.

Il 1° Maggio è la Festa Mondiale del Lavoro, non delle chiacchiere e nemmeno delle dispute ridicole sulle stelle e le bandiere  con cui il Consiglio Comunale spreca il suo tempo e i denari dei cittadini....



Il Piccolo 30/4/17 pag. 6
Lavoro e stipendi, Bolzano al top -
Trieste al 38esimo posto superata in Fvg da Pordenone, Gorizia e Udine

Bolzano provincia ideale per chance di lavoro e “peso” della busta paga: è in Alto Adige (SUDTIROL ndr), infatti, che il tasso d’occupazione sfiora il 73% e che la retribuzione media si scopre esser la migliore d'Italia (1.476 euro). Dall’altra parte dell’Italia, a Reggio Calabria, meno di 4 persone su 10 risultano impiegate, mentre spetta ad Ascoli Piceno la maglia nera degli stipendi che, mediamente, si fermano a 925 euro. Per quanto riguarda il Friuli Venezia Giulia, invece, svetta Pordenone (1381 euro) che stacca Gorizia al 27mo posto (1352) subito davanti a Udine (1349). Trieste è fanalino di coda regionale, al 38esimo posto nazionale con 1.324 euro. A tracciare la road map del mercato del lavoro nel nostro Paese è lo studio realizzato dall’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro, presentato al Teatro Augusteo di Napoli. Il dossier conferma lo stato di salute decisamente più confortante delle aree del Settentrione, a scapito del Mezzogiorno: dal secondo posto in giù si collocano le province nelle quali sono occupati più di due terzi della popolazione in età lavorativa ovvero, nell’ordine, Bologna (71,8%), Belluno e Modena (68,8%), Parma (68,7), Milano (68,4%), Lecco e Forlì-Cesena (68,3%), Reggio Emilia (68,2%), Siena (67,9%), Cuneo e Pordenone (67,7), Firenze e Pisa (67,5%), Arezzo (67,4%) e Lodi (67%). Molto distanziata Roma (al 57º posto della classifica), allarmante la condizione lavorativa del capoluogo calabrese (soltanto il 37,1% di persone in attività) e di altri grandi centri del Sud come Palermo (37,4%), Caserta (38%), Napoli (38,6%), Crotone (38,7%), Agrigento (39,1%), Vibo Valentia (39,4%), Catania (39,6%) e Trapani (39,8%). Analizzando, poi, il cosiddetto gender gap (il divario di genere), il report accende i riflettori sul tasso d’occupazione femminile più cospicuo nella provincia di Bologna, dove due terzi delle donne hanno un posto (66,5%), al contrario a Barletta-Andria-Trani le occasioni lavorative “rosa” sono scarse, giacché a svolgere mansioni fuori casa è meno di un quarto delle abitanti della provincia pugliese (24,1%); percentuali d’occupazione di donne superiori al 63% si registrano anche in altre 3 province, ossia a Bolzano (66,4%), Arezzo (64,4%) e Forlì-Cesena (63,3%), viceversa solamente un quarto ha incarichi a Napoli (25,5%), Foggia (25,6%) e ad Agrigento (25,9%). Bolzano si rivela, inoltre, regina pure per l’inserimento nel mercato dei Neet (gli under 29 che non lavorano, né studiano): soltanto il 9,5% rimane fermo, diversamente da quanto accade nella provincia sarda di Medio Campidano con il 46,2% di ragazzi inoccupati detiene il triste primato naziona. Bolzano è al top in Italia per occupazione e stipendio medio -



lunedì 24 aprile 2017

MASSIMILIANO D' ASBURGO FUCILATO IN MESSICO. OPPURE NO ? Un articolo dell' inserto culturale del Corriere sulla mostra in corso a Miramar ripropone la vicenda di Massimiliano I salvato in quanto massone come Juarez e per intervento del massone Garibaldi e vissuto col nome di Justo Armas a San Salvador fino al 1937.


