RESTITUIRE TRIESTE AL FUTURO -
AUTONOMI DALL' ITALIA MA CONNESSI CON IL MONDO - RESTITUIRE TRIESTE ALLA MITTELEUROPA - RESTITUIRE TRIESTE AL SUO FUTURO: CENTRALE IN EUROPA INVECE CHE PERIFERICA IN ITALIA -
mercoledì 2 maggio 2018
IL CANTONE DI TRIESTE: PRENDIAMO IN PAROLA FEDRIGA, "VEDIAMO” LE SUE CARTE E SE DALLE PAROLE SI PASSERA' AI FATTI.
Fedriga, neoeletto, ha dichiarato a UdineToday (clicca QUI):
"Noi vorremmo degli enti di area vasta, non 18 come le Uti, che rappresentino le diverse identità territoriali; che siano elettivi e che prendano la gestione amministrativa perché la Regione deve rimanere ente legislativo e di grande programmazione. Ma deve essere il territorio ad amministrare. Non voglio una Regione che detiene tutto il potere in mano a poche mani".
"Mi piace decentrare - ha spiegato -. Io li avevo chiamati CANTONI, per prendere esempio dal modello svizzero, perché l'idea del decentramento mi è sempre piaciuta e io credo fortemente nei territori".
Ha posto così al primo posto l' obiettivo di "cantonizzare" la Regione.
Bene: è chiaro che uno dei “Cantoni” deve essere quello di Trieste che per storia ed economia si differenzia dal resto della regione.
E’ altrettanto chiaro che per amministrare servono poteri e competenze adeguate, tanto più che il Cantone di Trieste comprenderebbe il Porto Franco Internazionale..
La Regione dovrebbe pertanto richiedere maggiori competenze, come recentemente ha fatto il Veneto, per avvicinarsi a quelle di cui gode la provincia Autonoma di Bolzano e delegarle "a cascata” al Cantone Autonomo di Trieste.
Sarebbe un ulteriore tappa nel percorso per affrancare il nostro territorio dal centralismo e colonialismo romano e favorirne la riconnessione con la Mitteleuropa e la rinascita economica e civile.
Fedriga ha ottenuto un' ampia maggioranza e conseguenti notevoli poteri: sarà in grado di mantenere le promesse?
martedì 1 maggio 2018
#OsservatorioElettorale - REGIONALI 2018 - LA MATEMATICA DICE CHE E' STATA UNA GARA A CHI HA PERSO MENO VOTI RISPETTO ALLE POLITICHE DEL 4 MARZO - Solo il Patto per l' Autonomia aumenta, più che triplicando i voti.
Esaminando i risultati elettorali con il criterio dei voti assoluti e non delle percentuali, che spesso sono fuorvianti, si scopre che TUTTI, a Trieste come in Regione, hanno perso migliaia di voti rispetto alle politiche di due mesi prima.
E' stata una gara a chi perdeva meno consensi propiziata dalla scelta antidemocratica della Giunta precedente di piazzare le elezioni in un ponte per favorire l' astensionismo.
Dal momento che alle Regionali ha votato il 24,5% in meno degli aventi diritto chi perdeva di meno risultava avere paradossalmente una percentuale in crescita.
Osserviamo cosi che a Trieste il PD e Forza Italia dati per stabili hanno perso rispettivamente il
32,4% e il 35,2% dei propri elettori alle politiche.
I Fratelli d' Italia annoverati tra i vincitori hanno perso il 39,6% dei consensi che avevano due mesi prima.
La Lega, indubbia trionfatrice, ha invece perso solo il 22,5% dei voti assoluti a Trieste.
Un assoluto disastro invece quello dei 5 Stelle che perdono in due mesi l' 81,2% dei consensi triestini con gravi danni sulle trattative per il governo nazionale.
In una Regione gelosa della propria autonomia l' ineffabile Alessandro Fraleoni Morgera, che non entra nemmeno in Consiglio Regionale, ha oggi candidamente dichiarato "purtroppo come M5S regionale non abbiamo voce in capitolo nel decidere quando vengono scelti i candidati. Dobbiamo prendere atto di quello che viene fatto dallo staff nazionale e regolarci di conseguenza».
Bell' esempio di centralismo assoluto romanocentrico (oltrechè di evidente "meridionalizzazione" del Movimento che ha riscosso percentuali bulgare al Sud grazie alle proposte assistenzialiste).
I 5 Stelle a Trieste hanno ottenuto in passato una notevole rappresentanza istituzionale e con 6 consiglieri comunali avrebbero potuto "aprire come una scatola di tonno" il Consiglio comunale: tuttavia questa forte presenza non si percepisce e non si vedono grandi risultati.
Chissà se calerà la spocchia di chi si ritiene depositario unico dell' onestà e rifiuta anche alleanze locali.
Usando lo stesso metodo di analisi a livello regionale complessivo:
LA MATEMATICA RISERVA SORPRESE: SOLO IL "PATTO PER L' AUTONOMIA" AUMENTA I VOTI ASSOLUTI E ADDIRITTURA LI TRIPLICA RISPETTO ALLE POLITICHE DEL 4 MARZO.
Tutti gli altri, compreso i vincitori, hanno cali a due cifre.
Anche la Lega, trionfatrice, ha perso il 17,1 % dei suoi voti rispetto alle politiche.