Sull' ultimo numero de  "La Lettura", inserto culturale del Corriere della Sera, Loris Zanatta, docente di Storia e Istituzioni delle Americhe all' Università di Bologna, ripropone una versione della vicenda di Massimiliano I Imperatore del Messico molto diffusa soprattutto in Sudamerica (clicca QUI).

Il nostro Massimiliano avrebbe avuto in realtà salva la vita in quanto massone come il futuro Presidente Benito Juarez e per il noto e storicamente accertato intervento a suo favore di Giusppe Garibaldi che era Gran Maestro della Massoneria Italiana.

Così l' articolo, che prende lo spunto dalla mostra di cimeli in corso nel Castello di Miramar:
"
Vuole la leggenda, infatti, che in realtà Benito Juárez risparmiasse davvero la vita a Massimiliano; e che lo facesse in nome del legame occulto che li univa: l’affiliazione massonica, la stessa che aveva indotto Giuseppe Garibaldi a intercedere. Il prezzo da pagare per avere salva la vita, però, fu salato: giurò di isolarsi dal mondo e di celare per sempre la sua vera identità. Ecco così che proprio Massimiliano si sarebbe celato dietro l’identità di Justo Armas, un signore distinto e colto comparso un giorno per le strade di San Salvador dicendo di essere sopravvissuto a un naufragio; un uomo assai  somigliante al principe asburgico, che stupiva tutti girando scalzo in città per rispetto, spiegava, a un ex voto fatto alla Vergine che l’aveva salvato da morte certa. Lì sarebbe vissuto fino all’età di centoquattro anni, al 1937, più a lungo di Carlotta, morta vedova nel suo Belgio natio undici anni prima.
Chissà: forse tutto ciò è falso, benché vi sia chi a corroborare tale mito ha dedicato anni di ricerche, raccogliendo indizi sufficienti a generare seri interrogativi. Piace però pensare che, uccidendo l’Asburgo ma salvando Massimiliano, Juárez avesse senza saperlo liberato l’uomo che la storia aveva imprigionato in un ruolo che non gli si addiceva; e che Justo Armas vivesse libero e in pace con se stesso. Non sarà vero, ma in fondo suona verosimile ed è senz’altro più piacevole che pensarlo crivellato di colpi dal plotone d’esecuzione."
Del resto anche noi, che proviamo per lui umana simpatia, preferiamo pensare a Massimiliano vivo piuttosto che fucilato...


L' appartenenza alla Massoneria di Massimiliano era nota, come quella dell' avo imperatore Francesco I, marito di Maria Teresa d' Austria, ed altri sovrani liberali dell' epoca come Federico II di Prussia, ed in proposito era uscita una interessante nota su "Bora.La":
"Esiste una imponente statua dedicata a Massimiliano d’Asburgo, inaugurata alla presenza dell’imperatore Francesco Giuseppe.
E’ interessante notare ed osservare come su uno dei lati della statua  vi sono simboli che ben ricordano l’affiliazione massonica di Massimiliano, ad esempio la tradizionale squadra e compasso, una delle colonne del tempio,quella che sembra essere la testa della dea Minerva, simbolo, all’interno della massoneria, di saggezza e conoscenza. Una statua che vuol rappresentare anche la concordia tra Oriente ed Occidente e forse  un monito per l’errore commesso nei confronti di un “fratello.(clicca QUI).


Ecco l' articolo del Corriere:

L’Asburgo fucilato. O no?