Tutti gli altri, compreso i vincitori, hanno cali a due cifre.
Anche la Lega, trionfatrice, ha perso il 17,1 % dei suoi voti rispetto alle politiche.
La sorpresa viene con gli autonomisti del "Patto per l' Autonomia" che, nonostante l' assenza della lista a Trieste e nonostante l' attenzione dei media concentrata solo sui partiti italiani in lizza per la formazione del Governo Nazionale, non solo aumentano i voti ma addirittura li triplicano (+335%).
E' l' indicazione di una tendenza di fondo?
Parrebbe di si se oggi Fedriga, appena eletto lancia come prioritaria l' idea autonomista di "cantonizzare" la Regione: cioè di suddividerla in aree autonome tra cui, certamente, il Territorio di Trieste.
E' l' indicazione di una tendenza di fondo?
Parrebbe di si se oggi Fedriga, appena eletto lancia come prioritaria l' idea autonomista di "cantonizzare" la Regione: cioè di suddividerla in aree autonome tra cui, certamente, il Territorio di Trieste.
Fedriga, consapevole delle spinte autonomiste presenti nel suo successo elettorale, ha lanciato come prioritaria la proposta dei "Cantoni" ovvero di suddividere la regione in enti elettivi autonomi per realtà omogenee.
E' evidente che un Cantone autonomo dovrà essere quello di Trieste e dei comuni limitrofi.
Un' opportunità da considerare come tappa di un percorso che porti alla liberazione e allo sviluppo economico del nostro Territorio.
Nota:
Per le liste non in coalizione (M5S e Patto per l' Autonomia) abbiamo considerato a livello regionale i voti al candidato presidente perchè presumibilmente coincidono con la lista.
Per le liste non in coalizione (M5S e Patto per l' Autonomia) abbiamo considerato a livello regionale i voti al candidato presidente perchè presumibilmente coincidono con la lista.
domenica 29 aprile 2018
#OsservatorioElettorale - Friuli - Venezia Giulia : LE ELEZIONI DEL PONTE - Funzionerà il meschino trucchetto di alimentare l' astensionismo da gita ?
Funzionerà il trucchetto di alimentare l' astensionismo nella speranza di attutire il voto di protesta e aiutare quello controllato dagli apparati di partito?
Convocare le elezioni in una domenica praticamente estiva all' interno di un "ponte" è stata una "cattiveria" della precedente Giunta Regionale per tentare di attutire l' urto, che si preannuncia traumatico, con la protesta elettorale.
Temono il parere dei cittadini e incoraggiano l' astensionismo: una manovra da sfascio della democrazia sacrificata agli interessi di partito.
Basterà a contenere il tracollo del PD ?
Infatti queste elezioni regionali sono attese come test di rango nazionale per verificare l' evoluzione del quadro politico che vede il tracollo dei due pilastri del sistema che è collassato il 4 marzo: il PD e Forza Italia.
Queste elezioni, malgrado il trucchetto antidemocratico del "ponte", vedranno la conferma della crisi irreversibile dei due blocchi di potere che con le loro schermaglie e veti hanno paralizzato la vita pubblica a Trieste: la Forza Italia di Camber che nella coalizione di Centro Destra sarà surclassata dalla Lega, e il PD che la propensione renziana al fumo del "marketing politico" e all' arrosto del neoliberismo ha affossato.
Resta da vedere la dimensione del tracollo di FI che può vedere finalmente la liquefazione del blocco camberiano.
E valutare l' entità della "Caporetto" del PD verificando se il candidato del PD arriverà terzo come è nelle cose oppure secondo grazie alla debolezza, mancanza di radicamento e inadeguatezza del candidato 5Stelle, formazione d' opinione che vive di luce nazionale riflessa.
Resta da valutare anche la forza dello schieramento autonomista di Ceccotti, radicato in Friuli, che potrebbe fare un buon risultato generale oltre che nelle realtà dove è presente con diversi sindaci: dando così l' indicazione di una fuoriuscita dal marasma italiano tramite lo strumento dell' autonomia.
Forse queste elezioni alla fine, per le complicate alchimie romane, saranno un viatico per un governo M5S - PD (visto come più moderato dalla UE) cioè un governo del Sud-Centro Italia, atlantista e attento alla redistribuzione del reddito raccolto con il fisco: con tutta l' opposizione egemonizzata dalla Lega concentrata al Nord e che richiederà sempre più autonomia.
Basta guardare la mappa del voto del 4 marzo per vedere che al Sud la forza egemone è il M5S mentre al Nord è la Lega. Al PD resta solo una ristretta fascia al Centro.
Un governo M5S-PD necessariamente dovrà rispondere agli interessi territoriali dei suoi elettori del Sud e del Centro.
Che sono diversi dagli interessi del Nord.
Così l' Italia finalmente si spaccherà lungo la Linea Gotica e le minacciose dichiarazioni di Salvini sulla mobilitazione di piazza al Nord in caso di esclusione del governo della Lega sono indicative.
Frattura che si proporrà in ogni caso, a parti invertite, se uno dei due schieramenti "vincitori" il 4 marzo (M5S e Lega) resterà fuori dal Governo: ma la UE non vuole un governo formato da queste due forze insieme e diffida dalla Lega per motivi di schieramento internazionale ...