Se breve fu la vita felice di Francis Macomber, come recita il celebre incipit di un racconto di Ernest Hemingway, figuriamoci quella di Massimiliano d’Asburgo, che, nato a Vienna nel 1832 tra i tappeti e gli arazzi dei palazzi reali, morì trentacinque anni dopo sotto i colpi di un plotone di esecuzione messicano. «Vivere come un principe», si usa dire di chi se la passa bene: non fu il suo caso. O meglio: così pareva dover essere, finché la storia, il destino, la provvidenza, forse solo la sfortuna, stabilirono altrimenti. Perché la domanda è d’obbligo: come diavolo capitò che quel giovane sentimentale, amante dell’arte e della botanica, così innamorato della sua Carlotta da farle edificare il candido castello di Miramare che ancora oggi si erge come un nido d’amore dinanzi al mare infinito di Trieste, terminasse così presto e così male i suoi giorni? Dall’altra parte dell’oceano, poi!
Di problemi a onor del vero il giovane principe, cui ora viene dedicata una mostra proprio nel castello di Miramare, ne aveva già avuti. Nell’aprile 1859 il fratello Francesco Giuseppe, l’imperatore d’Austria, lo aveva richiamato da Milano: era furioso; non aveva affatto gradito lo spirito troppo liberale con cui Massimiliano aveva governato il Lombardo-Veneto. È vero che ce l’aveva spedito sperando di attenuare i guasti causati dalla durezza del feldmaresciallo Josef Radetzky, ma era pur sempre il rampollo di una dinastia erettasi a bastione antiliberale. Le sconfitte militari dell’Austria nella successiva guerra con il Piemonte e la Francia di Na- poleone III, anche se lui era già stato destituito, non giovarono alla sua fama e così non gli rimase che l’esilio. Tra l’uomo e la carica, tra Massimiliano e la dinastia degli Asburgo, le sue idee e il dovere che il ruolo gli assegnava, s’era già aperta la fessura che, divenuta squarcio, ne segnò il dramma.
Data tale premessa, infatti, suona grottesco che proprio a lui si rivolgessero gli aristocratici messicani in cerca di un monarca cui imporre la corona del loro impero restaurato; ruolo che implicava la difesa armata della Chiesa dai senza Dio liberali di Benito Juárez, colpevoli di averne colpito lo strapotere con audaci riforme. Ma di altrettanto cattivo augurio fu per il suo destino che proprio a lui si affidasse Napoleone III, allorché decise di inviare le truppe francesi in Messico per farvi garrire le bandiere della cattolicità e della latinità: gli Stati Uniti, era la scommessa, in piena guerra di Secessione, non avrebbero potuto far altro che buon viso a cattivo gioco, piegarsi al regno di un europeo ai loro confini, in barba alla dottrina Monroe. E così Massimiliano, uomo inquieto e a suo modo illuminato, s’imbarcò nella difesa del più retrivo conservatorismo: divenne imperatore del Messico e imperatrice la sua amata Carlotta; correva l’anno 1864. Tale era l’equivoco da non promettere niente di buono.
Difatti durò poco e finì male. Tempo pochi anni e, abbandonato da tutti, Massimiliano si ritrovò solo a capo di una causa persa in un Paese remoto e straniero: oltre il Rio Grande finì la guerra civile e il Nord, che ne era uscito trionfatore, non tardò un istante ad armare gli eserciti liberali messicani perché scacciassero gli europei accampati davanti all’uscio di casa; cosa che Benito Juárez fece con gran piacere e ancor più violenza, irretito dal drappo rosso dell’odioso connubio tra clericali e occupanti stranieri. I francesi, vista la malparata e la minaccia tedesca che si profilava ai loro confini, pensarono bene di fare armi e bagagli: non era più tempo di avventure. Ritirarono così le truppe dal Messico, lasciando Massimiliano nelle mani della buona sorte e dei suoi alleati conservatori; per i quali, ciliegina sulla torta, quell’imperatore elegante e colto pescato quasi a caso nel Vecchio Mondo s’era rivelato assai diverso da ciò che essi cercavano: troppo liberale, una volta ancora, troppo moderno.
Tirate le somme, il risultato era scontato: sconfitto sui campi di battaglia, si rifiutò di lasciare il Paese e venne fucilato il 19 giugno 1867, 150 anni fa. Le numerose richieste di clemenza caddero nel vuoto: Benito Juárez, repubblicano e anticlericale, non poteva perdonare ai conservatori di avere spalancato le porte del Paese alla restaurazione monarchica e all’invasione straniera. Punendoli duramente, li cancellò dalla storia messicana, dove da allora nessun partito propriamente conservatore ha più trovato spazio.
Era però inevitabile che, intorno a una vita così rocambolesca e a una morte così precoce e clamorosa, fioccassero miti e leggende. E che, come sempre capita, storia e mito si intrecciassero fino a confondere i loro confini. Vuole la leggenda, infatti, che in realtà Benito Juárez risparmiasse davvero la vita a Massimiliano; e che lo facesse in nome del legame occulto che li univa: l’affiliazione massonica, la stessa che aveva indotto Giuseppe Garibaldi a intercedere. Il prezzo da pagare per avere salva la vita, però, fu salato: giurò di isolarsi dal mondo e di celare per sempre la sua vera identità. Ecco così che proprio Massimiliano si sarebbe celato dietro l’identità di Justo Armas, un signore distinto e colto comparso un giorno per le strade di San Salvador dicendo di essere sopravvissuto a un naufragio; un u o mo a s s a i s o migl i a nte a l p r i nc i p e asburgico, che stupiva tutti girando scalzo in città per rispetto, spiegava, a un ex voto fatto alla Vergine che l’aveva salvato da morte certa. Lì sarebbe vissuto fino all’età di centoquattro anni, al 1937, più a lungo di Carlotta, morta vedova nel suo Belgio natio undici anni prima.
Chissà: forse tutto ciò è falso, benché vi sia chi a corroborare tale mito ha dedicato anni di ricerche, raccogliendo indizi sufficienti a generare seri interrogativi. Piace però pensare che, uccidendo l’Asburgo ma salvando Massimiliano, Juárez avesse senza saperlo liberato l’uomo che la storia aveva imprigionato in un ruolo che non gli si addiceva; e che Justo Armas vivesse libero e in pace con se stesso. Non sarà vero, ma in fondo suona verosimile ed è senz’altro più piacevole che pensarlo crivellato di colpi dal plotone d’esecuzione.