L' agitata agonia continua...e a noi tocca stare su una fragile nave che sta affondando invece di prendere la rotta della Mitteleuropa.
venerdì 20 aprile 2018
PORTO VECCHIO: E LA MONTAGNA PARTORI' IL TOPOLINO...
E la montagna partorì
il topolino: dopo il pericoloso svincolo in v.le Miramare ecco un (progetto di) anello per
visitare magazzini sempre più degradati e la fogna a cielo aperto lasciata dal
crollo della volta del torrente Chiave che nessuno ripara. Tanto per gettare fumo
negli occhi.
A tre anni e quattro mesi dalla "sdemanializzazione" strombazzata come il "motore di sviluppo economico" di Trieste il bluff viene a galla: gli investitori internazionali che fanno la fila da Dipiazza, i 5 miliardi di investimenti e i fondi sauditi e americani di Russo, i 100.000 nuovi abitanti di Cosolini si riducono a una stradina a senso unico con ciclabile e dei giardinetti.
Questi i grandi progetti che certo faranno piacere ai pensionati per le passeggiate e procureranno qualche votarello: piacerà anche ai disoccupati a spasso che potranno godere del panorama.
A tre anni e quattro mesi dalla "sdemanializzazione" strombazzata come il "motore di sviluppo economico" di Trieste il bluff viene a galla: gli investitori internazionali che fanno la fila da Dipiazza, i 5 miliardi di investimenti e i fondi sauditi e americani di Russo, i 100.000 nuovi abitanti di Cosolini si riducono a una stradina a senso unico con ciclabile e dei giardinetti.
Questi i grandi progetti che certo faranno piacere ai pensionati per le passeggiate e procureranno qualche votarello: piacerà anche ai disoccupati a spasso che potranno godere del panorama.
Questo il grande risultato del "tacito e benemerito accordo
fra centrosinistra e centrodestra" magnificato da Morelli nell' articolo di lunedì sul Bugiardello
e della collaborazione tra Russo e Dipiazza sugellata con un "Sigillo
Trecentesco".
Mentre nella parte fortunatamente rimasta di Punto Franco la Saipem si espande, crea il Centro Mondiale per la Robotica Subacquea e soprattutto posti di lavoro ad alta qualificazione e la Seleco cerca la possibilità di insediarsi in Punto Franco evitando le complicazioni e le lentezze burocratiche.
Come rinoceronti alla carica contro il muro fanno di tutto pur di non ammettere che l' unica possibilità di reale recupero e sviluppo di Porto Vecchio sta nell' utilizzo produttivo del Punto Franco, demonizzato per anni.
Quanti altri anni ancora per ammettere il fallimento del progetto assurdo di urbanizzare Porto Vecchio, un area che non ha mai fatto parte della città e i cui costi di infrastrutturazione primaria sono stratosferici e quelli del rispetto del "vincolo architettonico" esorbitanti ? E l' utilizzo turistico totalmente fuori mercato e dalla realtà?
P.S. apprendiamo che sull' incantevole stradina con ciclabile circoleranno anche i TIR destinati all' Adriaterminal (GMT e SAIPEM) che movimenta 300.000 tonellate all' anno.
Clicca QUI per l' articolo del Piccolo
martedì 17 aprile 2018
LETTERA APERTA A PAOLO RUMIZ: "HAI RAGIONE A VOLERE L' INTERNAZIONALIZZAZIONE DI TRIESTE MA TI ILLUDI CHE POSSA AVVENIRE CON LA SDEMANIALIZZAZIONE / URBANIZZAZIONE DI PORTO VECCHIO; IDEA SBAGLIATA IN PARTENZA PERCHE' ANTAGONISTA ALL' UTILIZZO PRODUTTIVO DEI PUNTI FRANCHI CHE INVECE SI AFFERMA E CRESCE (vedi Saipem e Seleco proprio nel Punto Franco di Porto Vecchio)" - L' ossessione improduttiva per l' urbanizzazione di Porto Vecchio: un' idea da anni '70 quando è stata praticata in grandi città affluenti su aree molto più piccole e con un fiume di soldi pubblici che non ci sono più.
Lettera aperta a Paolo Rumiz
Caro Paolo,
come sai ho sempre condiviso il tuo desiderio di vedere nuovamente Trieste città internazionale.
Riconnettere Trieste a livello globale è il compito principale di questa fase storica per permettere alla nostra città di superare il trauma di "cent' anni di solitudine" e isolamento dal suo entroterra naturale mitteleuropeo (vedi cliccando QUI).
Leggendo sia il tuo articolo su Repubblica, che ha dato il via ad altri articoli sulla stampa nazionale, sia il tuo intervento sul Piccolo (vedi sotto), ho notato che viene attribuito alla sdemanializzazione / urbanizzazione di Porto Vecchio un ruolo assolutamente centrale e di preminenza in questo processo di nuova internazionalizzazione e sprovincializzazione che in tanti auspichiamo.
E', però, veramente drammatico quanto sostenuto dall' articolo successivo al tuo di Morelli sul Piccolo: a tre anni e quattro mesi dall' emendamento Russo su "sdemanializzazione" ed eliminazione del Punto Franco da Porto Vecchio, e malgrado il sostanziale accordo di CentroSinistra e CentroDestra, sono al punto di partenza, senza alcuna idea di fondo su cosa fare per urbanizzare quell' area.
Va veramente letto questo articolo su quali sono i risultati di oltre tre anni di annunci e illusioni: uno spezzatino di niente e idee totalmente confuse (vedi in fondo).
Pensavo che ad insinuare seri dubbi sulla bontà e praticabilità dell' urbanizzazione di Porto Vecchio fossero sufficienti i tre anni e quattro mesi trascorsi dall' emendamento Russo sulla "sdemanializzazione" senza nessuna realizzazione concreta o progetto credibile (è ancora in alto mare perfino l' acquisizione degli immobili nel patrimonio disponibile del Comune mentre l' ESOF 2020 non c' entra nulla con la "sdemanializzazione") quando, al contrario, l' uso produttivo del Punto Franco di Porto Vecchio ha avuto concrete realizzazioni con la Saipem e la Seleco (clicca QUI).
Ma vedo che si insiste, forse per inerzia e purtroppo anche da parte tua, su questa strada che i fatti dimostrano non portare da nessuna parte.
Quella dell' urbanizzazione, soprattutto in chiave turistica, di porzioni di aree portuali dismesse è stata una pratica realizzata nel secolo scorso, con abbondanza di soldi pubblici che non ci sono più e in condizioni di mercato ormai distrutte dalla crisi decennale, solamente in alcune grandi città affluenti e in crescita dotate di una solida e ampia base economica e, in ogni caso, per aree assai più piccole, prive peraltro di collegamenti ferroviari e di Punti Franchi preesistenti.
Da Marsiglia a Barcellona, da Aburgo a Genova (con le Colombiadi) le aree coinvolte erano assai più piccole di Porto Vecchio e sempre sono stati usati fiumi di soldi pubblici ormai prosciugati.
A Marsiglia sono persino intervenute la magistratura e la Corte dei Conti per i costi sproporzionati del suo Porto Vecchio.
Si tratta di idee e progetti del passato per cui non ci sono più le condizioni economiche e di mercato.
Trieste al contrario è una città ormai di soli 200.000 abitanti in forte calo demografico e con strutture urbane sufficienti per 350.000 abitanti, 20.000 appartamenti vuoti, negozi e commercio locale in forte crisi e con una base economica instabile e depressa.
L' urbanizzazione di un' area così vasta come Porto Vecchio, con un milione di metri cubi di costruzioni, compresi esercizi commerciali ed abitazioni, creerebbe squilibri pesantissimi e spostamenti drammatici del baricentro urbano.
Nessuno sente l' esigenza di un nuovo centro o di un nuovo rione, come è stato annunciato trionfalmente, o di ulteriori centri ed esercizi commerciali.
Se si pensa a farne un' attrazione autosufficiente economicamente, con molte centinaia di migliaia di turisti/anno per ammortizzare i costi, ci si illude solamente perchè non si conosce quel mercato dove conta più un acquasplash di un museo: non siamo Venezia e, per fortuna, nemmeno Pompei.
E nemmeno Lignano o Cortina che possono vivere di turismo.
E non si può dire che vecchi magazzini o musei siano un' attrattiva travolgente tale da spostare masse di persone.
E poi come ci arriverebbero ? Per Viale Miramare e le Rive?
Non c'è tornaconto economico ad investire onestamente nell' urbanizzazione di Porto Vecchio: i costi di infrastrutturazione primaria di un' area priva anche di fognature sono enormi, il "vincolo architettonico" esteso anche a molti interni porta i costi alle stelle senza ragionevoli previsioni di rientro grazie al flusso turistico.
Proprio come sarebbe per il Parco del Mare con Aquario i cui promotori sovrastimano pesantemente le potenzialità economiche e di attrazione.
Non dimentichiamo i deficit cronici di Porto Antico di Genova con annesso Acquario e il deficit primario persino dell' Expo' di Milano...
Chi caccerà i denari per i grandi progetti che auspichi?
Il Comune non ha i soldi nemmeno per la normale manutenzione del sito sempre più degradato (sono crollate da oltre un anno le volte del torrente Chiave e c'è una fogna a cielo aperto che nessuno ripara) e i privati non li regalano senza un tornaconto certo che non è ragionevolmente ipotizzabile in questo caso, se in assenza di pesante speculazione edilizia o traffici poco chiari.
I 50 milioni promessi due anni fa dal Ministero della Cultura sono una goccia nel mare (Russo parla sempre di 5 miliardi di investimenti) e non sono ancora arrivati.
Sappiamo tutti che quella di Dipiazza che passa tutti i giorni da due anni a ricevere investitori entusiasti e golosi è una storiella ovvero "invenzione giornalistica": non c'è un solo nome cui attribuire impegni concreti.
Si è voluto togliere, con l' emendamento Russo, il Punto Franco perchè in un ottica turistica sarebbe di ostacolo al passaggio delle persone: tuttavia nella porzione costiera rimasta, grazie solo alla lungimiranza dell' Autorità Portuale mentre volevano toglierlo del tutto, si sta dimostrando indispensabile per l' insediamento e lo sviluppo di un' impresa ad alta tecnologia come la Saipem e dovrà essere riesteso per comprendere l' edificio ormai comunale destinato alla Seleco (e la sdemanialiazizzazione con la ancora rimandata acquisizione nel patrimonio comunale crea problemi).