MANET - LA FUCILAZIONE DI MASSIMILIANO


L' AUTORITA' PORTUALE DISPOSTA AD INTITOLARE IL CANAL GRANDE A MARIA TERESA SE IL COMUNE LO RICHIEDE, COME SUO COMPITO - ADESSO LA POLITICA VENGA ALLO SCOPERTO - RIPRESA LA NOSTRA PROPOSTA DI INTESTARE A JOSEF RESSEL IL MOLO DELLA STAZIONE MARITTIMA


Il Presidente D' Agostino attende una pronuncia del Comune per procedere all' intitolazione del Canal Grande a Maria Teresa d' Austria -
Sfora il muro del silenzio anche la nostra proposta di intitolare il Molo della Stazione Marittima a Josef Ressel, il concittadino che inventò l' elica navale, la posta pneumatica e rimboschì il Carso.

Dall' articolo odierno del Piccolo:

Nell’attesa arriva un’ulteriore proposta. «Prendiamo atto dell’ammissione di incompetenza del sindaco e ci auguriamo che il presidente D’Agostino riesca a provvedere in tempo anche a questa necessità simbolica ma importante, tanto più che Maria Teresa è ricordata per lo sviluppo del Porto Franco di Trieste - propone il gruppo di Rinascita triestina -. Osserviamo che se il Canale è di competenza dell’Autorità portuale altrettanto può dirsi dei moli. Nulla vieterebbe allora che il presidente D’Agostino, in una sola volta, intitolasse il Canal Grande a Maria Teresa e il molo della Stazione marittima a Joseph Ressel, l’illustre concittadino che inventò, brevettò e collaudò a Trieste nel 1829, addirittura, l’elica navale che rivoluzionò la navigazione di superficie, rese possibile quella subacquea e pose le basi per quella aerea. Un gigantesco merito dimenticato in città e che gli è valsa solo l’intitolazione di un vicoletto periferico». 