E nel convegno del 26 marzo in Regione sulle Nuove Vie della Seta si è sentita proporre la riestensione del Punto Franco su aree ed edifici di Porto Vecchio da adibire a centri direzionali e magazzini di imprese orientali: un po' riecheggiando il Centro Finanziario Off-Shore degli anni '90 purtroppo abortito anche per responsabilità di cricche locali che finalmente stanno tirando politicamente le cuoia.
Due anni fa è stato scritto su questo blog l' articolo "La verità su Porto Vecchio produttivo"(clicca QUI): è tuttora valido e sono convinto che la vicenda di Porto Vecchio non potrà concludersi che con la riestensione del Punto Franco ad utilizzo produttivo per creare posti di lavoro qualificati di cui Trieste ha grande bisogno.
L' utilizzo produttivo dei Punti Franchi è finalmente passato come concetto grazie a Zeno D' Agostino che lo ha fatto proprio, dopo lustri di demonizzazione e campagne stampa avverse proprio a causa del desiderio di toglierlo da Porto Vecchio.
Tuttavia ci sono progetti in Zona Industriale, dove in piccola parte il Punto Franco è stato trasferito, che si scontrano con i grandi costi economici e burocratici di insediamento dovuti al SIN Sito Inquinato Nazionale che interessa tutta l' area.
Costi di bonifica che invece non ci sono in Porto Vecchio.
Il SIN è frutto di un altra pensata balorda della politica locale del secolo scorso finalizzata a richiedere soldi per le bonifiche: naturalmente in quasi 20 anni non hanno fatto niente.
Il SIN in cambio è diventato un forte ostacolo allo sviluppo, così come un forte ostacolo allo sviluppo in Porto Vecchio è stato ed è il vincolo architettonico, giustamente definito "idiota" da Luciano Semerani, imposto da Sgarbi quasi 20 anni fa.
Purtroppo Trieste ha pochi spazi utilizzabili come retroporto e per iniziative produttive ed è un peccato sprecare 7 ettari di un' area da sempre usata esclusivamente per attività logistiche e imprenditoriali come Porto Vecchio in chiacchiere, progetti e rendering che da 30 anni riempiono inutilmente gli armadi (Trieste Futura, Porto Città e via andare...).
Trieste, che è drammaticamente scesa sotto il 9% del PIL locale da industria nella totale indifferenza della Confindustria locale, ha assoluto bisogno di sviluppo economico vero legato al mix di logistica e industria 4.0: non di nuovi spazi urbani o di un fantasticato e irrealizzabile "turismo di massa" a Trieste, che peraltro sarebbe fonte di altri pesanti problemi.
Se non vogliamo che i nostri ragazzi finiscano a fare i camerieri, come tu paventi, è a questo che dobbiamo puntare senza disperdere energie, soldi e speranze su un progetto di retroguardia come l' urbanizzazione di Porto Vecchio con l' annessa ossessione maniacale per il turismo che viene usata anche come base e giustificazione per il dilagare del bazar di bancherelle.
Perchè non concentrare l' attenzione e le energie sui punti di forza che già abbiamo e dimostrano di funzionare: lo sviluppo del Porto Franco Internazionale sulle "Nuove Vie della Seta" con l' utilizzo produttivo e industriale dei Punti Franchi unici in Europa, riestendendo quello di Porto Vecchio, con annessa nuova Free Tax Zone fiscale e abolizione sia dei "vincoli architettonici idioti" che del SIN (che non sono catastrofi mandate dal Cielo ma scemenze fatte dai politici)?
Se tre anni e quattro mesi impiegati per arrivare al nulla vi sembrano pochi per decretare il fallimento della strada dell' urbanizzazione e intraprendere finalmente quella dell' utilizzo produttivo del Punto Franco, quanti altri anni bisognerà aspettare ? Keynes diceva: "Nel lungo periodo saremo tutti morti".
Cordialmente
Paolo Deganutti
direttore (ir)responsabile del blog Rinascita Triestina
Ecco gli articoli citati:
Da Il Piccolo 14/4/18
Lo “spezzatino” di Porto vecchio: Trieste davanti al bivio decisivo
di Paolo Rumiz
Ahi. Si comincia col piede sbagliato: un palacongressi fatto in casa, premessa di una gestione-spezzatino del Porto vecchio. Cose come: mettiamo le ambulanze qui, i crocieristi lì, spostiamo più su la marina e più giù il centro scientifico. Mi chiedo se ci sia davvero voglia di imparare dall’estero, da posti come Barcellona o Bilbao, dove si sono mobilitate intelligenze da tutto il mondo per trovare idee buone con concorsi trasparenti. Trasparenza significa: meno rischio di corruzione e più garanzia di qualità, dalle quali discende l’interesse di un’imprenditoria solida, dunque ricchezza. Questo grande momento non possiamo affrontarlo da soli. Non può farlo nemmeno un sindaco smagato e comunicatore come Roberto Dipiazza. È tecnicamente impossibile. Serve attingere a esperienze vincenti. Uscire dal guscio. Invece che accade? Ad Amburgo, dove mi trovavo per l’uscita d’un mio libro, ho appreso da un operatore che mesi fa il sindaco di Trieste era stato invitato a vedere i risultati della riqualificazione del porto vecchio anseatico, ma all’ultimo momento ha detto «non vengo», con non poca irritazione dei tedeschi.
È sorprendente, perché il porto di Trieste è una sfida europea, che va affrontata con un concorso di idee europeo. Esattamente come Amburgo. Siamo a un bivio decisivo. Se gestiamo la cosa tra amici, con spirito provinciale da agenti immobiliari, e senza una precisa idea di città, tradiremo l’identità triestina, importeremo capitali sospetti, costruiremo male e ci spartiremo una magra torta, allontanando gli investitori che contano. Faccia le valige dunque caro Dipiazza. Non si limiti a ricevere clienti nel suo ufficio con la mappa di Trieste sul tavolo. Se il porto sta crescendo negli ultimi mesi è perché il suo presidente passa settimane, se non mesi, a Pechino, Dubai, New York (e non certo a propagandare la sdemanializzazione di Porto Vecchio bensì il Porto Franco Internazionale, terminal della Nuova Via della Seta. ndr,). In altri termini, perché si è rotto il catenaccio degli affari tra amici, imposto in passato dagli alleati meno affidabili del nostro primo cittadino. Apertura contro maso chiuso. Imprenditoria contro cricca. Competizione contro favoritismi. Sindaco, lei lo sa. È nel nome di Trieste che abbiamo deciso di seppellire l’ascia di guerra ed è sempre nel nome di Trieste che giorni fa le ho offerto un’apertura di credito di lusso con due pagine su Repubblica dedicate al grande momento, svegliando il resto della stampa nazionale sul tema. In quella occasione lei mi aveva dichiarato che quel risultato era stato ottenuto grazie a un grande “patto civico” con l’opposizione, e in particolare con la governatrice Serracchiani, della quale mi ha pure ha tessuto le lodi. Perché è stata Debora, e non i suoi alleati, a sbloccare i punti franchi (decreto operativo che mancava dal ’54) e a puntare sull’ottimo D’Agostino alla presidenza del Porto. Decisioni storiche, come l’istituzione della franchigia teresiana. Lei ha ereditato da altri un’immensa fortuna. Le scelte regionali, l’onesta gestione Cosolini, i fondi del ministri della cultura per Trieste città europea della scienza e molto altro. Tutte cose avute – e lei lo sa – non grazie ma nonostante la sua parte politica. Nonostante i vari Camber, Paoletti, Monassi, i loro poteri dinastici e i loro sempre più magri pacchetti di voti. Ora rifletta: lei ha uno straordinario patrimonio di popolarità. Non lo butti via. Mostri di saperlo gestire in libertà; lo usi per affrancarsi da certe compagnie attente non a Trieste ma al loro tornaconto. E qui, dopo che al sindaco, mi rivolgo all’opposizione. Perché voi di Sinistra non dite: caro Dipiazza, magari noi ti diamo ancora una mano, ma tu devi scegliere se passare alla storia come colui che ha rilanciato la città o come chi ha buttato alle ortiche una straordinaria, irripetibile occasione. Perché tacete su questo persino in campagna elettorale? Per tattica? Per storica mancanza di coraggio? Per colpa di Renzi? Per la speranza di avere gli avanzi del banchetto? E già che ci siamo, dove sono gli ordini professionali? Don Abbondi anche loro, silenziati con promesse, oppure teste capaci di spremere idee coraggiose? E la pubblica opinione è disposta ad allargare il dibattito oltre la gestione dei marciapiedi e l’adozione di gatti abbandonati? E i giovani dove sono? Si battono per un grande futuro o preferiscono sorseggiare aperitivi in vista di fare, se gli va bene, i camerieri ai turisti giapponesi (è quello che succederà se si pensa che il turismo sia la soluzione per Trieste anzichè l' industria collegata alla logistica . ndr)? E sì che ce ne sono di argomenti su cui far polemica. I vigili pistoleros, per esempio. Perché spendere cifre esagerate in armi e blindati, quando potremmo dar lavoro a un po’ di gente? Che bisogno abbiamo di dare l’immagine di una Trieste insicura quando i reati sono in netta diminuzione? Perché spaventare gli stranieri pronti a investire in città? A chi giova tutto questo? Esorto il sindaco a porsi questa domanda. Qui non c’è paura, ma voglia di generarla. A che scopo? Rappresentare un pericolo esterno (l’immigrato nero brutto e cattivo) per depistarci dal vero pericolo, che è interno. Il nostro provincialismo. Le inaffondabili mafiette locali che da sempre tolgono ossigeno a Trieste.