Il Piccolo 24/4 pag.18
L’Autorità portuale apre al Canal Grande dedicato a Maria Teresa.
Per D’Agostino nessun ostacolo all’intitolazione dell’area Lo stesso discorso vale per un monumento allo squero


di Fabio Dorigo
«Noi diamo una mano, non ci mettiamo certo di traverso». Il Porto di Trieste non si opporrà agli eventuali riconoscimenti per il trecentesimo genetliaco di Maria Teresa. Sia che si tratti dell’intitolazione del Canal Grande che dell’edificazione di un monumento nell’area del piccolo squero all’inizio dello stesso Canal Grande. Entrambe ricadono nel demanio marittimo e sono quindi di competenza dell’Autorità portuale. «Il Porto di Trieste ha un debito storico verso l’Austria», spiega Zeno D’Agostino, presidente dell’Autorità di sistema portuale del Mare Adriatico orientale. «È pur vero che stiamo parlando di un’area demaniale gestita da noi. Ma, come nel caso del Parco del mare, l’Autorità portuale non entra nel merito delle scelte strategiche, storiche ed estetiche della città. È il sindaco che deve avere una visione della città. Quando mi dice cosa ha intenzione di fare noi aiutiamo queste decisioni. Sia nel caso dell’intitolazione che della statua. Con il sindaco ci ritroveremo per capire le reali intenzioni e per fare le scelte migliori per la città», aggiunge D’Agostino, che ha già incontrato alcuni rappresentati del Comitato per l’erezione di un monumento a Maria Teresa d’Austria e che ha ricevuto nei giorni scorsi un appello da parte delle 25 associazioni che hanno sottoscritto la petizione per l’intitolazione del Canal Grande. Il “non possumus” del primo cittadino Roberto Dipiazza («I canali fanno parte del demanio marittimo e non sono considerate aree di circolazione dal punto di vista toponomastico. Ne consegue quindi che non è possibile effettuarvi un’intitolazione») appare quindi superata. La precedente amministrazione, guidata da Roberto Cosolini, è riuscita a intitolare il Ponte Curto (Passaggio Joyce) che attraversa proprio il Canal Grande. «Non sono io il sindaco della città. Sono al massimo il sindaco del Porto. E in questa veste, se c’è un interesse pubblico della città, mi piego tranquillamente. Se il Comune prende una decisone noi siamo al suo fianco. È la città che deve dirmi a chi intitolare il canale o se vuole erigere un monumento», aggiunge il presidente dell’Autorità portuale. Come dire, se ci fosse una richiesta del Consiglio comunale, che impegna sindaco e giunta, non ci sarebbe problema ad arrivare all’intitolazione, magari in tempo per la data del 13 maggio, giorno del giubileo tricentenario della nascita di Maria Teresa d'Asburgo. È questione di volontà politica. Con anticipo sulla ricorrenza, ancora lo scorso anno, 25 associazioni triestine avevano chiesto al Comune con una petizione un segno toponomastico per ricordare la sovrana. Un’iniziativa simbolica e a costo praticamente zero. Ma l’amministrazione comunale ha atteso cinque mesi prima di degnare le associazioni di una risposta, arrivata il 5 aprile solo dopo un sollecito inoltrato a inizio marzo. All’esame dell’amministrazione c’è anche il monumento a Maria Teresa a cui sta lavorando (attraverso una colletta) un apposito Comitato. «Abbiamo ragione di credere che il sindaco non sia contrario e pensiamo che i cinque siti individuati siano tutti adatti a rendere onore a Maria Teresa con un monumento. L’obiettivo del Comitato è erigere il monumento nel Borgo da lei creato dal nulla, ed è difficile che l’amministrazione comunale possa essere contraria ad una così genuina proposta», spiega il promotore Massimiliano Lacota che è pure portavoce in Italia della Casa d’Austria. Oltre allo squero sulle Rive davanti al Canal Grande, il Comitato ha individuato altri quattro siti a all’interno dell'area del Borgo Teresiano, cioè piazza Ponterosso, piazza Sant’Antonio, Largo Panfili e via delle Torri. Nell’attesa arriva un’ulteriore proposta. «Prendiamo atto dell’ammissione di incompetenza del sindaco e ci auguriamo che il presidente D’Agostino riesca a provvedere in tempo anche a questa necessità simbolica ma importante, tanto più che Maria Teresa è ricordata per lo sviluppo del Porto Franco di Trieste - propone il gruppo di Rinascita triestina -. Osserviamo che se il Canale è di competenza dell’Autorità portuale altrettanto può dirsi dei moli. Nulla vieterebbe allora che il presidente D’Agostino, in una sola volta, intitolasse il Canal Grande a Maria Teresa e il molo della Stazione marittima a Joseph Ressel, l’illustre concittadino che inventò, brevettò e collaudò a Trieste nel 1829, addirittura, l’elica navale che rivoluzionò la navigazione di superficie, rese possibile quella subacquea e pose le basi per quella aerea. Un gigantesco merito dimenticato in città e che gli è valsa solo l’intitolazione di un vicoletto periferico».