Ed ecco l' articolo di Morelli sul Piccolo del 16/4
IN PORTO VECCHIO CONTA LA SCELTA DI PARTENZA
(a tre anni e quattro mesi dalla "sdemanializzazione siamo ancora alla partenza ? ndr)
di Roberto Morelli
Lo sblocco del recupero del Porto vecchio e il rilancio di quello nuovo sono stati il frutto del primo patto istituzionale verificatosi a Trieste negli ultimi cinquant’anni. Un tacito e benemerito accordo fra centrosinistra e centrodestra favorito dalla logica delle cose: patto non scritto, non enunciato, mai esplicitamente concordato e forse mai neppure pensato, bensì indotto da una successione inerziale di eventi che gli attori in campo hanno prima assecondato, poi incanalato, infine cavalcato. Per una volta senza interdizioni, merci di scambio, demagogie: ma con la semplicità di chi vede le cose necessarie alla città e le fa. Il blitz notturno dell’allora senatore Russo che inserì la sdemanializzazione del vecchio scalo in Finanziaria; la scelta di un presidente del Porto di grandi capacità (Zeno D’Agostino) da parte dell’allora sindaco Cosolini e dell’allora governatrice regionale Serracchiani; la decisa svolta nel centrodestra a favore del recupero del Porto vecchio imposta e guidata dal sindaco Dipiazza, persino accettando la diminutio di sovranità comunale sui punti franchi; non ultima, la bontà di tutte queste scelte confermata l’altro ieri dal probabile futuro presidente della Regione Fedriga nell’unico dibattito elettorale finora tenutosi. Un filo conduttore coerente tra gli schieramenti che dovrebbe dirsi ovvio in un mondo normale, ma è rivoluzionario in una città di beghe bisbetiche e aspirazioni a non fare, purché a fare non sia l’altro. Tutto ciò è stato fondamentale, ma non basta. Perché nel futuro assetto del Porto vecchio è necessario un salto di qualità. Una riflessione globale e profonda, ma concreta e rapida, su quel che vogliamo quell’area diventi: non una congerie d’iniziative, destinazioni e occupanti privi di trama comune, ma un insieme coerente che esprima un progetto generale e un’idea compiuta di città. Su queste colonne si è evocato da molti mesi il rischio “spezzatino”: ovvero un recupero fatto a pezze e rattoppi a seconda delle proposte emergenti, delle opportunità pseudo-casuali e dei fondi disponibili. Ce n’è già di ogni sorta: dall’Immaginario scientifico al 118, dall’Icgeb al Parco del mare, dal rimessaggio navale alle scuole, alle mostre d’arte, alla bocciofila e così via. Tutte iniziative meritevoli o addirittura sacrosante (come il nascituro centro congressi), ma che vanno scelte non come capitano, bensì se aderenti a un progetto generale: che non c’è. L’esempio di quel che il Porto vecchio rischia di diventare – l’abbiamo scritto fin troppe volte – è già sotto i nostri occhi: l’ex Opp, che sarebbe stato il migliore campus universitario d’Italia ed è invece un’accozzaglia di attività prive di un tessuto comune. Con il risultato – e, per il Porto vecchio, il rischio drammatico – di un luogo estraneo alla città: se non so cos’è non ci vado, né ci andrà il turista. Ebbene, cosa sarà il Porto vecchio? Non è una questione di architettura: che deve seguire le scelte, non precederle. Né di trasparenza delle risorse, che dovranno essere in gran parte private (Chi ci mette i soldi in questa stupidaggine fuori mercato? ndr) e in ogni caso possono essere spese bene o male prescindendo dalle destinazioni d’uso. È proprio una questione di scelte da fare e di città da pensare. Vogliamo che il Porto vecchio diventi un nuovo centro urbano, con servizi, uffici, aree pedonali e residenze, ristoranti e negozi? O che esprima e racconti la Trieste della scienza e dell’internazionalità, o il rapporto fra la città e il mare, o l’intreccio dei suoi molteplici volti? O vogliamo chiedere a Eataly che ne faccia l’equivalente “marino” del parco agricolo Fico, un parco educativo e commerciale sul mare e la pesca? ( Riestendere il Punto Franco e insediarci attività come la SAIPEM e la SELECO: no, vero? ndr) Sono solo idee. Ma il punto di partenza è qui, non il fatto che – con tutto il rispetto – il 118 ha bisogno di una sede. L’iter era stato avviato con logica, affidando uno studio a Ernst & Young, tuttavia con un incarico vago, confuso e scritto in burocratese, e un risultato i cui costi erano pari all’ovvietà (180.000 euro buttati per un compitino propagandistico ! ndr). Di lì abbiamo gettato il bambino con l’acqua sporca e cominciato a fare in casa. Una missione impossibile per un’opera di tale importanza, che richiede invece una società pubblica di progettazione e gestione del recupero, la quale affidi un progetto generale e un modello operativo per gli investitori, e li individui tramite gara internazionale. Abbiamo uno spazio incantevole, un clima politico non più venato da posizioni ideologiche, la possibilità di ridisegnare il volto della città. Una opportunità così non capita per secoli (Bum ! ndr)
lunedì 16 aprile 2018
LE "TASSE EUROPEE" SONO UN PROBLEMA DEI PORTI ITALIANI MA NON DEL PORTO FRANCO INTERNAZIONALE DI TRIESTE -
Sta creando sconcerto la pretesa della UE che i bilanci delle Autorità Portuali siano sottoposti a tassazione malgrado siano Enti Pubblici privi di finalità di lucro (clicca QUI).
In tal caso i costi di concessioni e servizi alle compagnie di navigazione dovrebbero aumentare del 40% mettendo fuori mercato i porti italiani.
E' ben vero che il "tafazzismo" masochista italiano si è espresso con un fisco talmente vorace da "cannibalizzare" e far fallire l' EZIT (Ente Zona Industriale di Trieste) con la richiesta di oltre 10 milioni di tasse per immobili malgrado esso fosse un Ente Pubblico senza fine di lucro esattamente come le Autorità Portuali.