domenica 23 aprile 2017

CAMBIA IL VENTO SUI MARI ANCHE CON L' USO PRODUTTIVO DEI PUNTI FRANCHI MENTRE QUELLI DEL"TURISMO DI MASSA" CONTINUANO A FAR DANNI PURE AL COMMERCIO IN CRISI


Fino a poco fa sul Piccolo non avreste potuto leggere una frase come la seguente, che trovate sull' articolo odierno che riportiamo sotto:
"Un altro elemento di forte attrazione per gli investitori orientali può essere rappresentato dalla presenza dei Punti franchi dove poter svolgere anche operazioni di trasformazione delle merci."

Fino a poco fa andava di moda il pensiero unico dei vari Pacorini e PD che consideravano i Punti Franchi

una cosa "obsoleta" e da "nostalgici" mentre la città doveva puntare tutto non sulla ricostruzione del tessuto industriale distrutto ma sul turismo di massa con l' urbanizzazione di Porto Vecchio con i fantasticati "due milioni di turisti all' anno"(clicca QUI), i Parchi del Mare da "un milione" di turisti sognati e i "concerti Rock" da centinaia di migliaia e via delirando: ritornando di fatto al tempo delle bancherelle di bambole e dei jeansenari.

La nuova amministrazione di Centro Destra ha fatto propria questa deleteria linea politica puntando anch' essa tutte le risorse economiche, che non ha, sulla urbanizzazione in chiave turistica di Porto Vecchio e sulle bancherelle con manifestazioni a raffica "perchè attirano turisti".
Anche se arriva un turismo povero con le bancarelle che vengono da fuori, cosa dubbia, gli acquisti vengono fatti a danno del commercio triestino che qui paga le tasse ed ha rilevanti costi di gestione dei negozi che animano la città ed è già in gravissima crisi con la chiusura di 300 esercizi di cui molti storici e la perdita di migliaia di posti di lavoro veri e stabili.


Di tutto ha bisogno meno che dell' arrivo della concorrenza delle bancarelle che assorbono il già scarso potere d' acquisto dei cittadini e dell' apertura di nuovi Centri Commerciali ed esercizi in Porto Vecchio o all' ex-Olcese.


Se il turismo può contribuire al PIL di Trieste, che non è Lignano o Venezia, può venire da turismo qualificato e congressuale: ma del nuovo Centro Congressi al Silos annunciato in pompa magna da anni non si sa nulla mentre il Silos è diventato un bivacco indecente.


Mentre la Politica continua con le sue sceneggiate dannosissime c'è chi lavora in silenzio per creare lavoro vero e sviluppo economico: e i risultati arrivano sia con lo sviluppo dell' opportunità delle Nuove Vie della Seta ( vedi articolo sotto) sia con l' utilizzo produttivo dei Punti Franchi come alla base Saipem per la Robotica Subacquea nel Punto Franco di Porto Vecchio (vedi video sotto).
Fatti, non chiacchiere !


Il Piccolo  23/4 pag.33
Arriva la nave superveloce per la Cina L’8 maggio la toccata triestina della portacontainer Apl Oregon. Ridotta di cinque giorni la durata del viaggio da Shanghai
La Cina è più vicina. Da questo mese, con la prima partenza dal Far East, il servizio di trasporto container Ocean Alliance per l’Adriatico (Cma Cgm-Evergreen-Cosco Shipping-Oocl), che scala settimanalmente il Molo Settimo, rimpiazza il vecchio servizio Ocean 3. Così la rotazione e il transit time per Trieste. In direzione ovest (import): Shanghai (trentadue giorni), Ningbo (trentuno), Pusan (ventotto), Shekou (ventiquattro), Singapore (venti), e in direzione Est (export) da Trieste: Gedda (quindici giorni), Port Klang (ventotto), Shekou (trentatre), Shanghai (trentotto), Ningbo (trentanove), Pusan (quarantadue). Con il nuovo servizio, la clientela potrà beneficiare di una riduzione del transit time verso il Sud-Est asiatico e la Cina, in confronto alle soluzioni proposte dall’O3. Oltre a ciò, il mercato del Medio Oriente sarà nuovamente servito in maniera diretta da Trieste, grazie alla rapida connessione con Gedda. La prima nave di questa nuova linea superveloce che - ad esempio - da Shanghai riduce di cinque giorni la durata del viaggio, sarà a Trieste l’8 maggio. È la Apl Oregon, portacontainer da 6.350 teu di Apl (che è la compagnia di container del gruppo Nol recentemente acquisito dalla francese Cma-Cgm), al debutto nelle toccate triestine. Va ricordato che continuano, anch’esse con frequenza settimanale, a raggiungere Trieste anche le unità transoceaniche del consorzio 2M di cui fanno parte Maersk e Msc. Come Trieste sia antesignana della nuova Via della seta promossa in grande stile dagli stessi potentati economici cinesi, lo dimostra in piccolo anche la società di spedizioni Silkway shipping, il cui stesso nome è tutto un programma, che fondata a Venezia ora vede il core del suo business spostato su Trieste dove recentemente ha aperto un ufficio sulle Rive e i suoi dipendenti locali stanno passando da due a quattro. Ciò grazie anche alla consulenza di Claudio Grim, assieme a Claudio Boniciolli e Sergio Bologna, uno dei grandi vecchi triestini della logistica. Attraverso il porto di Trieste transita oggi il sessanta per cento dei traffici gestiti dalla società che ha un fatturato di 7,5 milioni di euro e conta quindici dipendenti. L’amministratore delegato è il veneto Pierluigi Martini, ma tra i cinque soci fondatori c’è anche il triestino Gianluca Ferrante. Il mercato di riferimento è l’Asia centrale: non solo la Cina, ma anche India e le ex Repubbliche sovietiche come Azerbaigian, Turkmenistan e Kazakistan. Tutto questo è possibile grazie al lavoro di “pivot” che viene svolto da un altro triestino: Sergio Purin, che da una ventina d’anni si è insediato a Baku, la capitale dell’Azerbaigian. «Riforniamo anche in Afghanistan le truppe Nato impegnate nelle operazioni di peacekeeping - spiega Martini - e in Cina arriviamo pure via ferrovia impiegando dall’Italia ventidue, ventiquattro giorni; quindi, notevolmente meno rispetto anche alle linee marittime più veloci. Così come via ferrovia contiamo di servire l’Iran passando attraverso Baku e la Georgia». Che i rapporti tra Trieste e la Cina possano essere in futuro molto più stretti lo dimostra il semplice fatto che il presidente dell’Adsp Zeno D’Agostino è andato a Pechino per tentare di coinvolgere gli operatori locali nella realizzazione e gestione del Molo Ottavo il cui primo segmento è rappresentato dalla Piattaforma logistica oggi in fase di realizzazione. Un altro elemento di forte attrazione per gli investitori orientali può essere rappresentato dalla presenza dei Punti franchi dove poter svolgere anche operazioni di trasformazione delle merci.


LA BASE SAIPEM A TRIESTE SITUATA NEL PUNTO FRANCO DI PORTOVECCHIO (clicca QUI o sull' immagine)