La Regione ha posto in liquidazione l' EZIT accettando questa pretesa fiscale, totalmente abnorme e assurda per un ente pubblico non commerciale, con ciò creando un pericoloso precedente nella giurisprudenza fiscale italiana.
Tuttavia quello che caratterizza il Porto Franco Internazionale di Trieste è l' extraterritorialità doganale anche riguardo la UE nonchè la regolamentazione tramite l' Allegato VIII del trattato di Pace del 1947 che VIETA ESPLICITAMENTE la riscossione di tasse e tributi che eccedano il nudo valore dei servizi prestati alle compagnie di shipping.
Un aumento dei costi di concessioni e servizi dovuto a tassazione sarebbe una, seppur indiretta, plateale violazione dell' Allegato VIII che è parte integrante della legislazione italiana, come confermato dall' incipit del Decreto Attuativo dei Punti Franchi del luglio 2017, ed è pure recepito dalla UE insieme a tutti gli obblighi relativi ai Trattati di Pace come previsto dai Trattati di Roma del 1957.
E' per questo motivo che la UE non può nè dire nè fare nulla riguardo i nostri Punti Franchi.
Giunge a proposito in questa situazione la rivendicazione fiscale dei lavoratori portuali triestini del CLPT (clicca QUI) e abbiamo la sensazione che qualsiasi pretesa della UE, o di chiunque altro, di intervenire sul terreno fiscale nel nostro porto troverà una efficace e dura opposizione nei lavoratori appoggiati da tutti i cittadini.
E la discesa in campo dei portuali ci rassicura molto di più degli atteggiamenti ondivaghi dei politici.
Nessuno è più europeo dei triestini ma l' utilizzo della UE per fare concorrenza sleale, aumentare le tasse e limitare i diritti alimenta l' antieuropeismo nazionalista come sta facendo l' "europeismo missilistico" del bel Macron, più interessato alla vendita di sistemi d' arma ai Sauditi e alla "grandeur" che al caos che provoca in Medioriente (Siria dopo la Libia).
martedì 10 aprile 2018
LE RIVENDICAZIONI FISCALI DEI PORTUALI DEL CLPT SONO LA BASE DI PARTENZA DELLA "FREE ZONE" FISCALE DI TRIESTE . TUTTI I CITTADINI HANNO INTERESSE A SOSTENERLE.
In tutte le grandi trasformazioni c'è sempre un' avanguardia e i portuali del CLPT Coordinamento Lavoratori Portuali Trieste, sindacato ormai maggioritario nel nostro porto, si pongono di fatto alla testa del movimento per realizzare la FREE ZONE FISCALE a Trieste, partendo dal Porto Franco Internazionale.
Lo avevano già fatto con la rivendicazione dell' applicazione dell' Allegato VIII culminata con lo sciopero dell' agosto del 2015 che è stata la molla principale per arrivare all' emanazione dei decreti applicativi per i Punti Franchi che si sono attesi per 23 anni.
Adesso inizia una nuova tappa nel lungo cammino per far rinascere il nostro porto e la nostra città, quella di aggiungere una No Tax Area FISCALE alla extraterritorialità doganale ormai pacificamente riconosciuta.
Se passa questo principio di fiscalità di vantaggio (detassazione) per gli stipendi dei portuali e del reinvestimento delle entrate nel Porto stesso, anzichè finire nel buco nero di Roma, si apre un' era nuova anche per le aziende e per tutta la città che beneficerà di un importante sviluppo economico.
Cosa chiedono i portuali ?
Lo trovate nell' articolo di Faq Trieste del 6 aprile (clicca QUI) e quello che più riguarda la No Tax Area è il punto 1:
"Visto l'art. 6 comma 12 della legge 84/94 che definisce speciale la normativa che regolamenta il Porto Franco di Trieste ( Allegato VIII del TdP di Parigi del 1947 ) e visto il decreto ministeriale del luglio 2017 che definisce il porto di Trieste zona extraterritoriale e che conferisce pieni poteri al Presidente "Direttore " i lavoratori richiedono tramite una petizione la tassazione specifica sul lordo della retribuzione per i lavoratori del Porto Franco di Trieste".
In altre parole si richiede la tassazione in forma ridotta dei redditi dei lavoratori e il reinvestimento delle entrate nel Porto Franco Internazionale che è extraterritoriale.
Lo stesso dovrebbe avvenire per le imprese e ricordiamo che nel Porto Franco Industriale fino agli anni 60 vigeva l' esonero da tasse sui redditi d' impresa e dall' IGE ( l' IVA di allora) per 10 anni dall' insediamento (vedi fotocopia sotto).
E' evidente interesse di tutti i triestini appoggiare le rivendicazioni e le azioni d' avanguardia del lavoratori portuali del CLPT, soprattutto in un momento in cui sono già state varate ZES (zone franche speciali) con vantaggi fiscali per i porti del sud e la stampa nazionale comincia a parlare di fiscalità di vantaggio al Sud anche per i pensionati: clicca QUI.
L' Autorità Portuale e le Imprese guardano con interesse a queste rivendicazioni che hanno possibilità concrete di produrre risultati positivi per tutti.
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